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	<title>Islam-online &#187; Articoli Tariq Ramadan</title>
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	<description>Rivista islamica</description>
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		<title>Chi sono i musulmani moderati? di Tariq Ramadan</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Feb 2010 19:30:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Patrizia Khadija Dal Monte</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli Tariq Ramadan]]></category>
		<category><![CDATA[Questioni contemporanee]]></category>

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		<description><![CDATA[La formula si è diffusa nel mondo dopo gli attentati dell&#8217;11 settembre 2001 negli Stati Uniti. Di fronte all&#8217;orrore e all&#8217;inaccettabile, si sono cercati dei &#8220;musulmani moderati&#8221; in grado di reagire, prendere le distanze e criticare le azioni di &#8220;estremisti islamici&#8221;, &#8220;fondamentalisti&#8221; o &#8220;islamisti&#8221;. Abbiamo visto crearsi  due campi: quello dei musulmani &#8220;buoni&#8221; e quello [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center; margin: 0pt;"><span style="font-family: 'times new roman';"><span style="font-size: medium;"><strong><br />
</strong></span></span></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0pt;">
<p style="text-align: justify; margin: 0pt;"><span style="font-family: 'times new roman';"><span style="font-size: small;">La formula si è diffusa nel mondo dopo gli attentati dell&#8217;11 settembre 2001 negli Stati Uniti. Di fronte all&#8217;orrore e all&#8217;inaccettabile, si sono cercati dei &#8220;musulmani moderati&#8221; in grado di reagire, prendere le distanze e criticare le azioni di &#8220;estremisti islamici&#8221;, &#8220;fondamentalisti&#8221; o &#8220;islamisti&#8221;. Abbiamo visto crearsi  due campi: quello dei musulmani &#8220;buoni&#8221; e quello dei &#8220;musulmani cattivi&#8221;, da un lato quelli cosiddetti &#8220;moderati&#8221;,&#8221;liberali&#8221;, &#8220;laici&#8221;, ecc. e dall&#8217;altro i &#8220;fondamentalisti&#8221;, &#8220;estremisti&#8221; o &#8220;islamisti&#8221;, ecc.</span></span></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0pt;"><span style="font-family: 'times new roman';"><span style="font-size: small;">Questa categorizzazione in realtà non è nuova perché la letteratura prodotta dalle autorità colonialiste (sotto il dominio britannico, francese o in olandese, per esempio) e da alcuni orientalisti, alla fine del XIX secolo e inizio del XX, ha spesso ritratto i musulmani con la stessa divisione binaria: ci sono i buoni e cattivi e &#8220;buoni&#8221; erano quelli che  collaboravano con la presenza coloniale, o  accettavano i valori e i costumi dei dominatori. Gli altri, i &#8220;resistenti&#8221;, religiosamente, culturalmente o politicamente venivano qualificati  in modo quasi sistematico negativamente: essi erano &#8220;l&#8217;altro&#8221;,  il &#8220;pericolo&#8221;.</span></span></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0pt;"><span style="font-family: 'times new roman';"><span style="font-size: small;">I tempi sono certo cambiati, ma le strutture mentali, il quadro delle referenze e le qualificazioni semplificatrici e semplicistiche sono del tutto presenti nel dibattito intellettuale, politico e mediatico del nostro tempo. Di che cosa si parla insomma? Di pratiche religiose moderate? Di posizioni politiche? Del rapporto con la violenza? O del rapporto con  l&#8217;Occidente?</span></span></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0pt;"><span style="font-family: 'times new roman';"><span style="font-size: small;">Ciò che caratterizza il dibattito contemporaneo sull&#8217;Islam e i musulmani è la confusione totale dei piani: dato che  si dice l&#8217;Islam non distingua tra religione e politica, viene logico permettersi delle qualificazioni generali, senza distinguere le concezioni e le pratiche religiose dalle posizioni politiche. Una percezione semplicistica del &#8220;mondo musulmano&#8221; permette così di  evadere i principi più elementari sulla categorizzazione specifica degli ambiti, e il rispetto dei principi di analisi forniti dalla teologia e dal diritto da un lato e dalle scienze sociali e politiche dall&#8217;altro. L&#8217;argomento è complesso e si deve iniziare ad abbordarlo mettendo in ordine le diverse questioni: per primo è importante considerare la questione da un punto di vista religioso. Esiste o meno  la moderazione come opposto all&#8217;eccesso nella pratica dei musulmani? Come possiamo classificare le diverse tendenze che si  esprimono nell&#8217;Islam? Quali sono le posizioni politiche degli uni e degli altri? Su un piano più globale, che cosa  possono rivelare le diverse percezioni nei confronti dell &#8220;Occidente&#8221;? L&#8217;ordine e la natura di questi interrogativi permettono di chiarire la questione relativa ai  &#8220;musulmani moderati&#8221; per cui cercheremo di abbordarli successivamente.</span></span></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0pt;"><span style="font-family: 'times new roman';"><strong><span style="font-size: small;">Il tema della moderazione nella pratica attraverso la letteratura  islamica dalle origini.</span></strong></span></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0pt;"><span style="font-family: 'times new roman';"><span style="font-size: small;">Nel Corano e nelle tradizioni profetiche che l&#8217;accompagnano, le musulmane e i musulmani sono chiamati a esercitare la moderazione in tutti i settori della pratica. </span></span><span style="font-style: normal;"><span style="font-family: 'times new roman';"><span style="font-size: small;">&#8220;Dio vuole per voi la facilità e non la difficoltà&#8221;, dice il Corano e Muhammad (pace su di lui) dice: &#8220;Facilitate le cose, non rendetele difficili”  e ha dato lui stesso l&#8217;esempio, scegliendo le facilitazioni</span></span></span><span style="font-family: 'times new roman';"><span style="font-size: small;"> (ad esempio non digiunando in viaggio durante il mese di Ramadan) in modo che i fedeli non cadessero negli eccessi. E&#8217; così che  fin dall&#8217;inizio, la maggior parte dei sapienti ha compreso  la formula coranica che qualifica i  musulmani come &#8220;la comunità del giusto mezzo.&#8221; Ben presto sono apparse due tendenze a proposito della pratica: quella di coloro che applicavano gli insegnamenti alla lettera a prescindere dal contesto o dagli alleggerimenti (ahl al-‘azîma) e quelli  (ahl-ar-rukhas), che tenevano conto di questi e della flessibilità della pratica secondo il contesto sociale e il tempo, l&#8217;essere in situazione di  bisogno (hâja) e / o di necessità (darûra).</span></span></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0pt;"><span style="font-family: 'times new roman';"><span style="font-size: small;">La stragrande maggioranza degli studiosi (ulam</span></span><span style="font-family: 'times new roman';"><span style="font-size: small;">â</span></span><span style="font-family: 'times new roman';"><span style="font-size: small;">) e dei musulmani di tutto il mondo e  in Occidente (a prescindere dall&#8217;appartenere alla tradizione sciita o sunnita, e a quale scuola di diritto) promuove e segue la via della moderazione e della flessibilità nella pratica. Essi sono rigorosi sui principi di base, ma  propongono degli adattamenti a seconda dell&#8217;ambiente e dell&#8217;epoca. Senza dubbio  è già a questo primo livello che viene a galla un malinteso sul concetto di moderazione. Nelle società occidentali, dove la pratica quotidiana e la visibilità della religione sono quasi assenti (anche negli Stati Uniti, dove il riferimento religioso è più presente), il fatto di parlare di preghiera, il digiuno, obblighi morali e abbigliamento legati alla religione sembra già quasi eccessivo. I musulmani </span></span><span style="font-family: 'times new roman';"><span style="font-size: small;">moderati sarebbero quindi quelli che non mostrano alcuna distinzione di abito, che bevono alcool o che praticano la loro religione &#8220;come noi la nostra”, vale a dire non troppo seriamente, o almeno in modo non visibile. Le storie e riferimenti non sono gli stessi e il concetto di moderazione si deve sempre considerare all&#8217;interno di ciascun universo di riferimenti.</span></span></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0pt;"><span style="font-family: 'times new roman';"><span style="font-size: small;">Non si può negare, però, che tra le diverse correnti islamiche (letteralista, tradizionalista, riformista, razionalista, mistica o esclusivamente politica), ci siano  interpretazioni dogmatiche ed eccessive. E&#8217; sicuramente nelle correnti letteraliste,  tradizionaliste e politicizzate, che troviamo le interpretazioni  più chiuse che promuovono dei pareri legali che non tengono conto dei contesti storici e sociali, sia riguardo alla pratica in quanto tale che  alla cultura, le relazioni umane,  le donne o i rapporti con i &#8220;non-musulmani&#8221;. Circa quest&#8217;ultimi, alcuni gruppi possono chiedere ai musulmani di non intrattenere relazioni con i cristiani, ebrei o atei, o talvolta anche fare discorsi di rifiuto o di ostilità nei loro confronti. All&#8217;interno, alcuni di questi gruppi minoritari criticano le altre tendenze  musulmane arrivando perfino a mettere in discussione il carattere islamico del loro credere e della loro pratica. Ciò che è preoccupante e rende molto complessa la categorizzazione è che dei gruppi riformisti, razionalisti o mistici sviluppano &#8211; internamente – lo stesso atteggiamento dogmatico nei confronti dei loro correligionari,  cercando di  delegittimare la loro appartenenza religiosa  con giudizi netti e a volte perfino esclusivisti. Risulta chiaro che la moderazione è multidimensionale e non si esprime  solo in relazione all&#8217;Occidente o ai &#8220;non-musulmani&#8221;. E&#8217; importante riconoscere e rispettare la diversità delle interpretazioni islamiche, perché è l&#8217;unico modo per avviare un dialogo intracomunitario, così necessario al giorno d&#8217;oggi.</span></span></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0pt;">
<p style="text-align: justify; margin: 0pt;"><span style="font-family: 'times new roman';"><span style="font-size: small;">L&#8217;analisi del posizionamento politico rende le cose ancora più complesse, a causa della grande confusione e della precarietà delle qualificazioni. Di chi parliamo o meglio di che cosa parliamo esattamente? La questione della moderazione politica è del tutto soggettiva. L&#8217;esempio dell&#8217;Afghanistan è  emblematico: le stesse persone che ieri sono state qualificate come &#8220;resistenti&#8221; contro l&#8217;invasione russa sono ora descritte come &#8220;terroristi&#8221; perché lottano contro l&#8217;occupazione anglo-americana. Se tutti sono d&#8217;accordo nel condannare gli atti di terrorismo che prendono di mira i civili negli Stati Uniti, a Casablanca, a Bali, Amman, Madrid o Londra che ne è della resistenza irachena, dell&#8217;Afghanistan o in Palestina, nei confronti di occupazioni considerate o percepite come illegali? Gli “estremisti” sono i resistenti e i “moderati” quelli che accettano la presenza di forze americane, inglesi, russe o israeliane? O ancora che dire degli  oppositori demonizzati, unilateralmente descritti come &#8220;estremisti&#8221; o &#8220;terroristi&#8221; da parte di certi regimi dispotici? Chi decide e  quali sono i parametri? Ho avuto personalmente a che fare con questo tipo di qualificazione a geometria variabile. Ricevuto nel 2003 al Dipartimento di Stato americano sono stato presentato come un musulmano &#8220;aperto&#8221; e &#8220;moderato&#8221;. Quasi un anno dopo, sotto l&#8217;amministrazione Bush, le mie critiche sulla politica degli Stati Uniti in Iraq e in Palestina (di cui io riconosco la legittimità della resistenza, senza in alcun modo giustificare gli attacchi contro i civili e gli innocenti) mi hanno trasformato in potenziale &#8221; sostenitore dei terroristi&#8221; e mi hanno vietato di entrare negli Stati Uniti. Sei anni più tardi, l&#8217;accusa riguardo al terrorismo è caduta ed ecco che ora l&#8217;amministrazione Obama, considera che le mie opinioni non siano pericolose e che io sia  utile al dibattito critico circa l&#8217;Islam: posso così entrare di nuovo nel territorio americano.</span></span></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0pt;"><span style="font-family: 'times new roman';"><span style="font-size: small;">Non solo la &#8220;moderazione&#8221; politica è un concetto discutibile, ma la confusione tra sfera religiosa e politica rende l&#8217;analisi ancora più aleatoria. Si suppone velocemente,  troppo velocemente, che una donna o un uomo religiosamente &#8220;liberali&#8221; quando si tratta di pratica dell&#8217;Islam  sviluppi opinioni politiche altrettanto &#8220;liberali.&#8221; Tuttavia, non è così e gli esempi sono schiere di politici, intellettuali e attivisti che sono effettivamente musulmani con concezioni e  pratiche di molto liberali (o assenti), ma che politicamente sostengono dei regimi dittatoriali molto duri. La moderazione religiosa non dice nulla circa la  moderazione politica: si tende a volte a confondere questi ordini nelle analisi proposte in Occidente. Studi più approfonditi sono necessari per permettere una valutazione più chiara delle rispettive posizioni e delle tendenze  religiose e politiche presenti.</span></span></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0pt;">
<p style="text-align: justify; margin: 0pt;"><span style="font-family: 'times new roman';"><span style="font-size: small;">Il rapporto con “l&#8217;Occidente” è pure  un parametro interessante per valutare le posizioni politiche e </span></span><span style="font-family: 'times new roman';"><span style="font-size: small;">religiose dei musulmani contemporanei. Se i gruppi estremisti violenti concepiscono il rapporto con  l&#8217;Occidente esclusivamente in termini di opposizione e come rapporto di forza religiosa, politico, culturale ed economica, la stragrande maggioranza dei musulmani del mondo &#8211; tra cui ovviamente l&#8217;Occidente musulmano &#8211; riconosce le conquiste della società occidentale,  rivendicando allo stesso tempo il diritto di decidere per se stessi i contorni della propria identità, delle  pratiche e  speranze spirituali. In questo senso le critiche e il rifiuto dell&#8217;Occidente sono principalmente legati ad un rifiuto del rapporto di dominazione politica, economica e culturale. La religione è spesso un fattore di mobilitazione naturale nelle società  a maggioranza musulmana, ma ciò che è da criticare in primo luogo è l&#8217;</span></span><span style="font-family: 'times new roman';"><span style="font-size: small;"><span style="color: #000000;">intromissione</span> </span></span><span style="font-family: 'times new roman';"><span style="font-size: small;">politica ed economica e le incoerenze del sostegno occidentale ai regimi più autocratici e  corrotti. Il discorso strettamente religioso è a larga maggioranza moderato nei confronti dell&#8217;Occidente, anche tra le fila dei movimenti islamisti dalla Malaysia fino al Marocco, passando per il governo turco attuale, il cui obiettivo è quello di entrare nell&#8217;Unione europea. L&#8217;area di tensione e di potenziale conflitto, non è religiosa e non ha nulla a che fare con l&#8217;Islam o i &#8220;musulmani moderati&#8221;: si tratta di questioni politiche che dovrebbero essere trattate come tali.</span></span></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0pt;"><span style="font-family: 'times new roman';"><span style="font-size: small;">Si può decidere in Occidente che i musulmani moderati siano quelli che sono invisibili, o quelli che &#8216;ci rassomigliano,&#8217; o quelli che accettano le condizioni della loro dominazione. Tali ragionamenti e tali conclusioni non consentiranno tuttavia di comprendere le dinamiche che percorrono le società a maggioranza musulmana e le comunità stabilite in Occidente. Queste sono molte e complesse: vi è un dibattito strettamente religioso (in termini di filosofia del diritto islamico e dei suoi fondamenti) sul concetto di moderazione (wasatiyya) che è importante capire in tutta la sua ampiezza. Esso permette una migliore comprensione dei temi centrali del dibattito intracomunitario tra le diverse tendenze e delle disposizioni esclusiviste e talvolta dogmatiche in seno a correnti apparentemente molto aperte. Questo approccio aiuta ad affrontare le questioni politiche con meno pregiudizi e / o ingenuità. Una volta condannati i gruppi estremisti violenti che uccidono civili ed innocenti, si deve contestualizzare le posizioni politiche al fine di non semplificare la griglia di analisi con conclusioni del tipo: i &#8220;moderati&#8221; sono quelli che ci sostengono o che ci rassomigliano e altri sono dei fondamentalisti islamici o degli islamisti estremisti. Queste considerazioni sono ideologiche e causano una confusione che impedisce di comprendere la vera natura  delle questioni che è  essenzialmente di ordine politico ed economico. Questo è ciò che si cela dietro la retorica dello &#8220;scontro di civiltà&#8221; che oppone, in termini  religiosi e culturali delle entità prefabbricate che non riflettono in alcun modo le aspirazioni di giustizia e di libertà che si esprimono nei due universi di referenze. E&#8217; in questo senso che la voce di coloro che difendono con forza la moderazione religiosa (che come abbiamo già detto rappresenta la stragrande maggioranza dei musulmani), deve farsi ascoltare in modo più &#8220;radicale&#8221; per tradurre in termini adeguati la somiglianza dei valori etici, ma anche la natura dei rapporti di forza politica ed  economica profondamente asimmetrica. È importante che queste voci si facciano sentire ed esprimano che la moderazione religiosa, da un lato, può unirsi alla radicalità di un  discorso politico, non violento e democratico, contrapposto al dominio, allo sfruttamento e all&#8217;oppressione in tutte le sue forme.</span></span></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0pt;">
<p style="text-align: justify; margin: 0pt;">Tariq Ramadan</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0pt;">
<p style="text-align: justify; margin: 0pt;">traduzione a cura di Patrizia Khadija Dal Monte</p>
<p style="text-align: justify; margin: 0pt;">
<p style="text-align: justify; margin: 0pt;"><span style="font-family: 'times new roman';"><span style="font-size: small;">giovedì 11 febbraio 2010, </span></span></p>
<p style="text-align: justify; margin: 0pt;"> </p>
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		<title>Egitto, Palestina: il muro della vergogna</title>
		<link>http://www.islam-online.it/2010/01/egitto-palestina-il-muro-della-vergogna/</link>
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		<pubDate>Tue, 12 Jan 2010 07:06:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Patrizia Khadija Dal Monte</dc:creator>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>
		<category><![CDATA[Articoli Tariq Ramadan]]></category>

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		<description><![CDATA[  E&#8217; noto che i palestinesi sono da lungo tempo le vittime dirette di politiche arabe caotiche, senza spina dorsale e ipocrite. Così già si sa che lo Stato di Israele non ha bisogno di fare grandi sforzi per imporre la propria visione,  metodi e  obiettivi: col sostegno degli Stati Uniti, nel silenzio complice dell&#8217;Europa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"> </p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">E&#8217; noto che i palestinesi sono da lungo tempo le vittime dirette di politiche arabe caotiche, senza spina dorsale e ipocrite. Così già si sa che lo Stato di Israele non ha bisogno di fare grandi sforzi per imporre la propria visione,  metodi e  obiettivi: col sostegno degli Stati Uniti, nel silenzio complice dell&#8217;Europa e la complicità passiva degli Stati arabi, si deve constatare che la sua causa<span style="color: #000000;"><span style="background: none transparent scroll repeat 0% 0%;"> è certo ben ascoltata.</span></span><span style="color: #000000;"> </span>Alcuni hanno parlato, in parte a ragione, della &#8220;politica pro-sionista” degli Stati arabi. Eravamo già coscienti della codardia e del tradimento: nulla di nuovo all&#8217;orizzonte.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Era ragionevole pensare che il peggio fosse stato già stato raggiunto con l&#8217;offensiva criminale e omicida delle forze israeliane nella Striscia di Gaza un anno fa. Non avevamo tenuto conto della capacità creativa in termini di “ancor peggio ” che ci avrebbe offerto il governo egiziano e la delegazione di &#8220;autorità religiose&#8221; di al-Azhar. In nome della “sicurezza nazionale” contro il “terrorismo” e, pure, per la lotta alla “corruzione”, il &#8220;contrabbando&#8221; e il &#8220;traffico di droga&#8221; di quei &#8220;ribelli&#8221; di Gaza, il governo egiziano ha deciso di costruire un muro sotterraneo di più di venti metri di profondità per impedire che &#8220;gli abitanti di Gaza&#8221; continuino i loro atti &#8220;illegali&#8221; di costruzione &#8220;di tunnel per il contrabbando.&#8221; Il governo egiziano, non ha certo intenzione di sigillare gli abitanti nel loro inferno è, ovviamente, una questione di sicurezza nazionale! Ciò è talmente vero che la commissione di sapienti di al-Azhar, ha avallato tale decisione dicendo che è &#8220;islamicamente lecita&#8221; (conforme alla Shari&#8217;a) per proteggere le sue frontiere (in risposta ad una fatwa World Union of Muslim Scholars, che diceva esattamente il contrario, vale a dire che quella decisione era &#8220;islamicamente inaccettabile&#8221;). </p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Che vergogna! Come ci si può permettere di giocare così con la giustizia, strumentalizzare in tal modo il potere e la religione. Il popolo palestinese, e in prima fila gli abitanti di Gaza, vivono una negazione totale della dignità e del diritto, non hanno più accesso al cibo, acqua e cure, ed ecco che il governo egiziano si fa alleato della peggiore politica israeliana: isolare, strangolare, affamare, soffocare i civili palestinesi dopo averli decimati a centinaia. Per schiacciare la resistenza e <span style="color: #000000;">mettere alle corde i leader</span>. Il governo egiziano ha bloccato i convogli che cercavano di soccorrere il popolo palestinese con la speranza di togliere il blocco su Gaza. La mobilitazione che ha permesso a centinaia di donne e uomini di tutto il mondo di riunirsi a Rafa ha incassato rifiuto su rifiuto da parte del governo del Cairo, il tutto condito con qualche umiliazione mirata.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"> Che vergogna davvero! Il governo israeliano può sorridere contento. Nello stesso momento in cui ci annunciano il lancio nuovo e &#8220;promettente&#8221; del &#8220;processo di pace&#8221;! Tutte le parti ne saranno soddisfatte, ci viene detto, gli Stati Uniti sostenuti da Arabia Saudita e &#8230; l&#8217;Egitto, hanno notevolmente contribuito all&#8217;elaborazione di questo &#8220;programma completo.&#8221; Bel &#8220;processo di pace&#8221; in nome del quale si è dovuto sottomettere dei civili a mesi di boicottaggio, prima di invitare i loro leader al tavolo delle trattative &#8220;molto libere&#8221; e &#8220;molto rispettose&#8221;. Il governo israeliano può sorridere, ovvio: guadagna ancora tempo e non perde su nessun dossier. La sua politica di costruzione di nuovi insediamenti sarà temporaneamente bloccata &#8230; ad eccezione delle costruzioni già in corso. Bella negoziazione davvero!</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Deve essere detto e ripetuto: &#8220;il-muro-egiziano-di-sicurezza-nazionale-&#8221; è una vergogna. Le autorità religiose che l&#8217;hanno, oltretutto, legittimato, hanno agito come quei noti “ulam<span style="font-family: Times New Roman, serif;">â”</span> (gli studiosi islamici) o &#8220;consigli islamici&#8221;, sottomessi o al potere, alle dittature, chi alle forze coloniali o chi ancora ad una Repubblica qualsiasi poco coerente e manipolatrice del religioso. Cosa può rimanere loro in termini di credibilità dopo l&#8217;emissione di una tale fatwa politica&#8221;, che aggiunge alla dittatura politica la garanzia islamica della vigliaccheria di studiosi islamici (ulama)? Il silenzio sarebbe stato preferibile.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Dobbiamo denunciare l&#8217;inaccettabile e stare insieme di coloro che resistono con dignità. Se c&#8217;è una cosa che i diversi governi israeliani succedutosi nel tempo sanno e con la quale noi siamo d&#8217;accordo, è che il popolo palestinese non si arrenderà. E per coloro che avessero qualche dubbio, aggiungiamo a questa certezza, una seconda verità: la storia è dalla parte dei palestinesi e sono loro che rappresentano oggi e per il domani la speranza dei valori umani più nobili. Resistere all&#8217;oppressore, difendere i loro legittimi diritti e la loro terra, e non cedere mai alla arroganza e alle menzogne dei potenti. Riguardo ai poteri israeliani, egiziani o di altro tipo, o ancora alle Fataawa (plurale di fatwa) di ulama da loro designati, passeranno, certamente passeranno, e saranno con piacere dimenticati. Per fortuna. Il dovere della memoria si trasforma in invito all&#8217;oblio quando si tratta dei nomi e delle azioni di dittatori, traditori e vigliacchi.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"> Giovedì, gennaio 7, 2010, di Tariq Ramadan</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"> Traduzione di Patrizia Khadija Dal Monte</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"> </p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"> </p>
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		<title>Della legge e dei valori: dibattito sul &#8220;burqa&#8221; e circa l&#8217;identità nazionale</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Jan 2010 06:42:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Patrizia Khadija Dal Monte</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<a href='http://www.islam-online.it/2010/01/della-legge-e-dei-valori-dibattito-sul-burqa-e-circa-lidentita-nazionale/' ><img src="http://www.islam-online.it/wp-content/uploads/immagini/imagesCA54XKI71.jpg" style="border:0; float:left; margin: 0 1em .5em 0;" alt="Della legge e dei valori: dibattito sul &#8220;burqa&#8221; e circa l&#8217;identità nazionale" title="Della legge e dei valori: dibattito sul &#8220;burqa&#8221; e circa l&#8217;identità nazionale"/></a>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">I molteplici dibattiti sui valori e le leggi possono certo essere interessanti, ma non risolvono i veri problemi della vita e della quotidianità. Le filosofie teoriche &#8211; e idealistiche – possono diventare, nonostante le buone intenzioni, vere e proprie manovre diversive. Si evita il cuore dei problemi, le azioni e la vita reale. Dobbiamo quindi promuovere “una filosofia della vita quotidiana”, una filosofia applicata per valutare ciò che è nella legge, nelle sue interpretazioni e le proiezioni psicologiche e simboliche. Una filosofia di &#8220;noi in concreto&#8221;. Il panorama è certo meno ispirato, i colori più spenti e contraddizioni e incongruenze innumerevoli. Nelson Mandela aveva giustamente osservato, un giorno, che la qualità di una democrazia si misura dal modo in cui tratta le &#8220;minoranze&#8221;. Poneva immediatamente il dibattito sul piano pratico, politico, concreto e quotidiano. Il concetto di minoranza può essere insieme legale e psicologico: sono sovente coloro che sono considerati legalmente, psicologicamente o anche simbolicamente come non facenti parte della società originaria, della sua cultura, della sua &#8220;psiche collettiva &#8220;a cui è attribuito in tutti questi casi, formali o informali, lo status di&#8221; minoranza &#8220;, ma può anche essere una comunità culturale che si riconosca nella legge ma il cui numero ristretto ne faccia effettivamente una realtà di minoranza.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Comunque è necessario fare attenzione, come ci ricordano i sociologi, da Weber a Bourdieu, a non dimenticare le vecchie categorie economiche e sociali che rimangono essenziali per il trattamento degli individui nelle società moderne e tradizionali. Le discriminazioni e le ingiustizie rimangono in primo luogo e sopratutto una questione di &#8220;classi sociali&#8221;, anche se i discorsi cercano oggi di &#8220;culturalizzare&#8221; il dibattito o di farne delle questioni religiose ( &#8220;religionizzare” come dice una formula inglese). L&#8217;esclusione sociale, la disoccupazione e l&#8217;emarginazione dei più poveri e delle donne restano i grandi mali della società contemporanea: il fenomeno non è certo nuovo, ma il nostro approccio a queste tematiche trasforma questi rapporti di potere socio-economico e politico in un, per così dire, &#8220;nuovo&#8221; problema di differenziazione culturale, o &#8220;di civiltà&#8221;. Ciò che è più preoccupante è l&#8217;adesione di disoccupati e poveri a questa nuova interpretazione dei problemi sociali e che essi siano tentati, invece di evidenziare il comune destino di sfruttamento e miseria, di invocare essi stessi la differenza culturale e religiosa che li distinguerebbe dall&#8217;emarginazione sociale e religiosa degli altri. La psicologia e le rapprentazioni (sociali e mediatiche) hanno una potenza immesamente superiore ad ogni altro fenomeno nel dividere i ranghi di una possibile resistenza. I fattori religiosi e culturali possono essere innestati sulle realtà socio-economiche, ma non le sostituiscono mai completamente: si tratta di fenomeni aggravanti, nel senso che la discriminazione culturale e religiosa spesso si aggiunge all&#8217; esclusione sociale e a complicarla . Le teorie economiche, politiche e sociologiche che tentano di spiegare i meccanismi di esclusione sono le prime griglie oggettive di analisi : si tratta di rapporti di dominazione piuttosto convenzionali.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">E&#8217; provvisti di questi strumenti che si dovrebbe iniziare lo studio dei nuovi fenomeni di discriminazione culturali e religiosi: così, oggi, essere poveri &#8220;, africani, arabi o asiatici&#8221; (o percepiti tali) e &#8220;musulmano&#8221; (o percepito come tale) è accumulare delle tare. Nel quotidiano ciò significa essere confrontati con il razzismo spontaneo e / o strutturale: cattivi trattamenti, blocchi alla soglia di lavoro o durante l&#8217;ascesa sociale (a partire da un certo livello, si considera che la / il rappresentante della diversità culturale abbia naturalmente raggiunto la sua soglia invalicabile di competenza). I testi delle leggi dicono il contrario, ma la pratica è collegata, come abbiamo già detto, alle rappresentazioni, proiezioni e paure: il razzismo strutturale e le discriminazioni istituzionali si radicano insidiosamente e provocano, a lungo termine, un doppio fenomeno estremamente negativo. Il primo agisce nelle vittime &#8211; poiché sono realmente vittime di discriminazione e di ingiustizia nella vita quotidiana &#8211; sviluppando in esse una mentalità da &#8220;vittima&#8221;, un atteggiamento vittimista, molto negativo. Tutto per loro si spiegherebbe e sarebbe giustificato dal razzismo, e non dalla mancanza di competenze o di conoscenza delle istituzioni e dei codici. La seconda si radica, invece, nella mente di coloro che costituiscono &#8220;la maggioranza simbolica&#8221; per i quali la differenza di origine finisce per giustificare un trattamento differenziato: assistiamo ad una normalizzazione, su larga scala, della stigmatizzazione dell&#8217; altro, un razzismo di massa che ci ricorda le ore più buie della storia.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Delle donne e degli uomini anche se hanno accolto le quattro &#8220;l&#8221; (rispetto della legge, padronanza della lingua, la lealtà critica e senso della libertà), che dovrebbero fare di loro cittadini riconosciuti, devono ancora e sempre giustificarsi e dare prova non sono pericolosi e che sono una risorsa per la società. I cittadini di &#8220;origine immigrata&#8221;, con sembianze di arabi, africani e asiatici sono esenti dall&#8217; affrontare questi problemi solo quando sono particolarmente fortunati, come i musicisti o gli sportivi ad alto livello. L&#8217;applicazione della legge e le rappresentazioni collettive li accolgono allora in modo del tutto diverso: &#8220;Sono dei nostri”, ci rappresentano, quando “ci” piace la loro musica e i loro talenti “ci” permettono di vincere delle competizioni sportive.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Siamo nell&#8217;ordine dei meccanismi psicologici e delle rappresentazioni e non è poi così strano che ciò avvenga proprio nell&#8217;epoca della comunicazione globale, della supremazia dei mezzi di comunicazione e delle migrazioni permanenti. Ormai dobbiamo abituarci all&#8217;idea che i valori e le leggi non ci proteggono affatto se non lavoriamo sul piano educativo, la critica dell&#8217;informazione e il controllo delle rapprestazioni. I mezzi di persuasione di massa, oggi, sono così potenti che tutto è loro possibile: il popolo e le folle, anche le più istruite, sono sempre più vulnerabili e sono potenziali oggetti delle campagne populiste più detestabili e delle manipolazioni mediatiche più pericolose. Niente è acquisito per sempre e sessant&#8217;anni dopo la ratifica della Dichiarazione dei Diritti dell&#8217;uomo, vediamo oggi che tutto è ancora possibile: le &#8220;regole del gioco sono cambiate, come ha detto in un&#8217;occasione, l&#8217;ex primo ministro Tony Blair . E ce n&#8217;è motivo! La sorveglianza, la perdita del nostro diritto alla privacy, estradizioni sommarie, campi di tortura &#8220;civilizzate&#8221; disseminati nel mondo, aree di non diritto ormai legittimate, ecc. La normalizzazione della violenza sembra averci atrofizzati e i trattamenti disumanizzati intorno a noi ci lasciano sempre più insensibili: certo abbiamo perso la capacità di stupirci le cose della vita, per pessimismo o lassismo, ma dobbiamo constatare che abbiamo anche pericolosamente perso la nostra capacità di indignazione e di ribellione. Le nostre rappresentazioni si uniformano nella misura in cui la nostra intelligenza e la nostra sensibilità si atrofizza. Le leggi migliori possono ancora darci delle illusioni, ma esse non avranno alcuna efficacia in termini di tutela o di promozione del rispetto della dignità umana, se le nostre coscienze non le investono di sostanza, di senso e di umanità.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"> </p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><strong>&#8220;Noi&#8221;? </strong></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Un approccio olistico a queste realtà richiede che si riscopra, rispettivamente, insieme e nella pratica, dei valori e dei principi fondanti. L&#8217;educazione, la vita quotidiana, l&#8217;interazione con i nostri simili di diversa origine, cultura e religione, sono i mezzi con cui possiamo cogliere concretamente la nostra comune umanità e capire che essa è per essenza costituita dalla diversità e da una miriade di identità e tradizioni. I nostri simili fungono da specchi permettendoci di capire che noi stessi abbiamo identità multiple e che non siamo riducibili alla nostra origine, ad una religione, ad un colore o ad una nazionalità. Questa educazione e queste relazioni forgiano un sapere e strutturano una psicologia. Ci vuole tempo, pazienza e impegno: fare evolvere le mentalità e cambiare le percezioni e le rappresentazioni richiede un lavoro continuo di accompagnamento a livello locale e nazionale. Si deve dare vita ad &#8220;una filosofia del pluralismo&#8221; attraverso l&#8217;impegno pratico, con progetti condotti da persone che rappresentino la diversità di culture e religioni, ma informate dalla preoccupazione condivisa di rispondere alle sfide comuni. Si crea così una psiche collettiva, una sensibilità comune, un senso di reciproca appartenenza.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Cose che non accadono a livello legislativo, ma ben al di sotto. Come e perché, in un momento particolare della storia o dell&#8217;esistenza, un gruppo è in grado di dire &#8220;noi&#8221; permettendo ai suoi membri di starci bene, come a casa propria. Un gruppo, una società &#8230; che una legge regola e organizza e una sensibilità comune cementa e unifica. Non è questione allora di sapere il limite formale dei nostri diritti, ma di entrare in contatto con la sensibilità dell&#8217; altro, i suoi valori, i suoi dubbi e la sua ricerca. Troveremo così nuovi percorsi e gli sforzi che altri compiono per essere se stessi, per raggiungere l&#8217;equilibrio, la pace. Si accede all&#8217;empatia, di cui abbiamo già parlato, e si diventa in grado di identificare gli spazi sacri di quest&#8217; &#8220;altro&#8221; che è nostro vicino: l&#8217;importanza dei suoi valori, i suoi amori, le sue convinzioni e anche la mappa della sua psicologia e sensibilità. Abbiamo tutti, come già rilevò Mircea Eliade, fino agli autori i più moderni, una mappa personale di ambiti, di elementi sacri e profani: formiamo una società, quando diventiamo capaci, da soli, in due, tre, centinaia di migliaia o milioni, di decifrare reciprocamente le direttrici principali dei nostri rispettivi itinerari e li rispettiamo, perché ne abbiamo capito il senso generale.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">La legge è necessaria, lo abbiamo più volte ribadito. Tuttavia, formare una società richiede di oltrepassare il livello legislativo per raggiungere quello della civiltà. Qui non si tratta di utilizzare la legge per sapere qual&#8217; è il limite di usare i miei diritti per impormi o aggredire l&#8217;altro che mi dà fastidio (o di cui non ho fiducia), ma al contrario, è necessario preoccuparsi della convivialità, secondo l&#8217;espressione benvenuto e le aspirazioni del pensatore dell&#8217;ecologia politica Ivan Illich. Come abbiamo detto, ci sono cose che sono legali, ma che la dignità e la decenza ci suggeriscono di evitare. Si deve sapere esercitare i propri diritti, ma è importante aggiungervi il senso di comunità umana, la preoccupazione per l&#8217;altro, la sensibilità condivisa e un reciproco affetto. Si tratta a monte di etica e di umanismo &#8211; e poi &#8211; di legge. Illich si opponeva alla scuola, &#8220;nuova chiesa&#8221; che prometteva la &#8220;salvezza&#8221;, alla luce di un ordine economico orientante la conoscenza e plasmante i comportamenti verso la competizione e il rendimento. Ispirandosi alle parabole della Bibbia, ne aveva ripreso l&#8217;adagio: &#8220;La corruzione del meglio diventa il peggio&#8221;, e aveva cercato di riflettere sul futuro delle nostre società moderne: il nostro desiderio di velocità, di guadagno, di successo sociale, insieme con le nostre paure l&#8217;altro, della sua differenza, dell&#8217;insicurezza ci portano a trasformare veramente il meglio in peggio.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">I nostri stati di diritto diventano fortezze dentro le quali proteggiamo i nostri interessi e molti dei nostri egoismi; i nostri diritti, tra cui in primo luogo la libertà di espressione, diventano strumenti utilizzati per marcare il territorio e provocare inutilmente la rabbia e le reazioni di coloro di cui diffidiamo o di cui semplicemente non gradiamo la presenza o le convinzioni personali. Le nostre democrazie utilizzano la persuasione e la manipolazione &#8220;legale&#8221; di massa per giustificare &#8211; con o senza l&#8217;accordo della massa &#8211; le nuove guerre di civilizzazione, destinate a civilizzare e democratizzare. Queste perversioni fomentano i timori e i sospetti impedendo di accedere, a livello locale e internazionale, alla convivialità che alimenta tra gli individui un senso di appartenenza. Ci siamo, a livello internazionale e mondiale, trasformati in fabbricatori di ghetti. Le nostre appartenenze si accartocciano su se stesse, l&#8217;adesione, il nostro umanesimo diventa tribale e <span style="background: none transparent scroll repeat 0% 0%;">viscerale</span> e il nostro universalismo è ben ristretto.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Dobbiamo reimparare a dire &#8220;Noi&#8221;! Come posso dire &#8220;io&#8221; appartenendomi, si deve poter dire &#8220;noi&#8221;, riconoscendo la nostra comune appartenenza. A nessuno dispiacerebbe che le persone si sedessero attorno ad un tavolo e dialogassero sul modo migliore per dire &#8220;noi&#8221; e di rispettarsi reciprocamente. E tuttavia, è possibile che sia proprio tale metodo ad impedire l&#8217;ottenimento del risultato. E&#8217; la stessa cosa con il concetto di integrazione: il modo migliore per impedire &#8220;l&#8217;integrazione&#8221; è quello di continuare a discuterne ossessivamente. Il sentimento di appartenenza non può mai essere decretato nelle stanze di riunione, ma nasce nella vita comune di tutti i giorni, nelle strade, nelle scuole, di fronte alle sfide comuni.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Fare teorie e dibattiti sul &#8221; sentimento di appartenenza&#8221;, corrisponde a renderlo impossibile: si tratta di un sentimento e vi si accede vivendolo, sperimentandolo. La legge comune ci protegge, ma sono le cause comuni che ci permettono di rispettarci e amarci (agendo insieme &#8220;per&#8221; una causa e non solo &#8220;contro&#8221; una minaccia). Impegnarsi insieme a rispettare la dignità umana e la salvaguardia del pianeta o ancora nella lotta contro la povertà, la discriminazione, tutte le forme di razzismo, per promuovere le arti, le scienze, sport e cultura con responsabilità e creatività, è il modo migliore, secondo noi, di sviluppare una convivialità reale, vissuta, effettiva.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Nella fiducia, cessiamo di aggredire inutilmente il nostro vicino per testarlo, e sappiamo anche prendere una distanza intellettuale critica nei confronti dell&#8217;umore o delle provocazioni del prossimo. Ci si costituisce come soggetto, &#8220;Io&#8221;, quando abbiamo scoperto il senso del nostro progetto personale, ci si costituisce in &#8220;noi&#8221;, comunità o società, quando abbiamo individuato un progetto comune, collettivo. Non è il dialogo tra soggetti umani che il più delle volte cambia il punto di vista sull&#8217;altro, ma l&#8217;essere consapevoli di essere sullo stesso percorso, la stessa strada, con le stesse aspirazioni (che a volte interminabili discussioni fanno divergere). Quando la coscienza ha ammesso e riconosciuto la comunione dei cammini, ha già socchiuso una porta del cuore: abbiamo sempre un po &#8216;d&#8217;amore per coloro che condividono le nostre speranze. Il &#8220;Noi&#8221; è agli argini dei cammini che conducono alle stesse finalità.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Giovedi, Dicembre 24, 2009, da Tariq Ramadan</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Estratto di <em>“L&#8217;altro in noi, per una filosofia del pluralismo” </em>Presses du Châtelet, 2009</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Traduzione Patrizia Khadija Dal Monte</p>
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		<title>Iniziativa minareti in Svizzera. La disamina delle responsabilità</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Dec 2009 15:38:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Patrizia Khadija Dal Monte</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Tariq Ramadan Il risultato è stato scioccante anche per i promotori del referendum. Avevano pronosticato un sostegno del 34% e invece il 57% della popolazione svizzera (con una partecipazione molto alta) ha aderito ad un&#8217;iniziativa che svela chiaramente i timori e la diffidenza degli svizzeri nei confronti dell&#8217;Islam e dei musulmani. Il partito UDC ha [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">di Tariq Ramadan</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Il risultato è stato scioccante anche per i promotori del referendum. Avevano pronosticato un sostegno del 34% e invece il 57% della popolazione svizzera (con una partecipazione molto alta) ha aderito ad un&#8217;iniziativa che svela chiaramente i timori e la diffidenza degli svizzeri nei confronti dell&#8217;Islam e dei musulmani. Il partito UDC ha utilizzato i minareti e la loro visibilità contemporaneamente come simbolo e come pretesto per una campagna durante la quale il partito ha continuato a stigmatizzare l&#8217;Islam come &#8220;intrinsecamente incompatibile con i valori e la cultura svizzera&#8221; e i musulmani come necessariamente &#8220;inclini all&#8217;espansione, la colonizzazione, e quindi l&#8217;islamizzazione della Svizzera.”</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">L&#8217;argomentare è stato spesso grossolano, approssimativo, cioè xenofobo e razzista, ma la voce di questo partito (il solo a sostenere questa iniziativa contro tutti gli altri partiti) è stata ascoltata e la maggioranza dei miei concittadini, ha alla fine sostenuto un&#8217;iniziativa vergognosa, inquietante e gravemente discriminatoria. Non è sicuro che essa sia riconosciuta valida presso la Corte Europea <span style="color: #000000;">di </span>Giustizia, ma i fatti rimangono: un popolo il cui Paese ha solo quattro minareti e che è meno toccato rispetto ai Paesi vicini dalle crisi sociali, ha deciso di sfidare la sua tradizione millenaria di rispetto per la libertà di culto, discriminando di fatto una determinata comunità religiosa. I musulmani svizzeri, per la maggior parte bosniaci e turchi, non hanno mai posto alcun problema reale e le autorità avrebbero di che rallegrarsi per un inserimento così riuscito e gratificante.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Che cosa è dunque accaduto in Svizzera? L&#8217;Udc ha condotto una campagna fondata sulla paura e la diffidenza, con manifesti a volte scandalosi per gli amalgami perpetrati, tra cui minareti disegnati come missili su di una bandiera svizzera con in primo piano l&#8217;immagine di una donna con il burqa. Stereotipi serviti con il facile successo che ben conosciamo. Davanti a questo approccio pesante, rozzo e pericoloso, dobbiamo riflettere sulle responsabilità: come può essere avvenuto un tale successo, quando tutta la classe politica era contraria ad eccezione di un solo partito?</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">I musulmani svizzeri debbono capire il messaggio: i loro concittadini nutrono paura e sospetti verso di loro. E&#8217; importante che essi siano più presenti, più attivi nella società e non solo in atteggiamento di difesa quando si tratta di Islam. Si tratta per le cittadine e cittadini svizzeri, come le residenti e i residenti di impegnarsi nei dibattiti sociali (scuola, lavoro, economia, politica, cultura, ecologia, ecc.) in modo positivo e costruttivo. Normalizzare la loro presenza portando il loro contributo umano, etico, plurale e da cittadini nelle discussioni in questione. Ci vorrà tempo, ma gli atteggiamenti cambiano a contatto con gli esseri umani e non con semplici dichiarazioni di buone intenzioni.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Anche i politici hanno la loro parte di responsabilità nei risultati catastrofici del referendum. Se la maggioranza dei partiti si è opposta, si deve, tuttavia notare come le loro posizioni relative alla “questione musulmana&#8221; non siano state sempre così chiare. Erano contrari a questa iniziativa, ma con l&#8217;aggiunta sistematica di un &#8220;ma&#8221; alle loro prese di posizione: si sono sentiti in dovere di aggiungere che l&#8217;Islam pone un problema riguardo alla violenza, alle donne, all&#8217;&#8221;integrazione&#8221;, ecc . Questo è il messaggio che è stato recepito e sostenuto dal popolo svizzero: al di là dei minareti, l&#8217;Islam e i musulmani sono un problema!</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">È importante che i partiti si dissocino chiaramente da questa politica di sfiducia, dal discorso sulla &#8220;integrazione&#8221;, dopo tre generazioni, e, infine, da questa riluttanza a riconoscere che l&#8217;Islam è una religione svizzera (ed europea) e che la vasta maggioranza dei cittadini e dei residenti musulmani sono e saranno un bene per il futuro della società. È giunto il momento che i partiti politici si riconcilino con la politica e il governare, e propongano visioni coraggiose, costruttive ed inclusive, che cerchino di conciliare le politiche ugualitarie con la gestione della diversità. Non possono permettersi oggi di rimproverare all’UDC di vincere pigiando sul populismo, quando loro stessi non offrono niente in termini di politica sociale e hanno navigato, in tempo di elezioni, sugli stessi argomenti che recano insicurezza, dall &#8216;immigrazione alla questione dell&#8217;identità e dei valori “svizzeri” (o europei). La mancanza di coraggio e lungimiranza dei partiti politici tradizionali in Svizzera e in tutta Europa, offre una strada per il successo delle forze più populiste o di estrema destra.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">I media e i giornalisti dovrebbero, infine, porsi alcune serie domande sulla loro strategia, se ne esiste una. Perché, in nome della libertà di espressione combinata con l&#8217;audience (il rating), si mantiene un clima che passando di polemica in polemica, nutre inevitabilmente un sentimento generale di disagio e insicurezza. Dibattiti &#8220;talk show&#8221;, mancanza di approfondimento dei temi, informazione breve, veloce, senza alcuna prospettiva, sono fenomeni che modellano le emozioni e la sensibilità popolari che inclinano verso la paura, l&#8217;isolamento e il rifiuto dell &#8216; &#8220;altro&#8221;. Il populismo è sempre vincitore quando il dibattito è assente o è condotto in condizioni tali per cui le proposte semplicistiche e superficiali sovrastano necessariamente le argomentazioni intelligenti e ragionevoli. La democrazia non è solo il fatto che tutti possano esprimersi, ma che tutti possano farlo in condizioni che proteggano lo spirito critico e non conducano, invece, alla manipolazione degli istinti e delle emozioni popolari più selvagge. Se non si è vigili, e la storia ce l&#8217;ha dimostrato, il razzismo più odioso può instaurarsi democraticamente in una società che non gestisca in modo responsabile ed etico l&#8217;uso dei suoi mezzi di comunicazione. La responsabilità etica dei giornalisti consiste nel liberarsi dalla dittatura del rating e del guadagno: la paura, la polemica e la stigmatizzazione dell &#8220;altro&#8221; fa senz&#8217;altro audience e denaro, ed è inutile poi criticare l&#8217;evoluzione delle nostre società, quando i partiti populisti sfruttano proprio le logiche insite nelle nostre contraddizioni.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Le responsabilità vanno condivise. La strada sarà lunga e nel mio ultimo libro, <em>&#8220;La mia convinzione personale,</em>&#8221; ho scritto che saranno necessarie almeno due generazioni per superare le paure e le tensioni odierne. E&#8217; necessario, tuttavia, che l&#8217;UE e i cittadini svizzeri si assumano le proprie responsabilità cercando di aprirsi, di conoscere meglio l&#8217;altro, la sua complessità, i suoi valori e le sue speranze. E &#8216; una nostra responsabilità comune e per assolverla dobbiamo prima di tutto cessare di lamentarci e impegnarci insieme in nome di questo nuovo &#8220;noi&#8221; che ci definisce, per difendere i diritti acquisiti, l&#8217;uguaglianza degli esseri umani, la loro dignità e un rifiuto determinato del populismo e delle sue propaggini che ci delineano un futuro di razzismo e di conflitti, che è già troppo noto. E&#8217; responsabilità di tutti, ma per questo dobbiamo cessare di rimanere in silenzio, congelati e rifiutarci di giocare il ruolo delle vittime.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"> Lunedì 30 novembre 2009</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">traduzione di Patrizia Khadija Dal Monte</p>
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		<title>&#8220;La mia convinzione profonda&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Nov 2009 06:07:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Patrizia Khadija Dal Monte</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Islam]]></category>

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		<description><![CDATA[di Tariq Ramadan  Ramadan &#8211; professore di studi islamici a Oxford e autore di diversi libri interessanti e profondi sull&#8217;islam moderno – chiarisce le sue posizioni in questo libro volutamente breve, ben fatto e accessibile, confutando ciò che egli considera distorsioni del suo pensiero e critiche ingiuste. A Ramadan è stato vietato l&#8217;ingresso negli Stati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="MARGIN-BOTTOM: 0cm" align="center"><a href="http://www.islam-online.it/wp-content/uploads/immagini/imagesCAT7P66O.jpg"></a>di Tariq Ramadan </p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Ramadan &#8211; professore di studi islamici a Oxford e autore di diversi libri interessanti e profondi sull&#8217;islam moderno – chiarisce le sue posizioni in questo libro volutamente breve,<span style="background: none transparent scroll repeat 0% 0%;"> ben fatto</span> e accessibile, confutando ciò che egli considera distorsioni del suo pensiero e critiche ingiuste. A Ramadan è stato vietato l&#8217;ingresso negli Stati Uniti per insegnare con la revoca del suo visto nel 2004. Egli difende un approccio moderno dell&#8217;interpretazione islamica adattando – senza trascurarlo &#8211; l&#8217;approccio tradizionale. Egli racconta come dai primi giorni di insegnamento in Svizzera si sia in lui rinforzata la percezione che la solidarietà tra le varie comunità sia essenziale, e vi narra la commovente storia di uno dei suoi studenti morto di overdose di droga. La sua percezione del conflitto israelo-palestinese offre una piacevole novità rispetto alle posiz<span style="background: none transparent scroll repeat 0% 0%;">ioni di convenienza, concordate e costanti su questo tema. Esplorando in profondità questioni teologiche e sociologiche, come quella delle donne, fa emergere la sua affermazione più sentita e </span>di importanza fondamentale: si può essere cittadini occidentali e al contempo musulmani, senza conflittualità. &#8220;What I Believe&#8221;, (La mia convinzione profonda) non è solo una sintesi delle posizioni personali di Ramadan, ma anche un punto di riferimento per la vita dei musulmani in Occidente.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">*****</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Come analizzare le sfide e le difficoltà legate alla &#8220;nuova visibilità dei cittadini occidentali di fede musulmana&#8221;? Come comprendere, quando non siano già sotterrati, i delicati concetti di radici, identità, integrazione, immigrazione e sicurezza? Come pensare con pacatezza l&#8217;essere musulmano, senza brandire gli strumenti della &#8220;politica emotiva&#8221; che oggi sono rappresentati dal foulard, il niqab o il burqa? Queste sono alcune domande alle quali, qui, Tariq Ramadan, forte di un impegno di più di vent&#8217;anni contro lo &#8220;scontro di percezioni&#8221;, fornisce delle risposte franche, accessibili e imparziali. Superando pregiudizi e incomprensioni, invita in particolare i musulmani d&#8217;Occidente a rifiutare le reazioni legate all&#8217;essere minoritari e la tentazione di vittimismo, per sentirsi cittadini impegnati coscienti delle proprie responsabilità e dei propri diritti. L&#8217;onere ai non musulmani di riconoscerli come vicini di casa e cittadini a pieno titolo, per sviluppare una visione comune del futuro e favorire l&#8217;emergere di un vero pluralismo. Evadere dai &#8220;ghetti&#8221; mentali, sociali, culturali e religiosi per accedere ad una nuova epoca dell&#8217;islam occidentale: questa è la “convinzione profonda&#8221; e la possibilità che Tariq Ramadan invita ognuno ad accogliere, senza distinzione alcuna di cultura o di fede.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">*****</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-size: medium;"><strong>Preambolo </strong></span> </p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">DELLA VISIBILITA &#8216; </p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Le polemiche si susseguono e si rassomigliano. Nel corso degli ultimi cinque anni, mi sono trovato al centro di numerose polemiche, che al là della mia persona, rivelano la natura dei problemi che attraversano le società occidentali. Negli anni si è reso evidente che il pluralismo politico non garantisce una gestione pacifica e ragionevole del pluralismo culturale e religioso. In Francia come negli Stati Uniti, Belgio, Svizzera, Inghilterra, Italia, Spagna, e recentemente anche nei Paesi Bassi, ho dovuto affrontare diverse controversie nazionali, il cui punto comune era chiaro e cioè la nuova visibilità dei cittadini occidentali di fede musulmana.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Ogni paese ha la sua cultura, la sua sensibilità, i suoi &#8220;punti di attrito”, e quindi la relativa lista di problemi da risolvere con l&#8217;Islam e i musulmani. Il &#8220;foulard islamico&#8221; è in testa in Francia e in Belgio, le questioni relative all&#8217;omosessualità e alla morale nei Paesi Bassi, i minareti in Svizzera, ecc. Violenza, donne, sharia sono alcuni dei temi che ricorrono sempre e ovunque: l&#8217;Islam suscita dibattito. Il punto comune a tutti questi dibattiti attiene all&#8217;insediamento delle nuove generazioni di musulmane e musulmani divenuti ormai cittadine e cittadini dei rispettivi Paesi. Radicati<span style="color: #000000;"><span style="background: none transparent scroll repeat 0% 0%;"> </span></span>escono dal proprio isolamento geografico, dai ghetti sociali, dalla marginalità socio-politica. Sono visibili, come già da diversi anni, ha fatto notare il sociologo Nilüfer Gole. La loro visibilità marca e prova <span style="background: none transparent scroll repeat 0% 0%;">questa evoluzione all&#8217;esterno,</span> non è una nuova &#8220;comunità religiosa o culturale&#8221; che si insedia, si tratta piuttosto dell&#8217;emancipazione di una vecchia classe socio-economica (caratterizzata dall&#8217;essere in maggioranza appartenente ad una stessa origine culturale e religiosa) che era stata doppiamente emarginata, geograficamente e socialmente.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">In concomitanza a polemiche e crisi, crescono le paure e si formano e coltivano determinate percezioni. La paura, la sfiducia e il sospetto si radicano e ogni dibattito sulla cultura e la religione si trasforma in polemiche nazionali, le quali sono caratterizzate da tensioni e sordità inquietanti. I media riportano i fatti, le reazioni si amplificano, i politici reagiscono (e talvolta strumentalizzano) le polemiche, ed eccoci imbarcati in dinamiche incontrollabili. Si tracciano delle posizioni, avviene una specie <span style="background: none transparent scroll repeat 0% 0%;">di frattura </span>che attraversa tutti i partiti politici, a destra come a sinistra, come pure le popolazioni delle società occidentali. Mentre tempo fa si parlava di un possibile &#8220;scontro di civiltà&#8221;, io ho propugnato da subito l&#8217;idea che si tratti piuttosto di uno &#8220;scontro di percezioni”: un conflitto di immagini proiettate su se stessi e sugli altri, mescolando dubbi (riguardo a se stessi), paure (verso gli altri), pregiudizi o semplicemente ignoranza (verso se stessi e degli altri). Ci sono anche alcune posizioni ideologiche e politiche poco chiare. Nella marea di dichiarazioni fatte, di fronte alla visibilità di questo &#8220;altro&#8221;, le discussioni ricorrenti in materia di &#8220;identità&#8221; diventano pericolose e producono l&#8217;esatto contrario di ciò che ci si attenderebbe. In questo clima di tensione le nostre identità diventano negative e si formano per distinzione (tensione o rifiuto) da ciò che si crede essere “l&#8217;identità degli altri”. E &#8216;quindi una &#8220;identità <span style="background: none transparent scroll repeat 0% 0%;">sub-appaltata”</span>, imprigionata in compartimenti stagni e rigidi, quando invece ci sarebbe tanto bisogno di accedere al significato di un&#8217; identità multipla, aperta e in continuo movimento. </p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Quando si è vicini, la presenza degli altri reca disagio e disturbo. È per questo che le crisi si sono moltiplicate soprattutto intorno ad elementi particolarmente visibili e <span style="color: #000000;"><span style="background: none transparent scroll repeat 0% 0%;">scenografici:</span></span> il foulard islamico, il niqab (velo che nasconde il viso), il burqa, i minareti, a cui devono essere aggiunte le espressioni culturali o religiose percepite &#8220;straniere&#8221; vale a dire, diverse, inusuali o troppo &#8220;visibili&#8221; perché non ancora &#8220;normalizzate&#8221; (cioè &#8220;neutralizzate&#8221;, nel senso di rese &#8220;neutre&#8221; nello spazio pubblico). La violenza è stata ovviamente un importante fattore di amplificazione, con il rifiuto di uccisioni indiscriminate perpetrate contro degli innocenti in nome della religione musulmana. Tutti questi fenomeni combinati insieme spiegano la situazione attuale, e la &#8220;nuova visibilità&#8221; dei musulmani continua a provocare la sua quota di crisi periodiche. Si deve tenere presente che questa &#8220;nuova visibilità&#8221; è per sua natura una situazione storica transitoria, poiché ciò che è nuovo sarà un giorno vecchio.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Eccoci tornati al tempo della pericolosa &#8220;politica emotiva&#8221;. L&#8217;altro nome di questa politica imperniata sull&#8217;emozione è &#8220;populismo&#8221;, e nessuna società moderna ne è protetta definitivamente. I vecchi razzismi possono ancora abitare il nostro futuro. </p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Libro pubblicato alle Presses du Châtelet, ISBN 978-2-84592-290-7 Prix : 17.95€ TTC</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">&#8220;What I Believe&#8221; (traduzione inglese di &#8220;Mon intime conviction&#8221;) ha ricevuto una stella di distinzione nella celebre Plublishers Weekly settimanale USA.</p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Venerdì, Agosto 7, 2009 </p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify">Traduzione Patrizia Khadija Dal Monte</p>
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		<title>Zakat: elemosina o responsabilità?</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Sep 2009 05:06:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Patrizia Khadija Dal Monte</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli Tariq Ramadan]]></category>
		<category><![CDATA[Corano]]></category>

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		<description><![CDATA[Un giorno, i poveri domanderanno&#8230; di Tariq Ramadan Circa la zakât, terzo pilastro dell’islam, c’è prima di tutto un problema di comprensione e quindi di definizione. La maggior parte delle volte la zakât viene presentata come un’ «elemosina » che avrebbe come specificità di essere una prescrizione (intesa nel senso di un obbligo) nella pratica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-bottom: 0cm;" align="center"><span style="font-size: medium;"><strong>Un giorno, i poveri domanderanno&#8230;</strong></span></p>
<h3>di Tariq Ramadan</h3>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-size: medium;">Circa la zakât, terzo pilastro dell’islam, c’è prima di tutto un problema di comprensione e quindi di definizione. La maggior parte delle volte la zakât viene presentata come un’ «elemosina » che avrebbe come specificità di essere una prescrizione (intesa nel senso di un obbligo) nella pratica della musulmana e del musulmano. Per avvicinare queste due dimensioni, un po’ contraddittorie fra loro (l’elemosina è ordinariamente un dono libero), si è tradotto il concetto con delle formule che tentano di comprendere le due idee : « elemosina legale », « elemosina prescritta », ecc. (a volte i traduttori preferiscono, perfino, non tradurre la parola).</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-size: medium;">Queste definizioni non sono soddisfacenti perché non permettono di comprendere i diversi aspetti della zakât : siccome essa è obbligatoria per la coscienza di ogni musulmano praticante, la zakât è una tassa (o un’imposta) da prelevare (secondo un calcolo preciso) sui propri beni. La natura di questa tassa è di essere « sociale » perché essa è destinata in primo luogo ai poveri e ai bisognosi della società (o ad opere caritative e/o pubbliche). Infine, ha una dimensione spirituale essenziale, poiché purifica i beni degli esseri umani, come questi purificano il cuore pregando, e il corpo quando digiunano. La zakât ingloba queste tre dimensioni che possiamo ben tradurre con la formula : </span><span style="font-size: medium;"><strong>tassa sociale purificatrice</strong></span><span style="font-size: medium;">. Questa traduzione non è banale, in quanto tenta di dire una delle dimensioni fondamentali dell’insegnamento islamico: la natura profondamente spirituale della coscienza sociale degli individui.</span> <span style="font-size: medium;">E’ un primo insegnamento essenziale e le nostre definizioni o traduzioni approssimative ci fanno a volte perdere il senso di questo pilastro maggiore dell’islam. Però non è tutto, ci sono altri insegnamenti fondamentali da meditare riguardo all’applicazione concreta del prelevamento e della distribuzione della zakât, oggi, nei paesi a maggioranza musulmana e in Occidente.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-size: medium;"><span lang="fr-FR"><strong>La priorità della prossimità</strong></span></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-size: medium;">Quando il Profeta dell’islam (PBSL) inviò un emissario ad una tribù che aveva accettato l’islam, gli chiese di informarli circa gli obblighi della pratica religiosa, spiegando i cinque pilastri dell’islam. Parlando della zakât, gli disse di insegnare loro che essa doveva essere prelevata sul denaro dei ricchi e distribuita ai « loro poveri » (‘alâ fuqarâ’ihim). Gli ulâma’ attraverso le diverse scuole ed epoche successive hanno, da questo, sempre insistito sulla necessità di distribuire la zakât prima localmente, per i poveri e i bisognosi del posto, della località o della società nella quale essa è stata prelevata. Solo quando i bisogni locali sono stati soddisfatti, si può spendere la zakât all’estero, salvo quando vi sia una situazione eccezionale, come una catastrofe naturale, una guerra, etc.</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-size: medium;">Non soltanto la zakât plasma la coscienza sociale del musulmano, ma anche la orienta verso l’ ambiente circostante, affinché edifichi questa stessa coscienza affrontando le difficoltà e disfunzioni della propria società, dei suoi poveri, delle persone rifiutate. La zakât, a differenza dell’elemosina libera (sadaqa), è destinata prima di tutto ai musulmani e la fedeltà al suo insegnamento ci impone di osservare ciò che succede intorno a noi, nella nostra comunità spirituale più vicina. Questa priorità della prossimità è fondamentale : essa obbliga a conoscere la propria società e farsi carico dello stato dei musulmani nel proprio quartiere, nella propria città, nel proprio Paese. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-size: medium;">Ora, oggi noi siamo ben lontani da tutto ciò. Nella maggior parte delle società occidentali, negli Stati Uniti, in Inghilterra come in Francia, incontriamo donne e uomini che donano la zakât ad opere caritative del Terzo Mondo, o del loro Paese d’origine. Si preoccupano poco di quelle e quelli che vivono vicino a loro e sono persuasi di essere nel giusto, pensando che coloro che sono là, sono più poveri di quelli che sono qui. L’errore consiste nel dimenticare che i poveri di qui hanno dei diritti (haqun ma’lûm) sui ricchi di qui. Niente impedisce a quest’ultimi di inviare dei doni liberi (sadaqât) ai poveri del mondo intero o nei loro Paesi d’origine, ma essi hanno un obbligo stabilito verso i bisognosi del loro Paese, al quale non possono sfuggire : ancora una volta è davanti a Dio il diritto dei loro poveri. Non si può non essere tristi e a volte disgustati, nell’osservare come i musulmani si preoccupino poco delle realtà locali: ossessionati dai problemi internazionali e dalla situazione dei «musulmani di là », non si accorgono del déficit di educazione, della disoccupazione, della marginalizzazione sociale, della droga, della violenza, delle prigioni, nella propria società. La coscienza, di per sé positiva, della sofferenza dei «loro fratelli» altrove, ha avuto come conseguenza, molto negativa, di renderli passivi, negligenti e incoscienti della situazione dei « loro fratelli » di qua. Questo è un dramma, uno sbaglio e, in fondo, un tradimento dell’insegnamento fondamentale della zakât. Le associazioni islamiche hanno una grande parte di responsabilità in questa deriva, talmente esse stentano a proporre un programma e delle priorità di distribuzione della zakât a livello locale, nelle città e nelle regioni. Una buona comprensione di questa dimensione della zakât dovrebbe modellare la coscienza spirituale e civica dell’individuo, facendogli comprendere che lei/lui deve impegnarsi nel proprio ambiente, capirlo e trovare i modi più giusti, più coerenti di distribuire questa tassa sociale purificatrice nella propria società, in Inghilterra, in Francia, in Canada, negli Stati Uniti e in qualunque altro Paese. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-size: medium;"><strong>Verso l’autonomia</strong></span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-size: medium;">Il terzo insegnamento della zakât non è meno importante. Il principio non è di mantenere il beneficiario di questa tassa in uno stato di dipendenza, facendone un assistito a vita della comunità spirituale in particolare e della società in generale. Si tratta invece di accompagnare i poveri in un processo di acquisizione dell’autonomia: dall’ VIII secolo dei sapienti come Sufyân ath-Thawrî parlano del fatto che si tratta di permettere ai beneficiari della zakât di pervenire a una situazione finanziaria in cui possano a loro volta pagare la zakât (cioè arrivare al nissab &#8211; il minimo richiesto &#8211; in materia di grano). Distribuire la zakât dunque, si deve fare con la preoccupazione di permettere a delle donne e a degli uomini di raggiungere un’autonomia finanziaria, non si tratta di « aiutarli» mantenendoli in uno stato perpetuo di assistenza. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-size: medium;">E questo è proprio ciò che malauguratamente vediamo un po’dappertutto nelle comunità musulmane. Si distribuisce, si dona, ma senza tenere in nessun conto il processo di acquisizione di un’autonomia finanziaria dei beneficiari. La distribuzione è occasionale, caotica e non risponde ad alcuna filosofia dell’azione sociale. Qui ancora, la carenza di conoscenza, di creatività (riguardo a dei nuovi modi di utilizzare la zakât), e in fondo la pigrizia, ha la meglio, se si guarda alla pratica: l’insegnamento della zakât è tradito!</span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-size: medium;">Una distribuzione coerente, ragionata e giusta della zakât imporrebbe, per esempio, di conoscere la situazione specifica degli individui, la legislazione del Paese in campo sociale, i sistemi assistenziali del Paese e ciò che i poveri, le donne abbandonate e sole, i disoccupati potrebbero essere in grado di ottenere. La distribuzione della zakât deve far parte di una strategia globale, che tiene conto di tutti i mezzi che una società offre per passare dall’assistenza all’autonomia. Sarebbe necessario riunire degli ulamâ’ e degli specialisti (in legislazioni e istituzioni nazionali), dei responsabili in campo sociale e donne e uomini impegnati sul campo, per avere una visione più globale e chiara delle strategie da adottare in funzione dei differenti contesti sociali. E’ solo, tenendo conto di tutto ciò che la società offre in campo politico come tasse e sostegno sociale, che la distribuzione della zakât assume tutto il suo senso : in questo modo la zakat potrebbe fungere da sostegno in un progetto volto a far acquisire un’autonomia finanziaria. Per alcuni individui, essa può costituire un appoggio puntuale in una situazione transitoria; o come una parte, o il tutto di un capitale destinato a lanciare un progetto economico locale ; o ancora come un dono, subordinato alla realizzazione di una determinata attività, ecc. Le opzioni sono molteplici, ma esigono una buona conoscenza dell’islam (riguardo le possibili utilizzazioni della zakât) delle legislazioni e delle realtà sociali locali e nazionali. Tutte queste opzioni richiedono, di fatto, una specializzazione e della creatività. Oggi, non vediamo niente di tutto questo e la zakât, nello spirito della maggior parte dei musulmani, è diventata una semplice elemosina per assistenza e non uno strumento efficace a servizio di una filosofia dell’azione sociale. Non solo ciò è una grave distorsione del suo significato, ma spesso gli usi attuali sono anche controproducenti. </span></p>
<p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"><span style="font-size: medium;">Una riflessione circa il terzo pilastro dell’islam ci mostra quanto noi siamo spesso lontani dalle esigenze di una pratica profonda e intelligente. Rispettiamo le forme&#8230; e sempre meno lo spirito di fondo. Ciò che è sicuro è che un giorno, in una Vita al di là di questa vita, i nostri vicini, i nostri poveri, i nostri emarginati, i nostri disoccupati, le nostre donne abbandonate e sole, i nostri drogati, i nostri delinquenti porranno all’Unico, l’unica domanda che conta : in nome di quale fede siamo stati così pieni di emozioni passive per gli oppressi del pianeta e così vuoti di intelligenza e di attenzioni rispettose e attive per essi, che vivevano al nostro fianco e che noi non abbiamo visto ? E’ in effetti questa l’unica questione che conta quando ci ricordiamo che il Profeta dell’islam (PBSL) non cessava di domandare a Colui che è Vicinissimo di donargli la “ricchezza del cuore » e « l’amore per i poveri ». Si deve cominciare da là: re-imparare ad amare, re-imparare ad amare i demuniti. Allora ciascuno capirà che questo amore e il giusto trattamento che i poveri meritano sono molto esigenti e per niente facili&#8230; quando questi vivono alla soglia delle nostre porte. Questo amore e questo rispetto non sono forse il jihâd permanente del cuore, dello spirito e dell’anima del musulmano contemporaneo ?</span></p>
<p style="text-align: right; margin-bottom: 0cm;"><strong> </strong></p>
<p style="text-align: left; margin-bottom: 0cm;">Traduzione di Patrizia Khadija Dal Monte</p>
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		<title>Siyyam, rigore e spiritualità</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Sep 2009 12:26:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>direttore</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli Tariq Ramadan]]></category>
		<category><![CDATA[digiuno]]></category>

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		<description><![CDATA[Il connubio tra una fede profonda e un&#8217;intelligenza critica di Tariq Ramadan La maggior parte degli insegnamenti religiosi classici che riguardano il mese di Ramadan vertono sulle regole da rispettare o sulla dimensione profondamente spirituale di questo mese di digiuno, privazione, adorazione e meditazione. Riflettendo più in profondità ci si rende conto che nel mese [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0px 0pt; text-align: center;"><span style="font-family: 'Times New Roman';"><strong> </strong></span></p>
<h1 style="margin: 0px 0pt;"><span style="font-family: 'Times New Roman';"> Il connubio tra una fede profonda e un&#8217;intelligenza critica</span></h1>
<p><span style="font-family: 'Times New Roman';"><br />
</span></p>
<p style="margin: 0px 0pt;"><span style="font-family: 'Times New Roman';"><strong> </strong></span></p>
<p style="margin: 0px 0pt;"><span style="font-family: 'Times New Roman';"><strong><span style="font-size: medium;"> </span></strong></span></p>
<p style="margin: 0px 0pt;">
<p style="margin: 0px 0pt;">
<p style="margin: 0px 0pt;">
<p style="margin: 0px 0pt;"><span style="font-family: 'Times New Roman';"><strong><span style="font-size: medium;">di Tariq Ramadan</span></strong></span></p>
<p style="margin: 0px 0pt;"><span style="font-family: 'Times New Roman';"><strong><span style="font-size: medium;"><br />
</span></strong></span></p>
<p style="margin: 0px 0pt;"><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p style="margin: 0px 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">La maggior parte degli insegnamenti religiosi classici che riguardano il mese di Ramadan vertono sulle regole da rispettare o sulla dimensione profondamente spirituale di questo mese di digiuno, privazione, adorazione e meditazione.</span></span></p>
<p style="margin: 0px 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">Riflettendo più in profondità ci si rende conto che nel mese di Ramadan avviene il connubio di due istanze apparentemente contraddittorie che in realtà ricoprono insieme tutta l&#8217;ampiezza dell&#8217;universo della fede. Meditare su queste diverse dimensioni è un dovere per ogni coscienza, ogni donna e ogni uomo, ogni comunità di fede ovunque </span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">si trovi.</span></span></span></p>
<p style="margin: 0px 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">Non si sottolinea mai abbastanza l&#8217;importanza dell&#8217;andare verso le profondità di se stessi durante mese di Ramadan. Il mese di Ramadan è un mese di rottura : questo è vero nelle nostre società più che dalle altre parti… nelle società consumistiche, in cui siamo abituati ad avere facile accesso ai beni e a possederne, e in cui siamo trascinati dall&#8217;individualismo pronunciato della nostra quotidianità. Questo mese richiede che ciascuno, lei o lui, ritorni al centro e al senso della propria vita. Al centro, c&#8217;è Dio e il proprio cuore, come il Corano ci ricorda « … </span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><strong><em><span style="font-size: small;">E sappiate che</span></em></strong></span> <span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">[la conoscenza di] </span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><strong><em><span style="font-size: small;">Dio si trova tra l&#8217;uomo e il suo cuore »</span></em></strong></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">. Al centro, ciascuno è chiamato a riannodare un dialogo con l&#8217;Altissimo e il Vicinissimo&#8230; un dialogo di intimità, sincerità e amore. Digiunare è cercare… con lucidità, con pazienza e fiducia… la giustizia e la pace con se stessi. Il mese di Ramadan è il « mese del Senso»…</span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">Perché questa vita ? E Dio nella mia vita ? E mia madre e mio padre… viventi o già scomparsi ? E i miei figli ? E la mia famiglia? E la mia comunità spirituale? Perché questo universo e questa umanità ? Che senso ho dato al mio vivere quotidiano, che senso so incarnare io?</span></span></span></span></p>
<p style="margin: 0px 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">Il Profeta dell&#8217;islam, (pace e benedizione di Dio su di lui) ci ha avvisati : « Alcuni otterranno dal loro digiuno solo fame e </span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">sete »… Si riferiva a quelle e quelli che digiunano meccanicamente come mangiano. Si privano di mangiare con la stessa incoscienza e leggerezza che sono abituati ad avere quando consumano. E infatti « consumano » il mese di digiuno e lo trasformano in tradizione culturale, in un modo di far festa, cioè nel mese dei festini e delle notti di </span> <span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">Ramadan. Il digiuno dell&#8217;alienazione estrema… un digiuno che è un contro-&#8221;Senso&#8221;!</span></span></span></span></p>
<p style="margin: 0px 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">E contemporaneamente, ogni anno, mentre questo mese ci invita agli orizzonti profondi dell&#8217;introspezione e del senso, ci ricorda anche il senso del dettaglio, della precisione e della disciplina nella pratica. Il giorno preciso dell&#8217;inizio di </span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">Ramadan </span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">si deve cercare con rigore; il momento preciso in cui ci si deve fermare di mangiare prima dell&#8217;alba ; la preghiera « a tempi determinati » ; il momento esatto della rottura del digiuno. In tempo di meditazione profonda tra noi stessi e Dio, ci potrebbe venire il pensiero </span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">che sia permesso </span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">lasciarci andare, che la nostra ricerca di senso sia talmente profonda da permetterci di fare economia di piccoli dettagli quali l&#8217;ora </span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">e le altre regole. L’esperienza del mese di Ramadan ci dice esattamente il contrario: non c&#8217;è spiritualità profonda, non c&#8217;è autentica ricerca del senso senza disciplina e rigore, verso le regole da rispettare e del tempo da suddividere. </span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><strong><span style="font-size: small;">Il mese di Ramadan è connubio di profondità del senso e precisione rigorosa della forma.</span></strong></span></span></span></span></span></span></span></p>
<p style="margin: 0px 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">Esiste una « intelligenza del digiuno » che nasce proprio da questo connubio di profondità e forma: digiunare col corpo è </span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">scuola per esercitare spirito. La rottura che implica il digiuno è un invito al cambiamento ad una riforma profonda di se stessi, della propria vita e si può realizzare unicamente con una rigorosa introspezione intellettuale (murâqaba). Per realizzare il fine ultimo del digiuno, anche dopo il mese di Ramadan, la fede richiede uno spirito esigente, lucido, sincero, onesto e capace di una sana autocritica. Ciascuno ne deve essere capace per se stesso, davanti a Dio, in solitudine come nell&#8217;impegno tra gli altri esseri umani. Si tratta di essere padroni delle proprie emozioni, di guardarsi in faccia e prendere le decisioni che richiede la trasformazione del proprio essere e della propria vita, alfine di avvicinarsi al Centro e al Senso.</span></span></span></p>
<p style="margin: 0px 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">I musulmani di oggi hanno bisogno più che mai di riallacciarsi a questa scuola di spiritualità </span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">profonda e di esercizio dell&#8217;intelligenza rigorosa e critica. Sopratutto in Occidente. Nel tempo in cui la paura si instaura, il sospetto diviene generalizzato, e i musulmani sono tentati dall&#8217;ossessione di </span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">doversi difendere e discolpare da presunte colpe, il mese di Ramadan li richiama alla loro dignità e alla loro responsabilità. E&#8217; urgente che imparino a controllare le loro emozioni, che superino i loro timori e i loro dubbi e ritornino all&#8217;essenziale con fiducia e tranquillità. E&#8217; indispensabile ugualmente che si impongano il rigore e l&#8217;onestà nella valutazione del loro agire individuale e collettivo: l’introspezione collettiva e l&#8217;auto-critica sono essenziali in ogni processo di trasformazione delle comunità e società musulmane.</span></span></span></span></p>
<p style="margin: 0px 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">Invece di deprecare « quelli che governano », « l’Altro », « l’Occidente », etc., è meglio fare proprio l&#8217;insegnamento del mese di Ramadan : voi siete in fondo ciò che fate di voi stessi. Che facciamo di noi stessi, oggi ? Qual&#8217;è il nostro contributo nel campo dell&#8217;educazione, della libertà, della giustizia sociale, nella promozione della dignità delle donne e dei bambini o ancora nella protezione dei diritti dei poveri e degli emarginati? Che esempio diamo di una spiritualità profonda, intelligente e attiva? Cosa abbiamo fatto del nostro messaggio universale di giustizia e di pace? Del nostro messaggio di responsabilità, fraternità umana e amore? Tutte questi interrogativi nel nostro cuore e nello spirito… e una sola risposta ispirata dal Corano e alimentata dall&#8217;esperienza di Ramadan : Dio non cambierà niente se tu non cambi niente.</span></span></p>
<p style="margin: 0px 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;"><br />
</span></span></p>
<p style="margin: 0px 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman';"> </span></p>
<p style="margin: 0px 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">traduzione a cura di P.K. Dal Monte</span></span></p>
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		<title>Lettera aperta ai miei detrattori nei Paesi Bassi, di Tariq Ramadan</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Aug 2009 00:23:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Patrizia Khadija Dal Monte</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli Tariq Ramadan]]></category>

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		<description><![CDATA[Una nuova polemica è esplosa nei Paesi Bassi. Già a maggio-giugno scorso sono stato accusato di «doppio discorso», di omofobia e di proposte inaccettabili riguardo alle donne. Dopo le dovute verifiche, il comune di Rotterdam ha precisato che si trattava di accuse infondate. Oggi si afferma che avrei dei legami con il regime iraniano e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin-top: 0px; margin-right: 0pt; margin-bottom: 0px; margin-left: 0pt; text-align: center;"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: large;"><span><strong><br />
</strong></span></span></p>
<p style="margin-top: 0px; margin-right: 0pt; margin-bottom: 0px; margin-left: 0pt;"><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p style="margin-top: 0px; margin-right: 0pt; margin-bottom: 0px; margin-left: 0pt;"><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p style="margin-top: 0px; margin-right: 0pt; margin-bottom: 0px; margin-left: 0pt; text-align: right;"><span style="font-family: 'Times New Roman'; font-size: medium;"><span><em><br />
</em></span></span></p>
<p style="margin-top: 0px; margin-right: 0pt; margin-bottom: 0px; margin-left: 0pt;"><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p style="margin-top: 0px; margin-right: 0pt; margin-bottom: 0px; margin-left: 0pt;"><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p style="margin-top: 0px; margin-right: 0pt; margin-bottom: 0px; margin-left: 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;"><a href="http://www.islam-online.it/wp-content/uploads/immagini/tariq-10.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-937" title="tariq 10" src="http://www.islam-online.it/wp-content/uploads/immagini/tariq-10.jpg" alt="tariq 10" width="111" height="105" /></a>Una nuova polemica è esplosa nei Paesi Bassi. Già a </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">maggio-giugno scorso sono stato accusato di «doppio discorso», di omofobia e di proposte inaccettabili riguardo alle donne. Dopo le dovute verifiche, il comune di Rotterdam ha precisato che si trattava di accuse infondate. Oggi si afferma che avrei dei legami con il regime iraniano e sarei sostenitore della repressione seguita alle ultime elezioni. Non è strano che questa accusa sia apparsa solo nei Paesi Bassi? Tutto ciò ha l&#8217;aria di essere una utilizzazione </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">della mia persona (con l’islam) per regolare alcuni conti politici nella corsa all&#8217;accaparramento dei voti, </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">in vista delle </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">prossime elezioni. L’ombra di Geerd Wilders non è lontana, lui che guadagna voti paragonando il Corano al « Mein Kampf » di Hitler. Sono diventato lo spauracchio </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">e il pretesto per lo scatenarsi di passioni politiche insane: in fondo questa polemica dice molto di più sulla evoluzione inquietante dei Paesi bassi che sulla mia persona.</span></span></p>
<p style="margin-top: 0px; margin-right: 0pt; margin-bottom: 0px; margin-left: 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">Gli attacchi circa il mio impegno sono stati molto virulenti è perciò necessario rispondere con chiarezza alle accuse. Prima di accettare di animare la trasmissione nell&#8217; aprile 2008, avevo preso tre mesi di riflessione, discutendone con amici iraniani e con specialisti del settore. Ho seguito da vicino l&#8217;evoluzione del Paese e le sue tensioni interne. Io fui uno dei primi pensatori musulmani, in Occidente, a prendere posizione contro la </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">fatwa rivolta a Salman Rushdie. Da venticinque anni, pur sottolineando che in rapporto ai Paesi arabi, l&#8217;Iran aveva fatto notevoli progressi nel campo dei diritti delle donne e di apertura democratica, ho criticato la mancanza di libertà di espressione in Iran, l’imposizione del foulard, e più recentemente la conferenza sull&#8217;olocausto del 2006 (perché causava una pericolosa confusione tra critica della politica israeliana e antisemistismo). Così, naturalmente, </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">ho condannato la repressione </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">e gli spari sui manifestanti dopo le recenti elezioni.</span></span></p>
<p style="margin-top: 0px; margin-right: 0pt; margin-bottom: 0px; margin-left: 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">Ho sempre mantenuto la stessa linea critica e costruttiva. Passo del tempo a studiare e individuare la vera natura </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">delle dinamiche interne e non mi lascio influenzare dalle campagne di propaganda, né quelle del sistema iraniano stesso, né quelle di Israele (che afferma in modo inaccettabile, </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">per sostenere la propria innocenza, che l’Iran sarebbe il principale ostacolo alla pace), e neppure quelle degli Stati Uniti o dei Paesi europei, che difendono i propri interessi strategici. In Iran i rapporti tra forze politiche e religiose sono molto complessi. La visione binaria, che oppone due campi – quello dei conservatori fondamentalisti e quello dei riformatori democratici – dice una profonda ignoranza </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">sulle realtà di tale Paese. Insomma, le evoluzioni verso una trasparenza democratica </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">non si faranno certo sotto la spinta delle pressioni occidentali : il processo invece sarà interno, lungo e doloroso. Accettando di animare uno show televisivo centrato sulle problematiche dell’islam e la vita contemporanea, ho fatto la scelta di un dibattito critico. Non mi è stato imposto nulla e ho potuto invitare atei, rabbini preti e donne, velate e non velate, per discutere su temi quali la libertà, la ragione, il dialogo interreligioso, sunnismo e sciismo, la violenza, il jihad, l’amore, l’a<span style="color: #000000;">rte, etc. </span></span></span><span style="color: #0000ff; font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;"><span style="color: #000000;">Ci si dia almeno </span><span style="color: #000000;"><span style="color: #0000ff; font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;"><span style="color: #000000;">la pena</span> </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;"> di guardare tali trasmissioni e mi si dica poi se vi è in esse un solo secondo di sostegno al regime iraniano. Il </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">programma è una possibilità di apertura sul mondo e io lo conduco nel rispetto di tutti i miei interlocutori. In questo tempo di crisi in Iran, voglio prendere una decisione serena e giusta : considerare i fatti e stabilire qual&#8217;è la miglior strategia per accompagnare il processo interno verso la trasparenza e il rispetto dei diritti umani. La polemica e i dibattiti emotivi come quelli presenti oggi nei Pesi Bassi </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">non sono certo buoni consigli e io voglio vederci chiaro prima di determinare esattamente la mia posizione.</span></span></span></span></span></p>
<p style="margin-top: 0px; margin-right: 0pt; margin-bottom: 0px; margin-left: 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p style="margin-top: 0px; margin-right: 0pt; margin-bottom: 0px; margin-left: 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">Quando ho accettato l&#8217;offerta di Press TV Ltd a Londra (non ho avuto alcun contatto con le autorità iraniane, ma solo con produttori televisivi che lavoravano in quel canale), sono stato chiaro sulle condizioni </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">che esigevo riguardo alla scelta dei soggetti e alla mia indipendenza nell&#8217;ambito di una trasmissione con tematiche di religione, filosofia e questioni contemporanee. Ho reso tutto pubblico e le mie trasmissioni sono visibili nel mio sito dall&#8217;inizio. Ho fatto la scelta di accompagnare </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">l&#8217;evoluzione delle mentalità </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">senza mai sostenere il regime né a compromettermi con esso. E&#8217; una scelta, la mia, che molti amici iraniani non solo hanno capito, ma anche incoraggiato. Non faccio quel lavoro per i soldi, un&#8217;altra catena d&#8217;informazione internazionale mi aveva proposto il triplo del compenso che ricevo. Ho rifiutato in nome dei miei principi. Se volessi, cambiando l&#8217;orientamento del mio discorso religioso e politico, potrei ammassare delle fortune: tutti coloro che mi conoscono lo sanno. Ma adulare i re, i principi, i regimi e le ricchezze non è la mia filosofia di vita. Le mie prese di posizione mi sono costate un prezzo molto alto e non per questo ho ceduto : non posso andare in Egitto, in Arabia Saudita, in Tunisia, in Libia, in Siria, perché ho criticato questi regimi come antidemocratici e non rispettosi dei diritti dell&#8217;uomo. Gli stati Uniti hanno revocato il visa che avevo ricevuto a causa delle mie dure critiche alle guerre in Afghanistan e in Iraq e contro il sostegno unilaterale ad Israele. Quest&#8217;ultimo Paese mi ha fatto sapere che là non sarò mai il benvenuto. Un consigliere dell&#8217;ambasciata della Cina, vent&#8217;anni fa, </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">mi mormorò </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">velatamente </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">che il mio impegno in favore dei tibetani non sarebbe passato inosservato alle autorità del suo Paese.</span></span></p>
<p style="margin-top: 0px; margin-right: 0pt; margin-bottom: 0px; margin-left: 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;"> </span></span></p>
<p style="margin-top: 0px; margin-right: 0pt; margin-bottom: 0px; margin-left: 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">Sono sempre </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;"><span style="background-color: #ffffff;">stato coerente con le mie s</span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">celte, non ho mai sostenuto una dittatura o una ingiustizia nelle società a maggioranza musulmana come in ogni altra società. Quanto a quelli che mi rimproverano </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">«il principio » di presentare un programma in una catena di televisione iraniana, </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">rispondo che lavorare per una catena di televisione non impone di sostenerne il regime. Se l&#8217;atto politico fosse così</span></span> <span style="color: #000000; font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">semplice</span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;"> si dovrebbe chiedere urgentemente ai miei detrattori, così appassionati di etica in politica, di chiedere al governo olandese di mettere fine immediatamente alle relazioni politiche e economiche con </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">l’Iran, l’Arabia Saudita, l’Egitto, Israele o la China. E&#8217; curioso, queste voci non si sentono. Come non le ho sentite quando il comune di Rotterdam mi ha discolpato dalle false accuse di </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">« doppio discorso » o « di omofobia » o ancora quando la Corte federale americana ha rovesciato a mio favore il giudizio del tribunale di prima istanza riguardo alla revoca del mio visa. Perché questo silenzio? Perché queste accuse <span style="background-color: #ffffff;">a</span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;"><span style="background-color: #ffffff;"> geometria variabile</span></span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;"><span style="background-color: #ffffff;">? </span>Perché queste campagne non sono alla fine che dei pretesti per attaccare un « intellettuale musulmano visibile » e così guadagnare dei voti giocando sulla paura e il rifiuto dell&#8217;islam. Ogni mezzo è buono per accaparrarsi degli elettori, anche quelli </span></span><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">meno degni e onesti.</span></span></p>
<p style="margin-top: 0px; margin-right: 0pt; margin-bottom: 0px; margin-left: 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">Rispetto i principi, ma non mi piegherò davanti a questa propaganda malsana. Non solo per il mio onore, ma anche per quello della nostra umanità e del nostro avvenire.</span></span></p>
<p style="margin-top: 0px; margin-right: 0pt; margin-bottom: 0px; margin-left: 0pt; text-align: justify;">
<p style="margin-top: 0px; margin-right: 0pt; margin-bottom: 0px; margin-left: 0pt; text-align: justify;"><span style="font-family: 'Times New Roman';"><span style="font-size: small;">martedì 18 agosto 2009, (trad. di P.K: Dal Monte)</span></span></p>
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		<title>L&#8217;altro in noi &#8211; Una filosofia del pluralismo di Tariq Ramadan</title>
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		<pubDate>Tue, 18 Aug 2009 21:59:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Patrizia Khadija Dal Monte</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli Tariq Ramadan]]></category>

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		<description><![CDATA[Questa di seguito è l&#8217;introduzione del nuovo libro di Tariq Ramadan L’Autre En Nous&#8230; Une Philosophie du Pluralisme Introduzione Oceano e Finestre Questo libro è un viaggio, una iniziazione. Si tratta di partire veramente e camminare per i sentieri del cuore, dello spirito e dell&#8217;immaginario. Nell&#8217;era della mondializzazione e del post-modernismo, non si è mai [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa di seguito è l&#8217;introduzione del nuovo libro di Tariq Ramadan </p>
<p>L’Autre En Nous&#8230; Une Philosophie du Pluralisme</p>
<p>Introduzione</p>
<p>Oceano e Finestre</p>
<p>Questo libro è un viaggio, una iniziazione. Si tratta di partire veramente e camminare per i sentieri del cuore, dello spirito e dell&#8217;immaginario.</p>
<p>Nell&#8217;era della mondializzazione e del post-modernismo, non si è mai parlato così tanto del diverso e della pluralità, ma mai si è stati così chiusi nei propri particolarismi e nelle proprie differenze. Il mondo globale è un villaggio, si dice… un villaggio di paesani che si ignorano. In entrambi i sensi del termine : ignorano chi sono loro stessi e ignorano chi sono coloro con i quali vivono. Invece di una celebrazione consapevole delle nostre ricchezze, questa situazione può produrre solo sterili conflitti, larvati e inficiati dalla paura : conflitti o « clash » delle ignoranze come ha suggerito Edward Saïd, conflitto di percezioni, abbiamo proposto noi. Le percezioni dicono più che l&#8217;ignoranza: le prime possono essere certo la conseguenza di quest&#8217;ultima, ma esprimono un rapporto con se stessi e con gli altri che evade il campo del solo sapere. E&#8217; questione di sentimenti, di emozioni, di convinzioni e di psicologia. Noi manchiamo di fiducia. Di fiducia in noi stessi, di fiducia negli altri, di fiducia in Dio e/o nell&#8217;Uomo e/o nell&#8217;avvenire. Manchiamo di fiducia e su questo non c&#8217;è dubbio alcuno, e il timore, il dubbio, il sospetto ci stanno colonizzando silenziosamente il cuore e lo spirito : l&#8217;altro è allora la nostra immagine al negativo, la cui differenza permette di definirci, di « identificarci » e, in fondo, di sentirci un po&#8217; rassicurati. Diventa il nostro divertimento in senso pascaliano… ci distoglie da noi stessi, dalla nostra ignoranza, dalle nostre paure, dai dubbi e timori, e con la sua stessa presenza giustifica e e spiega i nostri sospetti. Coltiviamo proiezioni, pur essendo coscienti della nostra mancanza di progetti.</p>
<p>E&#8217; necessario dunque fare ritorno a qualche verità elementare. Semplice e profonda. Mettersi in cammino, porsi le domande essenziali e cercare il senso. Ci dobbiamo incamminare verso noi stessi e ritrovare il gusto dell&#8217;interrogare, della critica costruttiva e della complessità. Tutto questo comincia con stabilire una prima tesi di verità da cui sortirà naturalmente un&#8217; attitudine di pudore e di umiltà intellettuale : ognuno di noi osserva il mondo attraverso la sua finestra… E&#8217; un punto di vista sull&#8217;orizzonte, un quadro, un vetro più o meno colorato, con il suo orientamento e i suoi limiti : è tutto questo insieme che dà il colore ai paesaggi circostanti. Si deve cominciare con l&#8217;ammettere, umilmente, che noi abbiamo soltanto dei punti di vista, in senso letterale, e da essi forgiamo le nostre idee, le nostre percezioni, il nostro immaginario. Riconciliarsi con l&#8217;essenza stessa della relatività del proprio sguardo non implica dubitare di tutto, o non essere sicuri di niente. Potrebbe essere proprio il contrario e da ciò nascere una fiducia priva di arroganza e una sana, energica e creativa curiosità nei confronti di queste infinite finestre, da cui osserviamo lo stesso universo. La pluralità è tale che a volte si giunge a dubitare che si tratti del medesimo universo, delle stesse questioni e perfino della stessa umanità. Nel «villaggio globale», un individualismo sempre più marcato porta a mettere in discussione che esistano ancora dei frammenti di filosofia dietro ai calcoli delle nostre volontà di potere e ai rispettivi interessi. Cosa può produrre l&#8217;ego dei nostri egoismi ?</p>
<p>Non si deve stare fermi, in piedi, dietro alla propria finestra. In cammino, dicevamo, sui sentieri del cuore, dello spirito e dell&#8217;immaginario ! L’orizzonte che abbiamo di fronte ci offre un&#8217; alternativa, un doppio itinerario possibile : passare di finestra in finestra, di filosofia in filosofia, da religione a religione, cercando di capire ciascuna delle tradizioni e scuole con i loro insegnamento e i loro principi. Da l&#8217;una all&#8217;altra, da sé agli altri, è impossibile non trovare delle similitudini, dei punti comuni, dei valori condivisi. C&#8217;è però un altro sentiero che possiamo seguire e che ci conduce nel cuore stesso del paesaggio e da là ci invita a volgere il nostro sguardo verso le finestre intorno : qui non si tratta più di considerare la molteplicità degli osservatori, ma di immergersi nell&#8217;oggetto comune osservato e da lì, scoprire la diversità dei punti di vista e l&#8217;essenza della loro somiglianza. Ammessa l&#8217;esistenza della nostra realtà di finestra si deve dunque viaggiare, liberarsi, immergersi profondamente nell&#8217;oceano, navigare, andare, fermarsi, virare, resistere, riprendere il cammino, navigare ancora, e ricordarsi che l&#8217;oceano esiste e la nostra sopravvivenza ha delle possibilità soltanto grazie alla presenza di molteplici rive in un unico oceano. E viceversa.</p>
<p>Noi abbiamo scelto il secondo itinerario e desideriamo condurre il lettore al cuore dell&#8217;osservato , per fargli apprendere con fiducia e umiltà la miriade degli osservatori. La nostra filosofia del pluralismo è un&#8217; immersione nell&#8217;oggetto per andare incontro agli esseri umani, ai soggetti, con le loro tradizioni, le loro religioni, le loro filosofie, le loro estetiche o/e le loro psicologie. Così, abbordiamo un tema, un elemento del paesaggio della filosofia… la ricerca di senso, l’universale, la libertà, la fraternità, la memoria, l’amore, il perdono, etc. e cerchiamo, a partire da questo centro, di interrogare e capire la diversità e creatività che fuoriescono dalle finestre. Anche le nozioni di uguaglianza, libertà, umanità, emozione, memoria, appartengono a tutte le tradizioni e a tutte le filosofie, ma la loro verità assoluta non appartiene a nessuno. L’universale, come mostreremo, può essere solo un universale condiviso.</p>
<p>Nel corso di questa iniziazione che sale, linearmente e/o circolarmente, dalle domande esistenziali e le nozioni filosofiche comuni verso il pluralismo delle risposte e dei punti di vista, il lettore vedrà tracciarsi i contorni di una filosofia del pluralismo. Riconoscendo l&#8217;esistenza della propria finestra, e poi prendendo il rischio di staccarsene, di decentrarsi, per immergersi nella nozione filosofica stessa (scoprendo così la diversità dei punti di vista, delle opinioni,dei dogmi e dei postulati) si accede, a cominciare dall&#8217;essenza del dibattito su una nozione, alla comunanza dei destini e delle speranze dei soggetti, donne e uomini di ogni orizzonte, attraverso la Storia intera. Come un iniziato, il lettore a volte si chiederà : « Dove mi state portando? » e la risposta non sarà né unica, né definitiva. Siamo in cammino verso questo spazio della coscienza e dell&#8217;intelligenza in cui tutti i saggi ci ricordano che come la molteplicità delle rive fa l&#8217;unicità dell&#8217;oceano, è la pluralità dei cammini umani che modella la comune umanità degli uomini.</p>
<p>Amante dei grandi viaggi, Ella Maillard disse un giorno : « La cosa più difficile è andare alla stazione». Il più difficile, sono sicuramente i primi passi, lasciare i propri, le abitudini, il proprio confort, le certezze e mettersi in viaggio verso orizzonti nuovi. Ciò domanda uno sforzo della volontà… il richiamo del viaggio e della scoperta di nuove rive non si può certo accompagnare alla pigrizia, al senso di sufficienza o all&#8217;arroganza. Ci vuole una presa di coscienza, determinazione, umiltà, pudore, curiosità e un certo gusto del rischio, per decidere di avventurarsi in universi stranieri, nuovi riferimenti, vocabolari sconosciuti. Accettare l&#8217;insicurezza, apprezzare l&#8217;empatia.</p>
<p>Ci siamo sforzati di presentare queste nozioni complesse nel modo più semplice e abbordabile, per non scoraggiare il lettore. Non è necessaria nessuna conoscenza filosofica o religiosa per mettersi in cammino. Si capirà del resto molto in fretta che questa iniziazione è coniugata in diversi tempi e in diversi livelli : ciascuno potrà trovare il proprio e vi riconoscerà il bagaglio e le vettovaglie con le quali, lei o lui, è partito. E&#8217; stata nostra cura non complicare inutilmente la complessità in se stessa, e non confondere la semplicità con l&#8217;assenza di profondità. La povertà del paesaggio è lo specchio di quella del nostro sguardo, mormorava il poeta tedesco Rainer Maria Rilke… questo è vero anche nei riguardi della sua ricchezza. Un uomo perduto è vulnerabile e raramente auto-sufficiente : è bene per questo che il lettore qualche volta si perda, si ritrovi, creda di aver capito e poi comprenda che non capisce, o di più, o non sufficientemente. Una bella scuola di saggezza sui cui banchi la curiosità ci insegna la riserva e la sospensione del giudizio. I capitoli dalle mille finestre non offrono verità assolute, né risposte definitive, ma orizzonti, rive, prospettive e sentieri che ricordano come, nel profondo, gli uomini si assomiglino, nelle loro gioie, le loro sofferenze e i loro amori. Nella ricerca di verità e di pace&#8230;</p>
<p>La finalità del viaggio è il viaggio stesso&#8230; viaggio che porta lontano, a se stessi. Per trovare il proprio essere, o un ego liberato, o Dio, o la ragione, o il cuore, o il vuoto. Ma sempre, sempre della tenerezza e dell&#8217;amore. Della speranza pure : ultimo dei mali secondo il mito di Pandora, primo atto della fede in Dio o nell&#8217;uomo. Partendo da questi ideali, valori e principi comuni, il viaggiatore che desidera essere iniziato si accosta alle sponde di una ricca diversità e del pluralismo e vede dei cammini tracciarsi, spalancarsi porte e finestre. Vive il paradosso di viaggiare ai margini delle tradizioni e dimorare contemporaneamente nell&#8217;essenza dei loro insegnamenti. Allora può mormorare, fiducioso e aperto : la mia filosofia è il viaggio, il pluralismo la mia meta. L’umiltà è la mia coperta, il rispetto il mio abito, l’empatia il mio nutrimento e la curiosità la mia bevanda. Quanto all’amore, ha mille nomi e ad ogni finestra è il mio compagno.</p>
<p>Traduzione di P.K. Dal Monte</p>
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		<title>Estetica del Senso</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Aug 2009 22:31:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Patrizia Khadija Dal Monte</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli Tariq Ramadan]]></category>

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		<description><![CDATA[di Tariq Ramadan Paura e fiducia Abbiamo visto come il cervello possa cadere improvvisamente sotto il potere dell&#8217;amigdala e produrre nell&#8217;individuo una reazione emozionale totalmente incontrollata… di gioia, di audacia, di paura o di violenza. Tutto avviene come se, nell&#8217;epoca della comunicazione globalizzata, le immagini e le informazioni che circolano a milioni e senza interruzione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Tariq Ramadan <a href="http://www.islam-online.it/wp-content/uploads/immagini/tariq.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-775" title="tariq" src="http://www.islam-online.it/wp-content/uploads/immagini/tariq.jpg" alt="tariq" width="74" height="111" /></a></p>
<p><strong>Paura e fiducia</strong></p>
<p>Abbiamo visto come il cervello possa cadere improvvisamente sotto il potere dell&#8217;amigdala e produrre nell&#8217;individuo una reazione emozionale totalmente incontrollata… di gioia, di audacia, di paura o di violenza. Tutto avviene come se, nell&#8217;epoca della comunicazione globalizzata, le immagini e le informazioni che circolano a milioni e senza interruzione sui nostri televisori e negli schermi dei computer producessero dei segnali che hanno il potere di colonizzare i centri nervosi delle società e di intere collettività. Il connubio tra la pesante carica psicologica (non sempre a livello cosciente) delle informazioni che ci pervengono dai molteplici canali del mondo intero da una parte e dall&#8217;altra lo stress della vita quotidiana, la mancanza di tempo per riflettere, leggere e cercare di comprendere, il sentimento d’insicurezza e le frustrazioni, questo connubio, ci sembra poter dire, rende fragile il « corpo sociale » anzi per meglio dire, proseguendo nel nostro paragone, rende fragile « il cervello sociale », e lo rende febbrile.<br />
Da una società all&#8217;altra, in relazione ai soggetti sensibili o alle polemiche del momento (si tratta a volte di fenomeni planetari), si assiste a reazioni collettive e si può constatare come i sintomi che erano visibili in un individuo sottoposto ad una forte carica emozionale sono gli stessi che manifesta una collettività sociale. Può essere l&#8217;effetto dell&#8217;attualità, di una polemica (orchestrata o meno), di una dichiarazione, di un incidente, o di una semplice diceria, ed ecco che dei fenomeni incontrollabili si diffondono come una nuvola di polvere. La società e il dibattito pubblico ad un tratto soggiaciono e si agitano sotto le spinte emotive, si crea una tensione che talvolta può sfociare in un&#8217;isteria collettiva : le reazioni sono imprevedibili, le persone hanno sempre meno la capacità di ascoltare e di capire, gli argomenti, i giudizi e le conclusioni mancano spesso di logica e vengono lanciati a vanvera e l’emotività collettiva si impone con la forza e la verità del numero e dell&#8217;istantaneità. La democratizzazione amplificata dell&#8217;emozione ha spesso la meglio sulla necessaria democratizzazione della ragione, collettiva e ragionevole, e sul dibattito di idee. E&#8217; un&#8217;epoca pericolosa in cui le tecnologie planetarie sono degli strumenti il cui potere ci sfugge e può esercitare un ascendente terribile sugli individui, una perdita di controllo generalizzato, un vero « colpo di stato emotivo » collettivo, che può giungere fino ad una vera e propria dittatura dell&#8217;emozione. L&#8217;abbiamo già detto, ciò che i neurologhi ci hanno insegnato sul funzionamento del cervello, possiamo constatarlo nelle collettività : i paralleli riscontrabili destano turbamento e talvolta angoscia. Delle informazioni-stimoli provocano una specie di choc, una reattività immediata di dubbio, di paura e di insicurezza e si instaura uno stato passionale che può influenzare la natura delle decisioni popolari. Le forze armate americane hanno inscenato « la questione incubatrici » in Kuwait, in occasione della prima guerra del Golfo nel 1990 (i soldati di Saddam Hussein avrebbero strappato dei bebé dalle loro incubatrici provocando sadicamente la loro morte) per emozionare la popolazione americana, al fine di convincerla a impegnarsi nella guerra: l&#8217;operazione, purtroppo, ha conseguito l&#8217;obiettivo desiderato e le sue conseguenze furono delle centinaia di migliaia di morti. Abbiamo potuto osservare manifestazioni emotive di questo tipo dopo gli attacchi terroristici dell&#8217; 11 settembre 2001 negli Stati Uniti, o anche con il rovesciamento politico in Spagna, dopo la serie di attentati perpetrati a Madrid l&#8217;11 marzo 2004 (la sinistra è stata eletta contraddicendo tutti i pronostici elaborati fino a qualche giorno prima). E&#8217; questo stesso fenomeno di amplificazione emozionale che ha causato delle reazioni fortemente emotive (e talvolta violente) nelle società a maggioranza musulmana, in occasione delle caricature danesi, all&#8217;inizio del 2006.</p>
<p>Il mondo globale, come un cervello dalle molte istanze, dai poteri paralleli e talvolta contraddittori, subisce crisi e controversie a ripetizione, nazionali o internazionali. Queste sono reazione a degli avvenimenti-segnali, a volte fortuiti a volte strumentalizzati, che producono sistematicamente dei fenomeni di massa più o meno controllabili. Il potere dell&#8217;emozione sulle collettività (e la padronanza dei suoi «mezzi di produzione » nei paesi più ricchi attraverso l&#8217;esercito di specialisti in comunicazione) è un invito, bello e buono, al populismo in politica. Non si attirano più gli elettori con la forza delle idee e delle convinzioni (o la visione dell&#8217;ideologia condivisa) ma invece essi vengono mobilitati con la forza delle loro paure, del bisogno di sicurezza, di rassicurazione, conforto, di punti di riferimento e di identità ben definite. Sotto la pressione della comunicazione, dei media, della necessaria reazione politica immediata, è importante rassicurare, calmare gli ardori o al contrario, eccitare le paure. Rassicurare, calmare, eccitare…le parole sono in relazione con l&#8217;affettività ed eccoci entrati nel regno della politica emozionale, o meglio nella politica dell&#8217;emozionale. La tecnica è conosciuta e fu già utilizzata molto tempo fa dai partiti populisti di estrema destra, attizzando le paure, stigmatizzando l&#8217;altro e glorificando l&#8217;identità pura della razza o della nazione. Assistiamo oggi ad una normalizzazione di questa tecnica, e ugualmente alla normalizzazione della sostanza stessa della proposta politica populista, destinata a sedurre l&#8217;elettore più che a convincerlo. Questa attitudine politica, che si interessa più all’agmidala individuale e collettiva che alla neo-corteccia permette, sicuramente di vincere le elezioni, ma a lungo termine, ha degli effetti devastatori sull&#8217;avvenire delle società e delle democrazie.</p>
<p>Le critiche a queste perversioni sono antiche e sono state formulate da pensatori e politici rappresentanti tutto il ventaglio delle posizioni filosofiche e politiche. Non sempre per le stesse ragioni. Gli ambienti elitari, aristocratici, borghesi o conservatori potevano temere che il popolo fosse mosso più da una passionalità cieca, che da una ragione sapiente come ad esempio quella di Socrate, di Kant, di Nietzsche, di Tolstoï e tanti altri pensatori (con sensibilità tra loro così differenti) : si doveva pensare a dei castigamatti per proteggere le buone decisioni politiche dell&#8217;élite e dei « saggi » dall&#8217; incontrollabilità dei movimenti popolari. L’espressione più radicale di questa paura del popolo è l&#8217;ideale del « despota illuminato » che saprebbe agire per il bene del popolo senza sottomettersi ai suoi desideri talvolta contraddittori e ai suoi slanci passionali : è lo scigaliovismo filantropico di cui parla Albert Camus nel “ L’homme révolté” e che consiste nell&#8217;asservimento del popolo per il bene del popolo. Negli ambienti più inclini a dare fiducia a quest&#8217;ultimo invece, dai primi umanisti del Rinascimento a Saint-Just, fino ai pensatori socialisti,come Marx, Prudhon, Bakunin, Spencer a Marcuse, Noam Chomsky o Naomi Klein (ugualmente con sensibilità molto differenti tra loro), troviamo la paura della possibile strumentalizzazione del potere del popolo, da parte delle istanze del potere economico, politico, e oggi anche dei mezzi di comunicazione e delle lobbies. La recente « Dottrina dello choc » (The Shock Doctrine) elaborata da Naomi Klein è basata su questa strumentalizzazione manipolatrice del potere (tra cui quello del popolo riconosciuto nelle democrazie) per proteggere degli interessi particolari e non dichiarati e, in sostanza, finendo per agire contro l’interesse dei popoli stessi.</p>
<p>La natura dei pericoli è molteplice, ce ne rendiamo conto. Ciononostante, il più grande pericolo, nell&#8217;epoca contemporanea, attiene alle conseguenze di questa nuova supremazia dell’emozione, della politica emozionale e della reattività popolare non riflessa, immediata. Ci troviamo confrontati con dei fenomeni di allarmismi che investono popolazioni intere, delle reattività emozionali con il loro carico di irrazionalità e paura. Come il soggetto si percepisce sotto il dominio delle sue emozioni, la collettività si percepisce « vittima » di ciò che la disturba o apparentemente l’aggredisce. L’epoca dell&#8217;emozionalità popolare è un tempo di attitudine vittimista di massa. In un clima di insicurezza permanente, la presenza del « l’altro », la sua visibilità, le sue rivendicazioni, le sue lotte per la giustizia e il rispetto disturbano e causano malessere, il quale a sua volta motiva la sordità (non ascolto) o i trattamenti differenziati. Davanti alla minaccia del terrorismo, l’agitazione è tale che si è potuto accettare di fare delle revisioni che diminuiscono il rispetto dei diritti umani e della dignità delle persone : trattamenti discriminatori, persone incarcerate senza processo, estradizioni sommarie o straordinarie, fino alla tortura che sembra ormai legittima, tanto il pericolo è percepito enorme. L’emozione dà il diritto a coloro che si credono delle «vittime » di agire al di là del diritto, verso coloro che identificano come i loro potenziali carnefici disumanizzati.</p>
<p>Con il sentimento vittimista è la deresponsabilizzazione che si instaura. Reagendo a minacce esterne, le vittime di questi attacchi sono legittimate a disprezzare l&#8217;aggressore che non le ama, non accetta neanche solo che esistano, né accetta la loro cultura, e i loro valori. La paura dell&#8217;aggredito proietta sull&#8217;altro la giustificazione del suo «odio » essenziale. Siamo dunque davanti ad un puro conflitto di emozioni in cui la paura risponde all&#8217;odio e c&#8217;è bisogno di proteggersi con un meccanismo intellettuale che dovrebbe « chiarificare » i termini dell&#8217;opposizione e della polarizzazione. Questa politica dell&#8217;emozionale convince i popoli, con ricorrenti campagne, in merito ala necessità delle misure di sicurezza dovute a minacce che vagano intorno (e tra di noi). Esse scaturiscono da questo « altro » pericoloso, così lontano, così vicino e pure in mezzo a noi :al punto che noi non sappiamo più chi siamo « noi ». Chi siamo « noi » ? E&#8217; la terza conseguenza della supremazia dell&#8217;emozione : l’ossessione dell&#8217;identità. Vittime e senza responsabilità particolari verso il disordine che regna intorno a noi, non ci interessa più parlare di giustizia e di politica, di ordine economico e ridistribuzione delle ricchezze : tutto è questione di conflitto di civiltà e di valori, di identità culturale e religiosa. La giustizia sociale e politica non è niente, la differenza culturale e religiosa è tutto !</p>
<p>Ricordiamo che la gerarchia delle istanze del cervello teme sia gli attacchi dall&#8217;interno come quelli dall&#8217;esterno : entrambi hanno infatti modo di destabilizzare il suo ordine e di porre il cervello sotto il dominio dell&#8217;emozione che rende passionale e sordo. Le società e i popoli corrono il medesimo rischio di essere ammorbati dalla paura, l&#8217;insicurezza, l&#8217;ossessione della protezione, isolando e rifiutando l&#8217;altro. Il problema è sia intellettuale che psicologico. Come ritrovare dunque il cammino della fiducia, della fiducia in se stessi, che passa per la conoscenza, la conoscenza di sé, la padronanza di se stessi e lo spirito critico ? Si tratta di ridare la priorità al vero senso delle cose, piuttosto che ai segnali e agli stimoli. Le nostre emozioni hanno bisogno di spiritualità ; le nostre affezioni hanno bisogno di essere spiritualizzate. Si dovrebbe trovare il modo collettivamente, di celebrare le nozze dell&#8217;emozione e della ragione ragionevole, perché si tratta in fondo di questo : non c&#8217;è spiritualità senza emozione… ma la prima accoglie la seconda, quando questa sa aderire alla parte degna e nobile dell&#8217;essere umano.</p>
<p><strong>Estetica del Senso</strong></p>
<p>Le nostre emozioni ci imprigionano, mentre la spiritualità è respiro e ricerca di libertà. Dalle antiche spiritualità alle psicologie moderne, passando per le religioni e le filosofie, gli insegnamenti sono gli stessi : si tratta di prendere coscienza dei propri dinamismi individuali e collettivi, di stabilire una distanza critica tra sé e sé e con l&#8217;universo circostante, di imparare ad ascoltare, di imparare a dire e a comunicare, di accogliere positivamente la propria complessità e quella altrui. Può sembrare strano e paradossale, ma il primo atto di liberazione spirituale alberga nell&#8217;attitudine iniziale adottata dal soggetto. La spiritualità vissuta esige dal soggetto umano tre condizioni essenziali, che ritroviamo trasversalmente in tutte le tradizioni : l’autonomia del soggetto (in opposizione alla dipendenza da ciò che lo riguarda), la responsabilizzazione della coscienza (in opposizione alla mentalità di vittima) e, infine, una disposizione ottimista e costruttiva (in opposizione alla disperazione, al disfattismo o al nichilismo, che non crede il cambiamento possibile). Se l&#8217;emozione può essere subita, la spiritualità esige un atto primario (e determinato) della volontà che afferma la sua libertà ontologica, ovunque si trovi l&#8217;individuo. Insomma, egli deve assumersi una responsabilità fondamentale nei confronti della sua trasformazione e nutrire la convinzione profonda che tutto è possibile, sempre, per il meglio.</p>
<p>Si tratta, insomma, come si sarà intuito, delle tre condizioni della fiducia in se stessi. Come dunque, in questa nostra epoca attraversata da paure e ossessioni sulla sicurezza, acquistare questa fiducia in se stessi, come individui e come collettività? La spiritualità libera e dona senso; si fonda su una iniziazione e una educazione alla presa di coscienza, alla maturazione, alla responsabilizzazione e alla trasformazione progressiva. I mistici ebrei, cristiani e musulmani hanno ricordato senza sosta le tappe archetipe dell&#8217;elevazione dell&#8217;essere : esse hanno tradotto, per l&#8217;iniziato, ciò che costituiva, in fondo, l&#8217;esperienza più banale e naturale del comune mortale. Davanti agli stimoli e segnali che provengono dall&#8217;esterno e che possono prendere il sopravvento all&#8217;interno del cervello e/o del cuore dell&#8217;uomo (e della sua coscienza), è indispensabile armarsi in anticipo per poter conservare il controllo delle proprie reazioni. E&#8217; questo il modo per restare libero e umano. L’educazione comincia dunque alla periferia (apparentemente); dai sensi e dalle percezioni degli individui perché questi sono i canali dai quali passano i primi stimoli e sono le vie della reattività emozionale. Si deve insegnare ai bambini e agli adulti a vedere, a toccare, ad ascoltare, a sentire e a gustare : prendere il tempo di riflettere e meditare sui sentimenti che ci invadono alla vista di determinati paesaggi, o di persone che amiamo (o che detestiamo) ; studiare il senso dell&#8217;ascolto e i modi di ascoltare… imparare a meglio toccare, a gustare e sentire la materia, i profumi, la natura e gli esseri umani. Insufflare (nel senso di riempire di soffio) del senso ai nostri sensi e spiritualizzare così le nostre percezioni, per evitare di doverli subire come conseguenza di una emozione e accoglierli invece con la fiducia della coscienza che si è arricchita, ha saputo dominare e si è così liberata.</p>
<p>Nel mondo della comunicazione e della cultura globali, l&#8217;educazione delle percezioni – alla periferia – impone di riallacciarsi agli insegnamenti fondamentali. E&#8217; necessario che ogni coscienza acquisisca qualche conoscenza circa i principi e la storia delle spiritualità e religioni, possedere delle nozioni di filosofia e avere una conoscenza di base delle arti e della loro evoluzione. Religioni e spiritualità, filosofia e arti sono le discipline che dovrebbero far parte dei percorsi indispensabili ad ogni intelligenza se si vuole offrire a quest&#8217;ultima i mezzi per la sua autonomia, libertà e responsabilizzazione. Che si sia credenti o meno, è necessario conoscere i principi che presiedono alle spiritualità e alle religioni del mondo. Questi ultimi costituiscono talvolta l&#8217;orizzonte di sviluppo dell&#8217;essere o il rifugio dalle sue angosce, ma essi creano comunque senso e danno senso. Ciascuno è libero poi di scegliere la propria strada, ma ciò deve avvenire con conoscenza di causa. Affermare che si offre la libertà di scelta ad un individuo privandolo della conoscenza è un discorso falso: la libertà fondata sull&#8217;ignoranza è una illusione. La filosofia modella la coscienza e lo spirito critico : essa impone all&#8217;intelligenza di osservare, di saper questionare e di saper prendere tempo. Niente è semplice e anche ciò che appare come semplice è complesso : l&#8217;apprendimento della filosofia dovrebbe essere una scuola di capacità di distanziarsi e di umiltà, che insegni agli individui a sospendere i loro giudizi. Le filosofie arroganti che pensano di avere l&#8217;ultima parola sulla verità e che giudicano e disprezzano le verità altrui non sono in realtà filosofie, ma ideologie. E&#8217; bene per ciascuno di noi accompagnare un filosofo fino all&#8217;istante che precede le sue conclusioni e le sue certezze : l’esercizio intellettuale consiste infatti nel ricordarsi che la prima fase è la domanda filosofica e la seconda una serie di ipotesi e di postulati. Questo è il destino intellettuale umano : senza l&#8217;interrogare critico non accediamo alla nostra umanità; affermando le proprie verità come fossero « la verità» si oltrepassano con arroganza i limiti della propria umanità. E&#8217; necessario iniziarsi all&#8217;arte, alla creatività e alla capacità umana di esplorare le vie del bello. La bellezza dona senso e l&#8217;estetica, di fatto, costituisce una doppia ricerca : quella del senso e del bello. Socrate pensava ci fosse un legame senza soluzione di continuità, un&#8217;unità di genere, tra la bellezza fisica, quella dei corpi, e la Bellezza metafisica, quella delle essenze e delle Idee. Si trattava di elevarsi attraverso l&#8217;esercizio applicato della filosofia : così il Bello, costituisce l&#8217;unione tra la filosofia, la spiritualità e l&#8217;arte. Tutte le spiritualità associano l&#8217;incontro con il sacro o il divino con la prossimità del bello, del superamento che, attraverso l&#8217;estetica della forma, richiama il senso della sostanza. «Dio è bello e ama la bellezza » recita una tradizione profetica islamica che sintetizza la portata di questi insegnamenti comuni. Le arti, sacre o meno, chiamano l&#8217;uomo a scoprire in se stesso le risorse di un superamento attraverso un immaginario capace di dargli del senso e del respiro. Il poeta romantico John Keats, che fece scrivere sul suo epitaffio funebre di essere colui « il cui nome era scritto nell&#8217;acqua », cantò il superamento di se stesso in prossimità della Bellezza: « La Bellezza è Verità, la Verità Bellezza ». Su questa terra, sulla quale passiamo, « è tutto quello che sappiamo » e il poeta incontrando il Bello dice il senso che è l&#8217;eternità ai confini della quale la sua finitudine si è accostata. Il poeta se ne andrà come l&#8217;onda, e tutti gli artisti con lui…resterà l&#8217;oceano, le opere d&#8217;arte, la Bellezza e il Senso : come se la bella dea della Luna (Selena), bagnandosi nell&#8217;oceano, e vegliando sulla bellezza del pastore (Endimione), aprisse la strada dell&#8217;eternità e del divino. « La Bellezza è verità », la Bellezza è prossimità del sacro.</p>
<p>Educare il cuore, lo spirito, l&#8217;immaginazione per poter essere in grado di meglio vedere, ascoltare, sentire,gustare, toccare è una esigenza dell&#8217;autonomia e della libertà nel cuore della modernità, delle tecnologie avanzate e della globalizzazione dei mezzi di comunicazione Nell&#8217;epoca dell&#8217;informazione a tutti i livelli, colui che non è formato alla critica dell&#8217;informazione diventa uno spirito vulnerabile, fragile, oggetto di ogni possibile strumentalizzazione. Ancora, si deve avere il tempo di porre una distanza, di analizzare le situazioni, di valutare in modo critico le proprie percezioni. Niente è facile : si tratta di un esercizio spirituale di primaria importanza poiché esso dona senso alle azioni più elementari della vita : vedere, sentire, toccare, ma ugualmente pensare, pregare, creare. La spiritualità consiste in questo supplemento di senso che abita l&#8217;agire umano nella sua semplicità e questo può essere fede, pensiero , arte o amore, ma si tratta sempre di una scelta, di un atto della volontà libera, in opposizione all&#8217;emozione che costituisce una reazione subita, imposta e talvolta incontrollata. Un oceano di differenza. L’emozione sta alla spiritualità come l&#8217;attrazione fisica all&#8217;amore.</p>
<p>(Estratto dell&#8217;ultimo libro di Tariq Ramadan &#8220;&#8221;L’autre en nous, pour une philosophie du pluralisme&#8221; pubblicato dalle edizioni Presses du Châtelet)</p>
<p>traduzione a cura di P.K. Dal Monte</p>
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