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	<title>Islam-online &#187; admin</title>
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	<description>Rivista islamica</description>
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		<title>Mar Nero o costa libica? dove passeggerà il Cavaliere?</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Jun 2009 21:28:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[di hrp   Chissà se c&#8217;è una dacia a Novorossiysk, cittadina sul Mar Nero, o piuttosto una villa nei pressi della libica Derna nel futuro di Silvio Berlusconi? Ché male non gliene vogliamo invero e non lo sogniamo né in galera né peggio. Per usare una calcistica metafora di quelle che gli sono care, dopo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di hrp</strong> <strong></strong>  Chissà se c&#8217;è una dacia a Novorossiysk, cittadina sul Mar Nero, o piuttosto una villa nei pressi della libica Derna nel futuro di Silvio Berlusconi? Ché male non gliene vogliamo invero e non lo sogniamo né in galera né peggio.<br />
Per usare una calcistica metafora di quelle che gli sono care, dopo essere sceso in campo, si stia per beccare un cartellino rosso (senza riferimenti politici per carità), ma così rosso da squalifica a vita.<br />
Se questo avverrà non sarà per le sue notturne o vacanziere frequentazioni, anche se ormai non passa settimana senza che la sua pretesa, e spesso sbandierata, incontinenza sessuale non si arricchisca di nuovi episodi, di nuove signorine, di nuove foto, filmati e quant&#8217;altro.<br />
Il Cavaliere, per ipertrofia dell&#8217;ego, pur senza una reale visione strategica, ha fatto, anzi ha tentato di fare cose che in quanto premier di un paese vassallo non gli era permesso. Dopo Mattei e Craxi, ha dato l&#8217;impressione che il Bel Paese ne avesse prodotto un altro che non sapeva stare al suo posto, mettendosi a stabilire relazioni speciali e fruttuose (a lui prima di tutto ma anche al Paese in definitiva) con Potenze Straniere, come si diceva una volta, segnatamente la Russia di Putin e la Libia di Gheddafi. Accordi veri o millantati nel dominio energetico e, evidentemente, anche nelle contropartite degli idrocarburi forniti o brokerati: contratti per società italiane in crisi di mercato, esportazioni di sistemi industriali, prodotti finiti e ricchi appalti per la realizzazione d&#8217;infrastrutture nelle quali i &#8220;suoi amici&#8221; Vladimir e Mu&#8217;ammar sarebbero intenzionati ad investire il tesoretto, pardon, una parte del tesoretto messo da parte in questi anni di caro petrolio.<br />
Facendo questo, nella sua autoreferenzialità, ignoranza di fondo e scarsità di collaboratori validi e autorevoli, non si è reso conto che era andato ben al di là dell&#8217;autonomia che gli era stata concessa.<br />
Giubilato il sistema Bush che in cambio della fedeltà assoluta nelle sue guerre dissennate era disposto a tollerare qualche libera uscita, oggi l&#8217;inquilino della Casa Bianca e i suoi mentori, non sono disposti a perdere denaro oltre che assolutismo politico. L&#8217;incontro avuto con Obama qualche giorno fa dev&#8217;essere stato difficile per il nostro. Alla conferenza stampa congiunta era terreo, e non per abbronzatura, non si è permesso una battuta, aveva la mascella contratta e si è augurato &#8220;di poter stabilire in futuro con il presidente Obama le stesse relazioni di personale amicizia che lo hanno legato a i suoi due predecessori&#8221;, segno evidente che non c&#8217;era stata grande cordialità e calore tra i due. La stessa espressione di Obama non era certo delle più gioviali, seppur diplomaticamente cortese. Più che la battuta sull&#8217;abbronzatura o sulla società multietnica che Berlusconi ha detto di non volere, quello che deve aver infastidito mr. President sarà stato forse quell&#8217;atteggiamento da &#8220;miles gloriosus&#8221; , la Russia, l&#8217;Iran, la Turchia, &#8220;ghe pensi mi&#8221;.<br />
Ma non è certo il fastidio personale a determinare le scelte del leader della potenza maggiore (ma davvero lo è ancora?) ma come dicevamo più sopra, gli interessi che un vassallo scriteriato potrebbe mettere in pericolo. In tal caso il personaggio va fermato con i mezzi più appropriati, golpe, attentato, coloured revolution?<br />
Per il Salame, come lo chiama un noto commentatore politico fuori dal coro, basta sciorinare le sue personali debolezze e renderlo internazionalmente impresentabile.<br />
Quanto poi al modo legale per costringerlo alle dimissioni, il killer potrebbe essere un&#8217;altra volta Bossi o una qualche procedura presso il Tribunale dei Ministri. Tra pochi giorni il G8 dell&#8217;Aquila durante il nostro, pardon il loro, cercherà di recuperare il danno d&#8217;immagine che si è procurato. Il Financial Times, che non è mai stato tenero nei suoi confronti, ha scritto in una corrispondenza da Roma, che ci si aspetta un passo clamoroso della magistratura e che nel PDL sia già in atto un riposizionamento di tutti quelli che pensano/sperano di aver un futuro politico oltre e al di là di Berlusconi. Se la Casa Bianca dirà che&#8230; &#8220;il rischio tellurico è tale da non consentire la venuta di Obama&#8221;, ecco sarà il prologo dell&#8217;ultimo atto&#8230;.<br />
Quel che fa male è che, a prescindere dal personaggio, di per sé indifendibile, non lo sono neppure la dignità e l&#8217;onore di un Paese che a 64 anni dalla fine della guerra, perdente è stato e perdente deve rimanere.</p>
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		<title>Gli amici dei miei amici&#8230; è sufficiente?</title>
		<link>http://www.islam-online.it/2009/06/gli-amici-dei-miei-amici-e-sufficiente/</link>
		<comments>http://www.islam-online.it/2009/06/gli-amici-dei-miei-amici-e-sufficiente/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 26 Jun 2009 21:08:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Approfondimenti]]></category>

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		<description><![CDATA[ Si, a volte sì! di  hrp   Una delle regole della realpolitik di cui è saggio diffidare è quella che trasferisce impropriamente valori e alleanze o, al contrario, antagonismi e dissidi. Insomma non è sempre vero che gli amici dei miei amici mi siano amici e nemici miei i loro. Ci sono però situazioni ed [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong> </strong><strong>Si, a volte sì!</strong></p>
<p>di  hrp  </p>
<p>Una delle regole della realpolitik di cui è saggio diffidare è quella che trasferisce impropriamente valori e alleanze o, al contrario, antagonismi e dissidi. Insomma non è sempre vero che gli amici dei miei amici mi siano amici e nemici miei i loro.</p>
<p>Ci sono però situazioni ed evidenze in cui lo schieramento è importante e le similitudini innegabili.<br />
Ci tego a ripeterlo: NON credo che gli iraniani che hanno manifestato in questi giorni a Teheran siano agenti prezzolati dalla CIA o dal Mossad. Credo piuttosto che siano uomini e donne appartenenti a quella stessa categoria di persone che battevano sulle casseruole ai tempi di Allende (gente che probabilmente non ne aveva mai lavata una), che sfilarono in quella famosa marcia dei quadri e capetti che dette il colpo di grazia alle lotte alla FIAT nel 1980, che facevano le adunate anticastriste a Miami, che hanno sostenuto i reiterati tentativi di destabilizzazione della repubblica bolivariana di Hugo Chavez, che parteggiavano per Dahlan a Gaza e Abu Mazen a Ramallah. Gente che aveva qualcosa da perdere dal nuovo che avanzava, o che non aveva la forza o la cultura per capirlo.<br />
Obama  nei giorni scorsi ha agitato il suo dito ricordando che gli iraniani &#8220;hanno diritto di manifestare&#8221;, non si è ricordato degli afghani però, degli irakeni e men che meno del diritto dei palestinesi di Gaza &#8230; a esistere e a MANGIARE.<br />
E allora, a fronte di questa solidarietà pelosa e selettiva dei potenti che si ricordano della gente comune solo quando intravedono la possibilità di strumentalizzarli ai loro fini e interessi, ci sembra onesto e corretto poter schierarci con quelli che mantengono una visione antagonista anche a costo di qualche sacrificio di quelle &#8220;libertà&#8221; che l&#8217;occidente sbandiera sfacciato e che riconosce solo a se stesso, e ancora&#8230;<br />
L&#8217;Iran non si fermerà ad Ahmadinejad, e neanche a Khamenei, il popolo iraniano andrà avanti nella scienza e nella cultura ed elabora strategie di sviluppo umano e materiale di cui faranno tesoro tutti i popoli del mondo.<br />
In Iran è in corso lo più straordinario processo di acculturazione di massa che un paese &#8230;in via di sviluppo&#8230; abbia mai tentato e in parte già realizzato in questo II dopoguerra che ancora pesa su tutti noi. Questo è il vero investimento strategico. Ci provò a suo tempo Nasser, ma non ebbe la forza e la lucidità di perseguirlo; a suo modo anche l&#8217;Iraq di Saddam Hussein procedeva su quella via. Oggi il regime che opprime l&#8217;Egitto è la vergogna maggiore del mondo arabo e dei musulmani e l&#8217;Iraq è un entità geografica senza più nervo, unità e potenza. L&#8217;Iran islamico, antimperialista e solidale con i mustadaifun (gli oppressi) non farà quella stessa fine, inch&#8217;Allah, noi ce lo auguriamo e preghiamo in tal senso.</p>
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		<title>Gaza: &#8220;Aprite le porte&#8221;   un appello di 56 Premi Nobel e 202 eurodeputati contro il blocco di Gaza</title>
		<link>http://www.islam-online.it/2009/06/331/</link>
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		<pubDate>Fri, 26 Jun 2009 20:48:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[56 Premi Nobel, 202 eurodeputati, ma anche Michel Rocard, Yasmina Khadra, Martin Gray, Noam Chomsky&#8230; firmano l&#8217;appello &#8220;Aprite le porte&#8221; per chiedere che sia definitivamente tolto l&#8217;assedio a Gaza. &#8220;Un milione e mezzo di persone restano imprigionate, sottoposte all&#8217;arbitrio più totale&#8221; Ancora un sanguinoso scontro, questo 8 giugno 2009, alla frontiera di Gaza, per ricordarci [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>56 Premi Nobel, 202 eurodeputati, ma anche Michel Rocard, Yasmina Khadra, Martin Gray, Noam Chomsky&#8230; firmano l&#8217;appello &#8220;Aprite le porte&#8221; per chiedere che sia definitivamente tolto l&#8217;assedio a Gaza. &#8220;Un milione e mezzo di persone restano imprigionate, sottoposte all&#8217;arbitrio più totale</em>&#8221;</p>
<p>Ancora un sanguinoso scontro, questo 8 giugno 2009, alla frontiera di Gaza, per ricordarci quanto la situazione resti esplosiva. 4 uccisi e 12 feriti tra i Palestinesi, nessuna perdita da parte israeliana. Nella striscia di Gaza, su una lista di 4000 &#8220;prodotti autorizzati&#8221; da Israele (prima dell&#8217;assedio imposto nel giugno 2007), oggi ne sono tollerati solo da 30 a 40, ed un milione e mezzo di persone restano imprigionate, sottoposte all&#8217;arbitrio più totale.<br />
Libri, dischi, vestiti, tessuti, scarpe, aghi, lampadine elettriche, candele, fiammiferi, strumenti musicali, bandiere, coperte, materassi, tazze, bicchieri&#8230; sono vietati e non possono essere introdotti se non attraverso i fragili tunnel che collegano la striscia all&#8217;Egitto, bersagli di bombardamenti ripetuti. Nel 2008 più di 50 persone sono morte in questi tunnel, a causa di crolli. Nessuno dei materiali necessari per la ricostruzione (cemento, porte, vetri, finestre&#8230;) è autorizzato, dopo gli spaventosi bombardamenti del dicembre 2008 &#8211; gennaio 2009. Il tè, il caffè, la semola restano vietati (cfr, inchiesta di Amira Hass &#8220;Israel bans books, music and cloche from enetring Gaza, Haaretz, 17 maggio 2009).<br />
56 Premi Nobel, tra cui 10 Nobel per la pace, 202 membri del Parlamento Europeo (2004-2009), oltre ad altre personalità, partecipano con la ONG Peace Lines alla campagna &#8220;Aprite le porte&#8221;, perché sia definitivamente tolto l&#8217;assedio a Gaza, e per una serie di scarcerazioni, secondo criteri umanitari e giuridici.<br />
Noi chiediamo a tutti i dirigenti politici ed ai membri del nuovo Parlamento Europeo, di fare tutto il possibile perché si giunga a queste scarcerazioni &#8211; tra le quali quella del sergente Shalit e dell&#8217;ex ministro dell&#8217;educazione Al Shaer, riarrestato il 19 marzo, in violazione del diritto internazionale.<br />
L&#8217;Europa e l&#8217;Union pour la Méditerranée non possono continuare a tollerare ai propri confini simili condizioni di privazione e di soffocamento.</p>
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		<title>Centro per i diritti umani di Gaza: ecco i numeri della guerra d&#8217;Israele.</title>
		<link>http://www.islam-online.it/2009/06/centro-per-i-diritti-umani-di-gaza-ecco-i-numeri-della-guerra-disraele/</link>
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		<pubDate>Wed, 24 Jun 2009 20:05:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[Gaza. Il Centro al-Mizan per i diritti umani, in una relazione sulle perdite e sui danni subiti dalla popolazione della Striscia di Gaza durante l&#8217;ultima guerra israeliana, ha illustrato i crimini commessi dall&#8217;esercito di occupazione nel periodo dal 27 dicembre 2008 fino all&#8217;alba del 18 gennaio 2009. Nel rapporto, diffuso ieri e intitolato &#8220;L&#8217;aggressione in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="margin: 0cm 0cm 0pt;">Gaza. Il Centro al-Mizan per i diritti umani, in una relazione sulle perdite e sui danni subiti dalla popolazione della Striscia di Gaza durante l&#8217;ultima guerra israeliana, ha illustrato i crimini commessi dall&#8217;esercito di occupazione nel periodo dal 27 dicembre 2008 fino all&#8217;alba del 18 gennaio 2009.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt;">Nel rapporto, diffuso ieri e intitolato &#8220;L&#8217;aggressione in cifre&#8221;, sono pubblicati i numeri delle vittime e dei danni arrecati alle persone e alle proprietà.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt;"> </p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt;">Le persone morte durante la guerra o in seguito alle ferite riportate sono 1.410: 355 al di sotto dei diciotto anni d&#8217;età, 110 donne e 240 combattenti della Resistenza.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt;"> </p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt;"> </p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt;">11.135 case private, 581 edifici pubblici, 209 impianti industriali, 724 imprese commerciali e 650 veicoli risultano distrutti dai bombardamenti e dalle operazioni dell&#8217;esercito sionista, mentre la superficie di terre agricole danneggiate raggiunge i 627.175 ettari.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt;"> </p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt;"> </p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt;"> </p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt;">A conclusione della relazione vengono citate le indagini effettuate da al-Mizan e da varie istituzioni nazionali e internazionali, che dimostrano come sia stato commesso un gran numero di gravi e sistematiche violazioni del diritto internazionale umanitario, altrimenti definibili come crimini di guerra contro l&#8217;umanità, in base a quanto è scritto nella Carta del Tribunale internazionale e nella IV Convenzione di Ginevra.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt;"> </p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt;">Il centro specifica che &#8220;tra questi crimini sono inclusi il bombardamento di case con civili al loro interno, le sparatorie contro civili che sventolavano bandiere bianche, l&#8217;uso indiscriminato della forza distruttiva delle armi nelle zone civili, il bersagliamento di civili senza distinzione, l&#8217;uso dei civili come scudi umani, il bersagliamento del personale medico, l&#8217;ostacolamento delle ambulanze e il bersagliamento delle sedi e dei dipendenti delle Nazioni Unite&#8221;.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt;"> </p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt;">Il rapporto riferisce inoltre che a tali crimini bisogna aggiungere le pratiche delle forze di occupazione ai danni della popolazione locale, come ad esempio le punizioni collettive, la distruzione della rete dell&#8217;acqua e delle linee elettriche, l&#8217;interruzione e la devastazione delle strade che collegano le province della Striscia di Gaza (un gesto gravissimo in quanto comporta problemi nei rifornimenti di cibo e medicine, che si sommano a quelli provocati dall&#8217;assedio) e la sofferenza psicologica causata dalle aggressioni massicce contro le zone residenziali.</p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt;"> </p>
<p style="margin: 0cm 0cm 0pt;">Tutto questo, secondo al-Mizan, ha fatto sì che, per l&#8217;intera durata del conflitto, non esistesse nemmeno un posto in tutta la regione che permettesse ai civili di restare al sicuro</p>
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		<title>Il presidente Barack Obama ai musulmani. Un semplice discorso?</title>
		<link>http://www.islam-online.it/2009/06/il-presidente-barack-obama-ai-musulmani-un-semplice-discorso/</link>
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		<pubDate>Thu, 18 Jun 2009 23:12:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Questioni contemporanee]]></category>

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		<description><![CDATA[Siamo abituati alle belle parole e molti, nei paesi a maggioranza musulmana come pure tra i musulmani occidentali, non hanno più fiducia negli Stati Uniti quando si tratta di discorsi politici. Vogliono azioni concrete e hanno ragione. E&#8217; proprio di queste che abbiamo bisogno nel mondo. Tuttavia il presidente Barack Obama, particolarmente dotato di eloquenza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Siamo abituati alle belle parole e molti, nei paesi a maggioranza musulmana come pure tra i musulmani occidentali, non hanno più fiducia negli Stati Uniti quando si tratta di discorsi politici. Vogliono azioni concrete e hanno ragione. E&#8217; proprio di queste che abbiamo bisogno nel mondo. Tuttavia il presidente Barack Obama, particolarmente dotato di eloquenza e capacità nell&#8217;uso di metafore, ci ha offerto nel discorso fatto al Cairo qualcosa che esula da un semplice uso sapiente delle parole. Vi è espresso in esso un atteggiamento, un modo di sentire e una visione.</p>
<p>Con lo scopo di evitare di tracciare una visione binaria del mondo, Barack Obama ha fatto riferimento « all&#8217;America », « l&#8217;islam », « i musulmani » e « i paesi a maggioranza musulmana » : non è mai caduto nella trappola di parlare di « noi » in opposizione a « loro » e si è affrettato a riferirsi all&#8217;islam come di una realtà americana, e agli americani musulmani come soggetti che contribuiscono alla loro società. Parlando poi della sua propria vita è passato dal personale all&#8217;universale, dichiarando di conoscere per esperienza che l&#8217;islam è una religione il cui messaggio invita all&#8217;apertura e alla tolleranza. Il vocabolario usato e il significato del suo discorso sono importanti e innovatori: egli è riuscito a rimanere insieme umile, autocritico, aperto ed esigente nel messaggio indirizzato a « noi » tutti, intesi come « partners ».</p>
<p>I sette punti che ha evidenziato nel suo discorso sono evidentemente quelli critici. Possiamo anche non essere d&#8217;accordo con la sua lettura e interpretazione di ciò che accade in Afghanistan, in Iraq e in Palestina (e del ruolo degli Stati Uniti in questi conflitti), ma dobbiamo riconoscere che egli non ha comunque negato e taciuto queste situazioni, invitando tutte le parti in causa ad assumersi le proprie responsabilità affinché cessi la violenza e avanzi la giustizia e la pace. Ha chiaramente riconosciuto la sofferenza dei Palestinesi e il loro diritto ad ottenere uno Stato vivibile e indipendente. E&#8217; una prima tappa necessaria: solo il futuro ci dirà se il nuovo presidente avrà i mezzi di essere forte e coerente quando dovrà interloquire con il governo israeliano. Ha lasciato aperto qualche canale di comunicazione con l&#8217;autorità palestinese (invitando all&#8217;unità senza marginalizzare Hamas) e con l&#8217;Iran. Esistono e permangono delle questioni cruciali e non c&#8217;è possibilità di uno sviluppo futuro se non le si affronta con coerenza e coraggio. Le aspettative sono enormi e Barack Obama deve ancora dimostrare nella pratica il suo impegno per la giustizia e per la pace.</p>
<p>Il presidente Obama ha fatto una distinzione importante tra i principi democratici e i modelli politici. Lo Stato di diritto, la libertà di scelta dei popoli, il dovere di trasparenza sono dei principi universali mentre i modelli politici, ha sottolineato, dipendono da fattori storici e culturali di cui non si può non tener conto. Speriamo che l&#8217;amministrazione Obama tradurrà in pratica questa visione, promuovendo la democratizzazione nel mondo rispettando scrupolosamente le scelte dei popoli: sarebbe giusto cominciare con l&#8217;Iraq e l&#8217;Afganistan. Riguardo poi ai principi indiscutibili della democrazia, è effettivamente un richiamo di cui c&#8217;è bisogno&#8230;in Egitto, al governo egiziano, proprio là dove il presidente ha pronunciato il suo discorso.</p>
<p>Barack Obama ha menzionato sette settori che si devono tener presenti. Ha cominciato con quelli a carattere più politico e ha concluso, intelligentemente, con la questione critica delle « donne » e dell&#8217; « educazione ». Sono questi, ha detto, dei campi in cui tutti abbiamo della strada da fare. Su queste due questioni, ha fatto delle proposte pratiche e ha presentato dei progetti interessanti per un prossimo futuro. Davanti alla crisi economica, ai dubbi, alle paure e alle minacce globali, il mondo ha bisogno che le donne siano più impegnate e che l&#8217;educazione sia promossa ovunque . Queste sfide comuni hanno aiutato il Presidente, ancora una volta, a parlare di un « noi » inclusivo, un nuovo noi potremmo dire, nel quale siamo partner che condividono le stesse preoccupazioni, confrontati a sfide simili ed esposti a nemici comuni.</p>
<p>Il suo discorso non è rivolto solo ai musulmani nel mondo. L&#8217;Occidente e i non musulmani dovrebbero ugualmente porvi attenzione. Barack Obama ha parlato di riconoscere il contributo storico dell&#8217;islam alle scienze, al progresso e al pensiero. Vorrebbe che i suoi concittadini fossero maggiormente informati circa l&#8217;islam, più umili e così si aspetta che i « liberali » non vogliano imporre le loro idee ai musulmani praticanti, donne e uomini. Nessuno ha il diritto di imporre un modo di vestirsi o di pensare ciascuno di noi ha da imparare dall&#8217;altro: questo riferimento implicito alla controversia francese circa il foulard islamico, era in fondo assai riconoscibile, esplicito.</p>
<p>Egli ha citato poi dei testi religiosi appartenenti alle tre religioni monoteistiche, ciascuno dei quali a respiro universale. Come voler suggerire che il vero universalismo consiste nell&#8217;educare se stessi all&#8217;ascolto e rispetto dell&#8217;altro. Due giorni prima del suo discorso del Cairo, il Presidente Obama aveva affermato in modo sorprendente che gli Stati Uniti sono una grande nazione islamica : era sua intenzione così ricordare agli americani e a tutti gli occidentali che i musulmani sono loro concittadini e che l&#8217;islam fa ormai parte della loro identità nazionale.</p>
<p>Un discorso particolarmente forte che non è solo un &#8220;discorso&#8221;: esso esprime una visione positiva ed esigente allo stesso tempo. Qualche cosa è effettivamente cambiato. Come Barack Obama è passato nel suo discorso dal personale all&#8217;universale, ci attendiamo che passi dall&#8217;ideale alla pratica. E&#8217; giovane, è nuovo, è intelligente e abile : avrà la possibilità di essere coraggioso? Infatti, questo è in relazione con il coraggio del presidente, e ci si domanda infatti se è possibile che gli Stati Uniti siano coerenti con i loro propri valori. E&#8217; possibile che un uomo riesca a superare e riformare il fortissimo dissidio che informa la psiche americana, che consiste nel promuovere da una parte i valori universali e la diversità e dall&#8217;altra alimentare uno spirito in cui permangono atteggiamenti imperialistici (intellettualmente, politicamente ed economicamente) ? Non potrà certo realizzare ciò da solo e coloro che sono in competizione con lui in questo, sono maggiormente gli indiani e i cinesi che i musulmani. Ciò nonostante è essenziale riconoscere i lati positivi di un discorso che annuncia un nuovo inizio : è necessario che i musulmani facciano fede alle parole di Obama aux mots e invece di assumere un atteggiamento passivo o vittimista, contribuiscano ad un mondo migliore, essendo autocritici e critici, umili e ambiziosi, coerenti e aperti. Il miglior modo di spingere Barack Obama ad assumere le sue responsabilità negli Stati Uniti, nel Medio Oriente e altrove, consiste per i musulmani ad assumersi le proprie responsabilità, senza demonizzare ciecamente l&#8217;America e l&#8217;Occidente, e senza idealizzare ingenuamente un carismatico presidente afro-americano.<br />
.<br />
P.S. Nota personale : il presidente Barack Obama vuole che &#8221; diciamo la verità&#8221;. E&#8217; successo che io abbia espresso qualche cosa di vero sull&#8217;invasione americana illegale dell&#8217;Irak e il sostegno unilaterale e cieco degli Stati Uniti al governo israeliano. Per questo mi è stato proibito l&#8217;accesso agli Stati Uniti, divieto che permane ancor oggi. Questa è forse una di quelle incoerenze che fanno sì che alcuni di noi dubitino ancora del vero senso dei discorsi politici. Si tratta di una questione di coerenza, ancora una volta.</p>
<p>venerdì 5 giugno 2009, Tariq Ramadan.</p>
<p>traduzione di Patrizia Khadija Dal Monte per <a href="http://islam-online.it/" target="_blank">islam-online.it</a></p>
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		<title>Mano nella mano contro i matrimoni forzati</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Jun 2009 00:23:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Campagne in corso]]></category>
		<category><![CDATA[Questioni contemporanee]]></category>

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		<description><![CDATA[Una realtà taciuta e spesso drammatica  Anche in Italia la campagna europea contro questa pratica arcaica ed ingiusta Con il lancio a Torino, il 21 ottobre, nella stupenda cornice di palazzo Graneri della Rocca, è partita anche in Italia la campagna contro i matrimoni imposti. Presenti Marianne Vorthoren, responsabile del progetto contro i matrimoni forzati [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center"><span style="font-family: Times New Roman; font-size: large;">Una realtà taciuta e spesso drammatica  </span></p>
<p align="center"><em>Anche in Italia la campagna europea contro questa pratica arcaica ed ingiusta</em></p>
<p align="justify">Con il lancio a Torino, il 21 ottobre, nella stupenda cornice di palazzo Graneri della Rocca, è partita anche in Italia la campagna contro i matrimoni imposti. Presenti Marianne Vorthoren, responsabile del progetto contro i matrimoni forzati e coordinatrice campagna a livello europeo, Tariq Ramadan presidente del European Muslim Network, Hamza Roberto Piccardo, direttore <a title="http://islam-online.it/" href="http://islam-online.it/" target="_blank">islam-online.it</a> e Patrizia Khadija Dal Monte responsabile del progetto in Italia. Significativa anche la presenza di Sumaya  Abdel Qader già fondatrice del GMI, (Giovani Musulmani d&#8217;Italia) e membro del Consiglio dei Garanti dell&#8217;associazione, particolarmente sensibile al tema e al lavoro che ne seguirà per la diffusione di questo progetto. Il saluto delle istituzioni è stato portato con da Ilda Curti, assessore alle politiche d&#8217;integrazione del Comune di Torino, la quale ha partecipato con vera attenzione e intelligenza. L&#8217;iniziativa è stata possibile grazie al generoso lavoro di Elvio Arancio, artista e attore sociale e politico.</p>
<p align="justify">Si tratta di promuovere una campagna di informazione e non di repressione, una campagna dal basso, alfine di modificare alcune tradizioni culturali che spesso associano impropriamente questo costume alla religione e la cui sopravvivenza nella società occidentale è chiara nell&#8217;esperienza dei nostri partner europei. In Italia il problema non è ancora così definito, ma poiché le comunità presenti sono le stesse degli altri Paesi d&#8217;Europa è necessario prevenire l&#8217;instaurarsi di tali costumi, attraverso un lavoro di educazione che esige una sinergia di sforzi delle comunità musulmane locali e di quelle politiche. La &#8220;freschezza&#8221; del fenomeno immigratorio in Italia, può essere un fattore positivo in quanto permette di operare da subito sulle nuove generazioni.</p>
<p align="justify">Negare la libertà ad uomo o ad una donna (non si declina solo al femminile tale costume) di scegliere colui che sarà il compagno della propria vita, non è un problema religioso, ma tocca la libertà e la dignità dell&#8217;individuo e quindi va affrontato insieme. Il Comune di Rotterdam per primo ha dato appoggio a tale iniziativa poiché &#8220;<em>la lotta alle costrizioni e alla</em> <em>violenza è responsabilità di tutti noi</em>&#8220;, come espresso  in una conferenza del 25 giugno 2007.</p>
<p align="justify">Invitiamo quindi le istituzioni interessate a mettersi in contatto con noi, alfine di svolgere un lavoro più articolato e profondo, che miri ad una vera emancipazione delle persone, lontano da quelle azioni scandalistiche politicamente sfruttate che non fanno che inasprire i problemi esistenti.</p>
<p align="justify">I matrimoni imposti evidenziano due problemi: quello della confusione esistente tra tradizioni culturali e religiose e quello di una lettura riduttiva del Testo sacro. Il loro superamento quindi contribuirà anche ad un progresso in dette problematiche di fondo. Dobbiamo poi ricordare una differenza importante, quella tra matrimoni combinati e matrimoni imposti. In molte culture tradizionali, anche in Italia fino a qualche decennio fa, vige la consuetudine che sia la famiglia a presentare alla ragazza o al ragazzo dei possibili pretendenti. Ciò è legato ad una concezione della famiglia diversa da quella attuale in Occidente, in cui i membri sono molto più legati e uniti tra loro. Vi si riconosce il valore dell&#8217;esperienza degli adulti, in questo caso dei genitori nel scegliere una persona degna di fiducia, compagno per la vita e certo viene relativizzata l&#8217;importanza dell&#8217;innamoramento a favore di criteri più sostanziali per un matrimonio duraturo. I matrimoni combinati diventano matrimoni imposti, e quindi violenza sulla persona quando dalla semplice proposizione si passa alla coercizione, alla minacce, alla violenza. Quest&#8217;ultima poi è doveroso ricordare non esiste solo nella forma fisica, che è più facile individuare, ma anche in forme più sottili di tipo psicologico, che si esprimono attraverso riprovazione, allontanamento, emarginazione del soggetto &#8220;non obbediente&#8221; dalla comunità familiare e religiosa.</p>
<p align="justify">Le due realtà convivono fianco a fianco e sono possibili sconfinamenti legati in particolare alle personalità coinvolte, gioca un ruolo essenziale la percezione dell&#8217;autorità dei genitori soprattutto del padre, ma anche la personalità dei figli, del modo in cui questi sono stati educati a sentirsi soggetti autonomi della propria vita e ancor più delle figlie che spesso vengono educate nelle culture tradizionali in grande carenza di esperienze di autonomia.</p>
<p align="justify">Una campagna contro i matrimoni imposti è dunque educazione non solo alla distinzione tra religione ed usi culturali, ma anche e soprattutto promozione della persona umana, uomo o donna che sia, della sua fondamentale libertà di scelta che va tutelata e coltivata, essa sola permette la maturazione di donne e uomini equilibrati, in grado di dare un contributo positivo alla società e alla religione stessa. Inch&#8217;Allah.</p>
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		<title>Sulla reciprocità nel rispetto dei diritti umani</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Jun 2009 00:08:04 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Questioni contemporanee]]></category>

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		<description><![CDATA[Pubblichiamo questa nota, tratta a un post di Newsletter Ecumenici, sulla ricorrente questione della &#8220;reciprocità&#8221; nell&#8217;applicazione del rispetto dei diritti umani. Ci sembra che nella sua preziosa sinteticità sia di una chiarezza cristallina ed esaustiva.   Qualcuno, alla radio, ha recentemente parlato di reciprocità nel rispetto dei diritti dell&#8217;Uomo. Secondo costui, nel nostro Paese, i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Pubblichiamo questa nota, tratta a un post di Newsletter Ecumenici, sulla ricorrente questione della &#8220;reciprocità&#8221; nell&#8217;applicazione del rispetto dei diritti umani. Ci sembra che nella sua preziosa sinteticità sia di una chiarezza cristallina ed esaustiva.</em>   Qualcuno, alla radio, ha recentemente parlato di reciprocità nel rispetto dei diritti dell&#8217;Uomo. Secondo costui, nel nostro Paese, i diritti degli stranieri dovrebbero essere rispettati nella misura in cui sono rispettati nel loro.</p>
<p>Costui non sa di cosa parla.</p>
<p>L&#8217;Italia si è impegnata, con il Trattato di Pace del 1947, a prendere &#8220;tutte le misure necessarie per assicurare a tutte le persone che siano sotto la sua giurisdizione, senza distinzione di razza, sesso, lingua o religione, il godimento dei diritti umani e delle libertà fondamentali, inclusa la libertà di espressione, di stampa e pubblicazione, di pratiche religiose (culto), di opinioni politiche e di assemblea pubblica.&#8221; (Articolo 15, Sezione 1, Parte II del Trattato di Pace del 1947)</p>
<p>Come se non bastasse abbiamo anche firmato e ratificato tutti gli strumenti internazionali e regionali che impongono il rispetto dei diritti umani e in nessun trattato, patto, convenzione o dichiarazione si fa il minimo accenno ad una presunta reciprocità.</p>
<p>La reciprocità è la norma chiave nei trattati commerciali e nelle relazioni diplomatiche, ma, per quanto riguarda il rispetto dei diritti umani universali, non esiste.</p>
<p>Claudio Giusti</p>
<p>  &#8220;In verità, nella creazione dei cieli e della terra<br />
  e nell&#8217;alternarsi della notte e del giorno,<br />
  ci sono certamente segni per coloro che hanno intelletto&#8221;<br />
                                                                    Corano III, 190</p>
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		<title>Crisi in Darfur: il sangue, la fame e il petrolio</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Jun 2009 00:54:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Questioni contemporanee]]></category>

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		<description><![CDATA[Intervista a Mohamed Hassan di Gregory Lalieu e Michel Collon   Il primo genocidio del 21° secolo si sta svolgendo nel Darfur? Questa regione del Sudan è teatro di un conflitto che sensibilizza l&#8217;opinione pubblica internazionale. Da qui ci raggiungono le stesse immagini di miseria tipiche di ogni conflitto consumato sul suolo africano: gli uomini laceri, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4><em>Intervista a </em>Mohamed Hassan <em>di Gregory Lalieu e Michel Collon</em> </h4>
<p align="justify"> Il primo genocidio del 21° secolo si sta svolgendo nel Darfur? Questa regione del Sudan è teatro di un conflitto che sensibilizza l&#8217;opinione pubblica internazionale. Da qui ci raggiungono le stesse immagini di miseria tipiche di ogni conflitto consumato sul suolo africano: gli uomini laceri, i bambini piangono e il sangue scorre. L&#8217;Africa è tuttavia il continente più ricco del mondo. In questo nuovo capitolo del viaggio che abbiamo intrapreso per &#8220;comprendere il mondo musulmano&#8221;, Mohamed Hassan ci rivela le origini del paradosso africano e ci ricorda che il Sudan oltre a ospitare diverse etnie e religioni, abbonda sopratutto di petrolio.</p>
<p>  Quali sono le origini della crisi in Darfur? L&#8217;attore americano George Clooney in qualità di testimonial per &#8220;Save Darfur&#8221; ha denunciato l&#8217;assassinio degli africani per mano delle milizie arabe. Per contro il filosofo Bernard-Henry Levy, che ugualmente cerca di mobilitare l&#8217;opinione pubblica internazionale, sostiene che si tratta di un conflitto tra l&#8217;islam radicale e l&#8217;islam moderato. La crisi nel Darfur è etnica o religiosa?   La vasta regione africana ricca di risorse poteva essere unita e sviluppata&#8230; Chi sostiene che la crisi in Darfur derivi da un problema etnico o religioso, non ha una buona conoscenza dell&#8217;area. Questa guerra è economica. Le potenze coloniali del passato e quelle imperialiste di oggi sono responsabili delle sventure dell&#8217;Africa. L&#8217;intera regione, dal Sudan al Senegal, in passato condivideva le stesse origini culturali e traboccava di ricchezza. Se il colonialismo del 19° secolo, non fosse intervenuto a creare forzatamente dei confini, questa regione poteva essere unita e sviluppata. Io sostengo che questi confini sono artificiosi perché sono stati creati in base ai rapporti di forza tra le potenze coloniali, senza prendere in considerazione la realtà del territorio e ancor meno la volontà del popolo africano. In Sudan, sono stati i coloni inglesi che applicando la politica <em>divide et impera</em> hanno gettato le basi per i conflitti che dilaniano il paese.   Il Sudan era una colonia britannica. Quali interessi aveva l&#8217;Inghilterra in questo paese?   Nel 19° secolo, la competizione imperversava in Europa. Nella corsa per l&#8217;egemonia, le potenze europee avevano bisogno di risorse umane, finanziarie e materiali: l&#8217;espansione del colonialismo consentiva di reperire queste risorse. La Gran Bretagna fino ad allora contava sulla colonia più prospera, l&#8217;India, ma una situazione del tutto nuova induceva l&#8217;Inghilterra a volgere lo sguardo in Africa: nel 1805, Mohamed Ali, governatore dell&#8217;impero ottomano, aveva iniziato a fare dell&#8217;Egitto uno stato moderno, i cui confini erano in costante espansione, raggiungendo la costa somala e inglobando il Sudan. Il grado di sviluppo raggiunto da colui che oggi è considerato come il padre dell&#8217;Egitto moderno, preoccupò seriamente la Gran Bretagna che vedeva emergere un nuovo concorrente. L&#8217;impero britannico invade così l&#8217;Egitto, e ne fa una colonia. Per estensione, il Sudan diviene colonia anglo-egiziana nel 1898.   Quali sono state le conseguenze del colonialismo britannico in Sudan?   Come in ogni colonia africana, la Gran Bretagna ha applicato la politica del <em>divide et impera</em>. Il Sudan è stato quindi diviso in due parti: al nord, si salvaguarda l&#8217;arabo come lingua ufficiale e l&#8217;Islam come religione, al Sud viene imposto l&#8217;inglese e i missionari iniziano la conversione al protestantesimo. Nessuno scambio era ammesso tra le due regioni di nuova costituzione. I britannici hanno introdotto anche delle minoranze greche e armene per creare una zona cuscinetto tra il Nord e il Sud!   Inoltre, la Gran Bretagna ha introdotto un moderno sistema economico in Sudan, che potremo chiamare capitalismo. Furono costruite due linee ferroviarie. La prima collegava la colonia all&#8217;Egitto, l&#8217;altra partiva da Khartoum per raggiungere Port Sudan sulla costa del Mar Rosso. Questa seconda linea costituisce l&#8217;asse attorno al quale si è consumato il saccheggio del Sudan: da qui partiva tutta la ricchezza verso la Gran Bretagna o i mercati internazionali. Khartoum divenne una città estremamente dinamica dal punto di vista economico, da cui emerse una borghesia. La divisione operata dalla Gran Bretagna tra Nord e Sud e la scelta di fare di Khartoum un centro dell&#8217;attività coloniale avrà un impatto disastroso sulla storia del Sudan. Questi due fattori sono alla base della prima guerra civile del paese.   Quali sono i motivi di questa prima guerra civile?   Quando il Sudan raggiunse l&#8217;indipendenza nel 1956, non vi erano relazioni tra le due parti del paese. Il Nord, arabo e musulmano, aveva beneficiato delle attività economiche durante il dominio britannico vista la centralità di Khartoum, snodo di potere e ricchezza. Il Sud, invece, è protestante ed è una comunità africana tradizionale. Nel corso della prima guerra civile, che durerà fino al 1972, il Sud chiede una equa distribuzione della ricchezza. L&#8217;accordo di pace raggiunto fa del Sudan uno stato federale.   Ma la pace avrà un breve respiro. Sul finire degli anni Settanta, la compagnia petrolifera americana Chevron scopre importanti giacimenti di petrolio in Sudan. L&#8217;allora presidente, Numeri, intende allora modificare i confini dello stato federale per consentire all&#8217;autorità centrale il controllo delle risorse petrolifere. Questa violazione dell&#8217;accordo di pace rilancia la guerra tra Nord e Sud del paese nel 1980. Questa guerra durerà oltre 25 anni. Il Sudan è attraversato dal Nilo, a occidente si trova la provincia del Darfur.   In poco più di 50 anni, il Sudan ha vissuto due guerre civili. E oggi, la crisi del Darfur si estende a tutto l&#8217;occidente del paese. La situazione etnica sembra ancora esplosiva in Sudan. Cerchiamo di capire perché alcuni media ne parlano come di una polveriera.   E non lo è. La maggior parte dei gruppi etnici che vivono nel nord del paese sono musulmani, fisicamente assomigliano agli egiziani e molti parlano un loro dialetto, tutti conoscono l&#8217;arabo che è la lingua ufficiale. Le comunità nel sud sono più tipiche della regione del Nilo. La loro pelle è scura e le religioni dominanti sono il cristianesimo e l&#8217;animismo. Ma le guerre civili che hanno opposto le due parti del paese non sono né di origine etnica, né religiosa. Esse, infatti, ruotano attorno alla redistribuzione equa della ricchezza.   Guardate all&#8217;attuale situazione in Darfur. Nella provincia vive un&#8217;amalgama di etnie: le tribù nomadi arabo-musulmane, come quelle Janjawid e Takawira, accanto ad agricoltori sedentari. Nei periodi di siccità, le tribù nomadi migrano verso gli insediamenti degli agricoltori sedentari e scoppiano i conflitti. L&#8217;idea che gli africani siano massacrati dagli arabi è costruita sull&#8217;osservazione, erronea, che gli Janjawid siano arabi. Ma in queste tribù, che rivendicherebbero ipotetiche origini arabe, non c&#8217;è nulla in realtà che richiami agli arabi di oggi.   Vi è un altro elemento importante di questa crisi di cui si parla molto poco: gli interessi della borghesia locale. Con la scoperta del petrolio, la globalizzazione e lo sviluppo delle reti di informazioni, tutti vogliono una fetta della torta. Allo stesso modo delle élite del Sud, la borghesia del Darfur reclama ora una parte delle ricchezze contro il governo centrale che monopolizza il potere e le risorse. Ciò che rende specifica la crisi nel Darfur è che queste contraddizioni sono state amplificate e politicizzate per via dell&#8217;impegno della Cina in Sudan.   Qual è il ruolo della Cina in Sudan?   Dopo la scoperta di importanti giacimenti petroliferi, Chevron ha dovuto lasciare il Sudan per due motivi. In primo luogo, il paese era diventato instabile a causa della seconda guerra civile. In secondo luogo, se gli Stati Uniti avevano goduto fino ad allora ottimi rapporti con il Sudan, il nuovo regime islamico istituito dalla Omar al-Bashir nel 1989 era decisamente ostile. Il petrolio sudanese sfuggiva quindi agli interessi statunitensi. La Cina è approdata in Sudan con il seguente messaggio: &#8220;Veniamo a comprare materie prime al prezzo in vigore sul mercato internazionale&#8221;. Questa situazione presenta un vantaggio comparato per la Cina e il Sudan: la prima può disporre delle risorse necessarie per il suo sviluppo, mentre la seconda non è più costretta a chiedere denaro in prestito alle istituzioni internazionali. Ma il coinvolgimento cinese in Africa costituisce una novità storica che spaventa gli interessi imperialisti europei e statunitensi.   Che cosa è un vantaggio comparato?   David Ricardo, il più importante degli economisti borghesi dopo Adam Smith, ha sviluppato la teoria chiamata del vantaggio comparato. Questo concetto è stato applicato dal Fondo Monetario internazionale e dalla Banca Mondiale nei paesi del Terzo Mondo nel corso degli ultimi cinquanta anni. Immaginiamo ch&#8217;io sia un paese che produce banane. Il FMI viene da me e dice: &#8220;Voi producete banane, avete una certa competenza su come farlo e avete dedicato delle risorse umane alla produzione: siete quindi specializzati! Più vi specializzerete nel settore delle banane, tanto più si ridurranno i costi di produzione e sarete maggiormente efficienti. Se seguirete questo metodo, avrete un vantaggio comparato sul mercato e potrete sviluppare il vostro paese&#8221;. Io aumento quindi la produzione di banane, ma il mio vicino fa la stessa cosa. Il risultato è che ci sono troppe banane sul mercato! Il consumatore non può mangiarne giorno e notte. Pertanto i prezzi crollano. E&#8217; come se un medico con tantissimi pazienti, prescrivesse a tutti la stessa medicina, indipendentemente dalla malattia.   Quando l&#8217;Unione Sovietica e il blocco orientale sono crollati nel 1990, l&#8217;imperialismo occidentale ha pensato di poter dominare il mondo. Ma la Cina ha iniziato a diventare più forte economicamente. Oggi, ha bisogno di tutto dalle banane alle noccioline, passando per il petrolio e i minerali. Questo nuovo gigante si presenta ai paesi ricchi di risorse, con il desiderio di comprare le loro materie prime ai prezzi di mercato. Ovviamente, tutti i paesi africani ricchi di risorse volgono lo sguardo alla Cina. Qualsiasi imprenditore che volesse massimizzare i propri profitti lo farebbe! Il capitalismo ha raggiunto l&#8217;Asia e l&#8217;Africa deve adattarsi a questa nuova situazione.   L&#8217;Africa è sempre stata riserva di caccia dell&#8217;Occidente. Si tratta di un grande cambiamento.   Questo è il cuore del problema. L&#8217;Occidente è molto ambiguo a riguardo. Da un lato, ricava enormi vantaggi economici dal partenariato economico con la Cina. D&#8217;altro canto, non accetta che l&#8217;Africa tratti con il gigante asiatico. In realtà, le potenze imperialiste non vogliono perdere la loro posizione dominante sul ricco continente africano. Di fronte a questo dilemma, l&#8217;Occidente ha un atteggiamento assolutamente vergognoso: invece di affrontare apertamente la Cina, mette sotto pressione i governi africani che sfuggono al suo controllo e sfrutta le crisi umanitarie per i propri interessi.   Come fa l&#8217;Occidente a impedire al Sudan di negoziare con la Cina?   Cercando di destabilizzare il regime. Per fare ciò, applica la regola d&#8217;oro del colonialismo: <em>divide et impera</em>. Durante la seconda guerra civile, gli Stati Uniti hanno sostenuto finanziariamente l&#8217;Esercito di Liberazione Popolare del Sudan, un movimento ribelle del Sud. Mentre il Movimento quindi riceveva denaro e armi, il governo modernizzava il suo esercito grazie alle entrate derivanti dal petrolio: così il conflitto è durato più di venti anni. La seconda guerra civile si è conclusa nel 2005 proprio quando iniziava la crisi nel Darfur.   E&#8217; vero che le contraddizioni tra le tribù nomadi e gli agricoltori sedentari da un lato, e la borghesia locale e l&#8217;autorità centrale, dall&#8217;altro, hanno condotto a scontri mortali in Darfur. E&#8217; anche vero che su questo fronte, il governo sudanese ha adottato un atteggiamento militarista invece di battere la via del dialogo. Ma le potenze imperialiste ingigantiscono il problema, al fine di mobilitare l&#8217;opinione pubblica internazionale e di destabilizzare il regime sudanese. Deve essere chiaro che se domani, Khartoum annunciasse che smetterà di fare affari con la Cina, nessuno parlerà più del Darfur.   Le grandi potenze occidentali possono continuare ad evitare uno scontro diretto con la Cina e mantenere il controllo sulle risorse del continente africano?   L&#8217;atteggiamento delle potenze occidentali è vergognoso. Questi paesi imperialisti sono razzisti. Dopo la colonizzazione nel 19° secolo, hanno sempre impedito lo sviluppo dell&#8217;Africa con l&#8217;obiettivo di mantenere il controllo delle risorse. Ma perché il continente non dovrebbe intrattenere rapporti commerciali con la Cina e l&#8217;Occidente si? Perché i bambini in Africa, non devono avere buone scarpe, delle tavole imbandite e delle buone scuole? Le potenze neocoloniali costringono il continente più ricco del mondo in una condizione di sottosviluppo per mantenere il controllo della sua ricchezza.   La mobilitazione per il Darfur è importante negli Stati Uniti. Molte organizzazioni ebraiche hanno aderito a questa campagna. Perché?   I motivi di questo coinvolgimento sono principalmente di ordine storico. Nel lungo conflitto che ha opposto Israele all&#8217;Egitto, il Sudan occupa una posizione strategica. Infatti, il Nilo passa attraverso il paese prima di raggiungere l&#8217;Egitto. Oggi, Tel Aviv e il Cairo sono in ottimi rapporti, ma vista la simpatia del popolo egiziano per la causa palestinese, l&#8217;accordo potrebbe deteriorarsi. In una prospettiva a lungo termine, Israele sa che i suoi interessi strategici in Sudan sono importanti. Infatti, se Israele controlla l&#8217;acqua del Nilo, controlla anche l&#8217;Egitto. Durante la prima guerra civile sudanese, Israele ha già sostenuto il movimento ribelle Anyanya nel Sud, per indebolire il Presidente egiziano Nasser. Oggi, quando due movimenti del Darfur hanno già firmato un accordo di pace con Khartoum, Israele sostiene l&#8217;ultimo gruppo che continua a combattere. E&#8217; per questo motivo che il leader libico Gheddafi ha detto che la crisi del Darfur non è più un problema sudanese ma israeliano!   Bisogna inoltre sapere che le organizzazioni sioniste che sono coinvolte nella campagna di mobilitazione per il Darfur negli Stati Uniti hanno inizialmente manifestato la volontà di creare un fronte comune con le associazioni afro-americane. Una delegazione di Nation of Islam, guidata dal suo leader Louis Farrakhan, è andata così in Sudan, ha analizzato la situazione e ha avuto una discussione con il governo e il Presidente Omar al-Bashir. L&#8217;organizzazione ha espresso la sua decisione: il problema in Darfur non ha nulla a che fare con i Neri e con gli Arabi. Pertanto, il progetto di alleanza voluto dalle organizzazioni sioniste è naufragato.   Le reazioni a seguito della sentenza della Corte Penale Internazionale che ha emesso un mandato d&#8217;arresto nei confronti del Presidente Omar al-Bashir, non sono state omogenee. Gli Stati Uniti e la Francia hanno dichiarato che il Presidente sudanese deve essere giudicato. La Cina e i paesi arabi ritengono invece che ciò potrebbe destabilizzare ulteriormente il paese.   Io credo che una Corte che ascolta solo una campana, non è una Corte. Permettetemi di fare alcuni esempi. Il popolo della Somalia, è da sempre dilaniato dalla guerra. Ma nei primi mesi del 2006, un&#8217;intifada condotta sotto la guida del Consiglio Islamico, è riuscita in maniera pacifica a sopraffare i Signori della guerra. Hanno restaurato la pace in molte parti del paese. Il commercio ha ripreso, gli agricoltori sono tornati a lavorare e la comunicazione nella società è cresciuta. La speranza era tornata! Sei mesi più tardi, il regime fantoccio di Etiopia, manipolato dalla CIA e dai neocons statunitensi, ha invaso la Somalia. Il conflitto ha prodotto due milioni di profughi somali, sono morti 60.000, alcuni sono annegati nell&#8217;Oceano Indiano nel tentativo di raggiungere lo Yemen. L&#8217;Etiopia ha usato bombe napalm contro i civili a Mogadiscio e ha distrutto quasi tutta la città! Perché i media non hanno allertato l&#8217;opinione pubblica su questa tragedia? Perché non c&#8217;è una Corte Internazionale contro gli autori di questa tragedia?   L&#8217;Uganda ha distrutto il Congo equatoriale e depredato il suo oro. Per giustificare la sua legittimità, la Corte ha preso Jean-Pierre Bemba, un pesce piccolo. Ma l&#8217;autore di questo piano disastroso, il governo ugandese, è libero. Attualmente, le sue truppe uccidono i civili in Somalia. Perché non c&#8217;è una Corte contro di loro?   Nel 1998, l&#8217;Etiopia ha avviato una guerra in Eritrea. In stile pienamente nazista, ha spogliato dei beni gli etiopi di origine eritrea. Diverse migliaia di eritrei sono stati inviati in campi di concentramento dove molti sono morti di malaria e di altre infezioni. Perché non c&#8217;è nessuna Corte Internazionale che agisca nei confronti di questi criminali?   Un milione di iracheni sono stati uccisi. Quattro milioni sono profughi. Uno Stato moderno è stato distrutto illegalmente. Perché non c&#8217;è nessun giudice contro Cheney, Rumsfeld e Bush?   L&#8217;industria diamantifera del Sud Africa ha devastato la Sierra Leone. Questa e nessun&#8217;altro ha portato l&#8217;ex presidente liberiano Charles Taylor dinanzi al Tribunale Internazionale sulla base di false accuse che lasciano perplessi circa l&#8217;integrità di questa Corte.   Dei crimini sono comunque stati commessi in Darfur. Anche se la Corte Penale Internazionale non è imparziale, Omar al-Bashir non dovrebbe essere giudicato?   Non nego che siano state uccise delle persone in Darfur. Ma parlare di genocidio è un&#8217;esagerazione di una Corte imperialista che non è neutrale. Tutti i partiti politici in Sudan, sono concordi che questo mandato d&#8217;arresto viola la sovranità del paese. Il giudizio su Omar al-Bashir deve essere lasciato agli africani. La Corte Internazionale risponde all&#8217;obiettivo di fare pressione sul Presidente in modo che si arresti il commercio con la Cina e si torni a &#8220;fare affari&#8221; con l&#8217;Occidente. Probabilmente non funzionerà con il Sudan, ma è comunque un segnale per gli altri paesi che ne volessero seguire l&#8217;esempio.   Gli agricoltori sudanesi devono affrontare gravi problemi di siccità. Il governo non può utilizzare le entrate del petrolio per costruire strutture di irrigazione? In generale, perché un paese, che alcuni paragonano all&#8217;Arabia Saudita per risorse petrolifere, è così povero?   In Europa, vi sono paesi poveri con gente ricca. Al contrario, il Sudan è un paese ricco con povera gente. E&#8217; vero che il governo sudanese avrebbe potuto stanziare le entrate del petrolio in modo efficace, ma il fatto è che non ha soluzioni progressiste per l&#8217;intero paese. Da parte sua, la borghesia locale è gravemente colpita dalla corruzione (1). Dopo l&#8217;accordo di Naivasha, che ha segnato la fine della seconda guerra civile, il Sud ha ricevuto sei miliardi di dollari a titolo equa redistribuzione della ricchezza. Ma con tutto questo denaro, non è stata ancora costruita una scuola! Il Sudan ha quindi bisogno di una vera e propria risposta, che però non può venire da noi, quanto dal popolo sudanese stesso.   La soluzione potrebbe essere il confederalismo o il federalismo?   Questa soluzione è stata sostenuta dagli Stati Uniti per porre fine al conflitto con il Sud ed è oggi ventilata per risolvere la crisi nel Darfur. Un referendum dovrebbe presto determinare lo status di queste due regioni. L&#8217;interesse delle potenze occidentali sono elevati: se non possono negoziare lo sfruttamento di petrolio con Khartoum, lo potranno fare con le regioni autonome.   Ma il federalismo non è la panacea di tutti i problemi politici del mondo. In Belgio, coesistono tre comunità linguistiche: quelle di lingua olandese, francese e tedesca. Il federalismo è stato istituito su base linguistica, con la conseguenza di creare delle frontiere. Il Belgio ha un piccolo territorio, ma ha sei governi, 550 deputati e 55 ministri: il rapporto pro-capite più elevato al mondo! Nonostante questo esercito di politici, il paese attraversa regolarmente dei problemi federali. In Svizzera, per contro, il federalismo si basa sui cantoni, che rende il sistema molto più efficiente. Mentre il 75% della popolazione parla il tedesco, il Parlamento svizzero si esprime in francese, senza problemi. Ed ecco dove ci troviamo: la borghesia sudanese vuole un federalismo sul modello belga.   Come possiamo superare la crisi in Sudan?   Il Sudan è un paese ricco, che ha ricevuto tutto ciò che la natura può dare. Ma per sua sfortuna, non vi è alcun movimento che possa unire la popolazione attorno alla costruzione di una società democratica, unita e egualitaria; un Sudan senza sciovinismo e discriminazione; un Sudan che utilizzi tutte le sue risorse per costruire un solido futuro al suo popolo. I partiti esistenti, compreso il regime militare, raccomandano qualsiasi slogan: socialismo soudanese, arabo o islamico, nazionalizzazioni o privatizzazioni &#8230;&#8230; ma non sono in grado di integrare e portare il paese sulla via della democrazia moderna e progressista. La borghesia che guida il paese mette i suoi interessi davanti a quelli della nazione. Tuttavia, la crisi economica e il calo dei prezzi delle materie prime non garantiscono le entrate del passato. Il numero dei poveri aumenta. Vi sono le condizioni per l&#8217;emergere di ciò che il Sudan ha più bisogno: una resistenza progressiva e democratica.   Nota:   (1) http://www.southsudannation.com/pres 20afwerki%% 20interview4.htm   Mohamed Hassan raccomanda inoltre le seguenti letture: - <a title="http://www.sudantribune.com/spip.php?article19967" href="http://www.sudantribune.com/spip.php?article19967">Oil in Sudan: Facts and impact on Sudanese Domestic and International Relations</a> - <a title="http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&amp;aid=4717" href="http://www.globalresearch.ca/index.php?context=va&amp;aid=4717">Oil in Darfur? Special Ops in Somalia?</a>  <br />
<em>Traduzione dal francese per <a title="http://www.resistenze.org/" href="http://www.resistenze.org/" target="_new">www.resistenze.org </a>a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare</em></p>
<p>Ariticolo originale:<br />
<a title="http://www.michelcollon.info/index.php?view=article&amp;catid=6&amp;id=1973&amp;option=com_content&amp;Itemid=11" href="http://www.michelcollon.info/index.php?view=article&amp;catid=6&amp;id=1973&amp;option=com_content&amp;Itemid=11" target="_new">http://www.michelcollon.info:80/index.php?view=article&amp;catid<br title="http://www.michelcollon.info/index.php?view=article&amp;catid=6&amp;id=1973&amp;option=com_content&amp;Itemid=11" />=6&amp;id=1973&amp;option=com_content&amp;Itemid=11</a></p>
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		<title>La Turchia è europea</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Jun 2009 00:37:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Questioni contemporanee]]></category>

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		<description><![CDATA[di Tariq Ramadan La Torre dei Genovesi nel quartiere di Galata a Istanbul  La recente visita del presidente americano Barack Obama in Europa, al di là delle dichiarazioni di amicizia, ha messo in evidenza un marcato disaccordo di natura geostrategica e culturale. Obama ha insistito sull&#8217;importanza dell&#8217;adesione della Turchia all&#8217;Unione Europea (UE). La risposta di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="center">di Tariq Ramadan</p>
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<dl id="attachment_233" class="wp-caption alignnone" style="width: 155px;">
<dt class="wp-caption-dt"><img class="size-full wp-image-233" title="istanbul-torregenovesi" src="http://www.islam-online.it/wp-content/uploads/immagini/2009/06/istanbul-torregenovesi.jpg" alt="La Torre dei Genovesi nel quartiere di Galata a Istanbul" width="145" height="109" /></dt>
<dd class="wp-caption-dd">La Torre dei Genovesi nel quartiere di Galata a Istanbul</dd>
</dl>
</div>
<p align="justify"> La recente visita del presidente americano Barack Obama in Europa, al di là delle dichiarazioni di amicizia, ha messo in evidenza un marcato disaccordo di natura geostrategica e culturale. Obama ha insistito sull&#8217;importanza dell&#8217;adesione della Turchia all&#8217;Unione Europea (UE). La risposta di Nicolas Sarkozy, che rappresenta la posizione maggioritaria in Europa, è stata immediata : è possibile certo prevedere di instaurare una relazione privilegiata con la Turchia, ma la sua adesione all&#8217; UE non è all&#8217;ordine del giorno. La Turchia non sarebbe dunque europea né geograficamente né culturalmente.</p>
<p align="justify"> </p>
<p align="justify">Le interpretazioni circa la posizione americana sono molteplici e contraddittorie, ma rivelano chiaramente le tensioni interne all&#8217;Europa. Alcuni pensano che gli Stati Uniti abbiano come interesse primario quello di rendere sicuro l&#8217;accesso alle ricchezze energetiche verso il Mar Caspio; altri sospettano che gli americani vogliano aver maggior peso in Europa con l&#8217;allineamento militare della Turchia sulle posizioni americane (attraverso l&#8217;OTAN) ; altri invece vi intravvedono la volontà americana di indebolire l&#8217;Europa, imponendole « la palla al piede turca» che, con i suoi bisogni economici, la sua demografia e la sua cultura non farebbe che complicare il futuro dell&#8217;Europa.</p>
<p align="justify"> </p>
<p align="justify">Nessuna di queste interpretazioni è giusta o falsa in toto, ma è interessante evidenziare ciò che esse rivelano sulle storture europee riguardanti la propria identità e il proprio futuro. Le elezioni europee si avvicinano, la questione turca non pare essere un nodo decisivo etuttavia la sua ombra è dappertutto, attraverso i problemi dell&#8217;« identità europea », dell&#8217; « immigrazione » e della «questione musulmana ». I partiti che promuovono una visione sempre più stretta dell&#8217;Europa guadagnano terreno: gli stessi partiti cioè che sostengono una prospettiva molto «ebraico-cristiana» della storia europea, un rapporto di diffidenza marcata verso l&#8217;islam, delle politiche dure e repressive verso l&#8217;immigrazione e infine il rifiuto di una Turchia troppo popolata e troppo islamica. Le popolazioni europee hanno paura ed esigono maggiore sicurezza e si aspettano, nella profonda recessione economica che stiamo attraversando, che i politici le proteggano, sia dalla diminuzione del potere di acquisto, che dallo « straniero », « l&#8217;immigrato » che danneggerebbe l&#8217;equilibrio economico che l&#8217;omogeneità culturale. In questo senso « la questione turca » è rivelatrice sia delle forze centripete dell&#8217;Europa (sentirsi « insieme » contro ciò che ci minaccia e ci aggredisce) che delle forze centrifughe (assenza di una visione geostrategica o di una politica estera comune ad esempio).</p>
<p align="justify"> </p>
<p align="justify">Gli argomenti che pretendono di porre la Turchia al di fuori della storia e della geografia europea non reggono ad un&#8217;analisi seria. Durante più di 400 anni l&#8217;Impero Ottomano ha condiviso e determinato lo svolgersi politico e strategico del continente. Fu « il grande malato» dell&#8217;Europa fino al secolo scorso e ancor&#8217;oggi il suo peso storico ed economico resta determinante. Ridisegnare i confini geografici dell&#8217;Europa secondo l&#8217;ideologia o le necessità politica del momento non inganna nessuno : usando gli stessi criteri, Cipro dovrebbe essere pure fuori dall&#8217;Europa e questi tagli astraggono sia dalla storia che dalle realtà concrete del territorio in cui si mescolano le origini, le memorie e le culture. Il 40% della popolazione turca ha un&#8217;origine etnica europea e milioni di turchi hanno già acquisito la nazionalità di un paese europeo.</p>
<p align="justify"> </p>
<p align="justify">I veri problemi sono dunque altrove e bisogna guardarli in faccia. Invece di essere ossessionati dalla questione culturale e religiosa (la paura dell&#8217;islam), i dirigenti europei farebbero bene di sviluppare una vera visione geostrategica per il futuro : la Turchia è imprescindibile nelle relazioni con l&#8217;Iran, la Siria, l&#8217;Iraq e l&#8217;Asia centrale e il suo peso economico e militare dovrebbe essere integrato in una politica europea di vicinanza e stabilizzazione in Asia e e in Medio-Oriente. Due volte, in tempi recenti, il governo turco ha rifiutato di piegarsi alle richieste americane provando in tal modo di essere capace di indipendenza. L&#8217;Europa non può rimproverare agli Stati Uniti il loro unilateralismo e contemporaneamente non darsi i mezzi di sviluppare una politica estera autonoma. La cacofonia che regna intorno a queste questioni è scoraggiante: gli Stati Uniti, la Cina e l&#8217;India non possono temere la potenza dell&#8217;Europa, poiché essa lavora contro se stessa con le sue divisioni e l&#8217;assenza di una politica comune.</p>
<p align="justify"> </p>
<p align="justify">Le relazioni commerciali tra la Turchia e i paesi europei sono state in costante aumento: tra il 1990 e il 2003 le sue importazioni sono triplicate e le sue esportazioni sono quadruplicate. Una migliore gestione di questi scambi nel quadro di una politica economica globale, permetterebbe di rendere queste relazioni economiche ancora più efficaci e competitive. I paesi dell&#8217;UE sono confrontati con un problema serio e costante nell&#8217;avvenire circa la mano-d&#8217;opera : le cifre sono impressionanti e alcuni specialisti, in rapporti interni all&#8217;UE, non esistano di parlare di un mercato dell&#8217;impiego europeo che necessiterebbe di almeno 15 milioni di lavoratori nel prossimo ventennio. L&#8217;Europa ha bisogno dell&#8217;immigrazione. Invece di chiudere gli occhi e proteggersi con politiche di immigrazione miopi  (che giungono a criminalizzare gli immigrati e i clandestini), l&#8217;Europa dovrebbe pensare ad una regolazione realista e ragionevole e la Turchia, in questo senso, potrebbe essere un&#8217; alleata di primaria importanza viste le sue risorse umane.</p>
<p align="justify"> </p>
<p align="justify">Inoltre è necessario che gli Stati europei superino la loro paura dell&#8217;islam e che cessino di «culturalizzare » la questione dell&#8217;adesione della Turchia all&#8217;UE. I soli criteri di adesione dovrebbero essere quelli di Copenaghen (1993) e in base a questi si è obbligati ad ammettere che la Turchia, come è del resto stato riconosciuto nel 2004 nel rapporto della Commissione europea, li soddisfa quasi completamente. Ora, dietro le palizzate e le resistenze europee, si percepisce chiaramente che il problema è di tipo culturale e religioso: i politici europei sono pronti, in questo caso, a negare i loro bisogni socio-economici a lungo termine, per soddisfare e rispondere alle paure (religiose e culturali) delle loro popolazioni a breve termine. Milioni di donne e uomini sono già europei e musulmani e l&#8217;adesione della Turchia dunque non porta niente di nuovo né di pericoloso. L&#8217;islam è di fatto una religione europea e la Turchia abita culturalmente, politicamente e economicamente il suo avvenire.</p>
<p align="justify"> </p>
<p align="justify">Abbiamo bisogno di politici europei coraggiosi che sviluppino una nuova visione di questa relazione con la Turchia e si ricordino che essa, per la sua storia, per la sua geografia, il suo peso economico e la sua situazione naturale di mediatrice con il « mondo musulmano », è un fattore primario per l&#8217;Europa e il suo futuro. Invece di aspettare che siano le necessità storiche ad imporre l&#8217;integrazione della Turchia nel progetto europeo, sarebbe meglio impegnarsi a pensare insieme una politica di adesione chiara e ragionevole che rispetti i principi politici e riconosca la diversità religiosa e culturale. La Turchia in Europa&#8230; ciò impone che l&#8217;Europa si riconcili con i suoi principi, gli stessi che ha spesso tradito con certe sue pratiche.</p>
<p align="justify"> </p>
<p align="justify">Articolo pubblicato nel Monde del 17 aprile 09.</p>
<p align="justify">Traduzione a cura di Khadija Dal Monte</p>
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		<title>Boicottare è giusto</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Jun 2009 00:28:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Campagne in corso]]></category>

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		<description><![CDATA[Boicotta Israele Il boicottaggio è una forma lecita e non violenta di lotta Lista prodotti israeliani: HAVA: prodotti estetici e dermatologici distribuiti in Italia da P.M. CHEMICALS S.R.L./Milano AMCOR: purificatori e condizionatori d&#8217;aria, insetticidi ALBATROSS: fax e sistemi di posta elettronica CANTINE BARKAN Ltd: vini con etichetta Reserved, Barkan e Village CANTINE DELLE ALTURE DEL [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h2>Boicotta Israele</h2>
<p align="center">Il boicottaggio è una forma lecita e non violenta di lotta</p>
<p align="center"><img src="http://www.islamshia.org/images/boicottaggio.jpg" alt="" width="149" height="132" /></p>
<p align="left">Lista prodotti israeliani:</p>
<p align="left"><strong>HAVA</strong>: prodotti estetici e dermatologici distribuiti in Italia da P.M. CHEMICALS S.R.L./Milano</p>
<p><strong>AMCOR</strong>: purificatori e condizionatori d&#8217;aria, insetticidi</p>
<p><strong>ALBATROSS</strong>: fax e sistemi di posta elettronica</p>
<p><strong>CANTINE BARKAN Ltd</strong>: vini con etichetta Reserved, Barkan e Village</p>
<p><strong>CANTINE DELLE ALTURE DEL GOLAN</strong>: vini con etichetta Yarden, Gamla e Golan distribuiti in Italia da GAJA DISTRIBUZIONE , Barbaresco (Cuneo)</p>
<p><strong>CARMEL</strong>: prodotti d&#8217;esportazione come avocados ,fiori recisi e succhi di frutta</p>
<p><strong>CALVIN KLEIN</strong>: alcuni capi di vestiario sono realizzati in Israele</p>
<p><strong>DATTERI DELLA VALLE DEL GIORDANO </strong>varietà Medjoul e Deglet Nour</p>
<p><strong>EPILADY/MEPRO</strong>: epilatori</p>
<p><strong>HALVA</strong>: barrette di sesamo</p>
<p><strong>INTEL</strong>: microprocessori e periferiche</p>
<p align="center"><img src="http://www.islamshia.org/barcode.gif" alt="" width="119" height="65" /></p>
<p align="left">
<strong>JAFFA</strong>: agrumi</p>
<p><strong>MOTOROLA</strong>: prodotti di irrigazione e fertilizzanti</p>
<p><strong>MUL-T-LOCK Ltd</strong>: porte blindate, serrature di sicurezza, cilindri e<br />
attrezzature</p>
<p><strong>NECA</strong>: saponi</p>
<p><strong>PRETZELS</strong>: snack salati della Beigel</p>
<p><strong>SALI DEL MAR MORTO</strong>: prodotti cosmetici</p>
<p><strong>Società Gitto Carmelo e Figli Srl di Messina</strong>: ha costruito una strada che passa nei territori occupati ed è a solo uso dei coloni</p>
<p align="center"><img src="http://www.islamshia.org/images/caterpillar.gif" alt="" width="296" height="85" /></p>
<p align="left">
<strong>SODA-CLUB Ltd</strong>.: sistemi per carbonare e sciroppi per la preparazione di soda e soft drinks</p>
<p><strong>SOLTARN Ltd:</strong> pentole e tegami in acciaio antimacchia</p>
<p><strong>VEGGIE PATCH LINE:</strong> hamburger di soia e prodotti alternativi<br />
Generi : marche<br />
Abbigliamento:<strong> Ask Retailer</strong>; <strong>Gottex</strong>, <strong>Gideon Oberson</strong>, <strong>Sara Prints</strong>, <strong>Calvin Klein</strong></p>
<p>Aromi e spezie: <strong>MATA,</strong> <strong>Deco-Swiss</strong>, <strong>Israel Dehydration Co. Ltd.</strong></p>
<p>Bevande: <strong>Askalon</strong>, <strong>Latroun</strong>, <strong>National Brewery Ltd</strong>., <strong>Carmel</strong>, <strong>Eliaz Benjamina Ltd</strong>., <strong>Montfort</strong>, <strong>Yarden Vineyards</strong>,<strong> International Distilleries of Israel Ltd. </strong>(Sabra), <strong>Gamla</strong>, <strong>Hebroni</strong></p>
<p>Budini: <strong>OSEM</strong>, <strong>MATA</strong>, <strong>Israel Edible Products Ltd. </strong>-Telma</p>
<p>Cipolle: <strong>Beit Hashita</strong>, <strong>Carmit</strong>, <strong>Sunfrost</strong></p>
<p>Formaggi: <strong>Kfir Bnei-Brak Dairy Ltd</strong>., <strong>Tnuva</strong>, <strong>Central Co-op</strong>, <strong>MATA</strong>, <strong>Haolam</strong></p>
<p>Frutta: <strong>Assis Ltd.</strong>, <strong>Carmel Medijuice</strong>, <strong>NOON</strong>, <strong>PRI-TAIM</strong>, <strong>Agrexco USA Ltd</strong>., <strong>Yakhin</strong>,<strong> PRI-ZE</strong>, <strong>FIT</strong> (Federation of Israel Canners),<strong> Jaffy&#8217;s Citrus Products</strong></p>
<p>Prodotti a base di pomodoro: <strong>FIT</strong>, <strong>Medijuice</strong>, <strong>Pardess</strong>, <strong>Yakhin</strong>, <strong>VITA</strong></p>
<p>Prodotti dolciari (caramelle e noccioline): <strong>Carmit</strong>, <strong>Elite</strong>, <strong>Geva</strong>, <strong>Rimon</strong>, <strong>Karina</strong>, <strong>Lieber</strong>, <strong>Oppenheimer</strong>, <strong>OSEM</strong>, <strong>Taste of Israel</strong>, <strong>Israel Edible Products</strong> &#8211; Telma</p>
<p>Olive:<strong> Beit Hashita</strong>, <strong>H&amp;S Private Label</strong>, <strong>Shan Olives Ltd. </strong>(Hazayith)</p>
<p>Marmellate, conserve, sciroppi, miele e frutta candita: <strong>Assis Ltd.</strong>, <strong>I&amp;B Farm Products</strong>, <strong>Meshek Industries</strong> (Beit Yitshak 778) <strong>Ltd</strong>., <strong>VITA</strong></p>
<p>Pesce: <strong>Noon</strong>, <strong>Yonah, Carmel</strong>, <strong>Ask retailer/frozen fillets</strong></p>
<p>Prodotti a base di tacchino: <strong>Hod Lavan</strong>, <strong>Soglowek, Yarden</strong>, <strong>Ask retailer</strong>/<strong>butcher</strong>/<strong>Deli</strong></p>
<p>Prodotti dietetici: <strong>Elite</strong>,<strong> Froumine</strong>, <strong>OSEM</strong>, <strong>Israel Edible Products</strong> &#8211; Telma,<strong> Kedem</strong>, <strong>Afifit Ltd</strong>., <strong>Magdaniat Hadar Ltd</strong>., <strong>Tivon</strong></p>
<p>Prodotti di forneria: <strong>Affifit Ltd</strong>., <strong>Barth, Elite</strong>,<strong> Einat</strong>, <strong>Froumine, Hadar</strong>, <strong>Israel Edible Products</strong> &#8211; Telma, <strong>Magdaniat Hadar Ltd</strong>., <strong>OSEM</strong>, <strong>Taste of Israel</strong></p>
<p>Prodotti vegetali: <strong>Yakhin</strong>,<strong> PRI-TAIM</strong>,<strong> PRI-ZE Growers/MOPAZ</strong>, <strong>Sanlakol</strong>, <strong>Carmelit Portnoy</strong>, <strong>Tapud</strong>, <strong>Sun Frost</strong></p>
<p>Salse per pizza: <strong>Jaffa-Mor</strong>, <strong>VITA</strong>, <strong>H&amp;S Private Label</strong>, <strong>MATA</strong></p>
<p>Software e componenti per computer: <strong>Four M</strong>, <strong>Cimatron</strong>, <strong>Eliashim Micro Computers</strong>, <strong>Sintel</strong>, <strong>Ramir </strong>(Adacom), <strong>Rad</strong>, <strong>Orbotech</strong>, <strong>Shatek, Scitex</strong>, <strong>4th Dimension Software Ltd</strong>., <strong>magic Software</strong>, 32-bit</p>
<p>Zuppe, salse e dadi: <strong>Israel Edible Products Ltd</strong>. &#8211; Telma, <strong>OSEM</strong>, <strong>MATA</strong>, <strong>Gourmet Cuisine</strong></p>
<p align="center"><img src="http://www.islamshia.org/antide.gif" alt="" width="400" height="300" /></p>
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