Il comportamento con i non musulmani e la corretta immagine da dare dell’Islam (2)
lug 31st, 2012 | Di direttore | Categoria: ApprofondimentiSi riporta anche a proposito di Abdullâh Ibn Amr (che Dio sia sodisfatto di lui) che, quando si sacrificava un animale per farlo poi cuocere a casa sua, egli si assicurava che una parte di questa carne fosse offerta al suo vicino di casa che era ebreo, ricordando il seguente insegnamento del Profeta Muhammad (su di lui la preghiera e la pace divine): «Jibril (Gabriele) mi ha talmente raccomandato [il buon comportamento] a proposito del vicino di casa, che ho temuto che fosse designato come erede».
Omar (il secondo Califfo) a Gerusalemme: un meraviglioso esempio.
Il Califfo Omar affidò gli affari dello stato ad Ali e si avviò verso Gerusalemme. Aveva con sé come scorta solamente un servitore e un solo cammello che cavalcava ciascuno al loro turno. Il giorno del loro arrivo a Gerusalemme era il turno del servitore di cavalcare il cammello. Questi disse a Omar: «O Comandante dei Credenti (Amìr al-mu’minìn) ti cedo la montatura, sarebbe un misero effetto agli occhi delle persone se montassi io il cammello, mentre tu lo guidi a piedi.» «No»! rispose Omar, «non voglio mostrarmi ingiusto. L’onore dell’Islam è ampiamente sufficiente per noi tutti.»
Abu Obaid, Khalid, Yazid e gli altri ufficiali dell’esercito musulmano [già posizionati presso Gerusalemme] si erano avvicinati per ricevere il Califfo Omar, tutti loro portavano delle tuniche eleganti di seta, ciò rese il Califfo Omar furioso. Fece allora dei vivi rimproveri ai suoi generali dicendo loro: «Siete dunque cosi tanto cambiati nello spazio di due anni? Che cosa è quest’abbigliamento stravagante? Anche se aveste fatto ciò 200 anni fa, vi avrei dimesso.» Gli ufficiali risposero: «Siamo in un Paese, dove la qualità del vestito attesta il rango dell’uomo. Se portassimo dei vestiti ordinari, ispireremmo poco rispetto alle persone. Tuttavia, portiamo le nostre armi sotto i nostri abiti di seta.» Questa risposta acquietò la collera del Califfo.
In seguito il Califfo Omar, dopo essere entrato a Gerusalemme, senza l’uso delle armi, firmò il ‘Trattato di pace’ conosciuto fino ai nostri giorni sotto il nome di «Patto di Omar» (Patto Ummariyya). Si presentò come segue:
«Dal servitore di Dio (abd Allàh) e Comandante dei credenti (Amir al mu’minìn) Omar. Gli abitanti di Gerusalemme sono garantiti sulla sicurezza della loro vita e dei loro beni. Le loro chiese e croci saranno preservate. I loro luoghi di culto resteranno intatti. Essi non potranno essere confiscati o distrutti. Questo trattato si applica a tutti gli abitanti della città. Le persone saranno completamente libere di seguire la loro religione, essi non dovranno subire nessun disagio o disturbo».1
Il Patriarca Cristiano Ortodosso di Gerusalemme (recente) ha pubblicato il 1 gennaio 1953 una copia dell’originale del manoscritto della libreria di Al-Fanar (in uno dei distretti amministrati da Istanbul) di ciò che sarebbe «Il Patto di Omar».2
Le porte della città di Gerusalemme erano aperte [senza l’uso delle armi, ma su ordine del Patriarca Cristiano]. Omar si diresse direttamente verso il Tempio di Davide (Masjid Al-Aqsa) e fece la sua preghiera sotto l’arcata di Davide. Visitò poi la più grande Chiesa Cristiana della città. Egli si trovò lì proprio quando venne l’ora della preghiera islamica del pomeriggio (salàt al-‘asr). Il Patriarca Cristiano Sofronio disse a Omar: «Puoi fare la tua preghiera nella Chiesa». Omar rispose: «No!, se faccio questo, potrebbe arrivare un giorno che i musulmani prendano questa scusa per impossessarsi della vostra Chiesa.»
Così, preferì fare la sua preghiera sulla gradinata all’esterno della chiesa. Di più, diede uno scritto al Patriarca Cristiano nel quale decretava che le gradinate delle chiese non dovevano essere utilizzate per la preghiera in comune né per la chiamata alla preghiera.
La Moschea di Omar
Il Califfo Omar volle costruire una Moschea a Gerusalemme. Chiese prima al Patriarca di Gerusalemme quale posto sarebbe stato più conveniente per questo suo progetto. Il Patriarca suggerì il Sakhra, vale a dire la roccia dove Allàh si rivolse al Profeta Jacobbe. I cristiani avevano ammucchiato in quel luogo delle immondizie per irritare gli ebrei. Omar accettò il consiglio ed egli stesso prese parte alla pulizia del luogo. Gerusalemme, città di Gesù era così testimone del senso dell’equità che caratterizzava l’Islam e che è una conseguenza del buon dialogo, del rispetto, del riconoscere e dell’accettazione dell’altro. Quando ogni traccia d’impurità fu tolta, si costruì una Moschea in questo luogo, che esiste ancora ai nostri giorni, ed è conosciuta sotto il nome di “Moschea di Omar”.
2. Relazione con gli atei (non credenti) ed i pagani
La madre di Asma (la figlia di Abu Bakr) venne a Medina per rendere visita a sua figlia e a portargli anche dei regali. Asma però non ha voluto fare entrare sua madre in casa sua e nemmeno accettare i suoi regali, perché sua madre era ancora pagana. E’ in questa situazione che fu rivelato al Profeta (su di lui la preghiera e la pace divine) questo versetto coranico: «Allàh non vi proibisce di essere buoni e giusti nei confronti di coloro che non vi hanno combattuto per la vostra religione e che non vi hanno scacciato dalle vostre case, poiché Allàh ama coloro che si comportano con equità »3
Asma accettò allora di ricevere sua madre in casa e di prendersi cura di lei.
Il versetto coranico mostra bene come il dialogo vada oltre la tolleranza che è un termine estraneo all’Islam, perché tollerare, è accettare a malincuore; l’islam esalta piuttosto “l’amore” del prossimo (amare il bene per gli altri) e “la bontà”, che sono i motori del conoscersi a vicenda e del buono scambio: «O uomini! in verità Noi vi abbiamo creato da un maschio e da una femmina e abbiamo fatto di voi popoli vari e tribù, affinché vi conosciate a vicenda».4
Si può citare inoltre, sempre in questo senso, anche il patto di Hudaybiyya e la delegazione di Thaqîf e di altri esempi della Storia della vita del Profeta (Sîra).
3. Il riconoscimento reciproco: un’altra dimensione del dialogo.
Spesso, il concetto di «tolleranza» è utilizzato nella cornice del dialogo inter-religioso. Questo concetto, sia nel Corano sia nella Sunna, non si trova da nessuna parte. Tollerare, può condurre ad accettare qualcuno a malincuore o di contro voglia o con delle riserve che poi alimentano una certa distanza nei suoi confronti. Alcuni storici pretendono che questa parola è nata dai conflitti tra protestanti e cattolici.
Nell’Islam, la tolleranza è sostituita dall’amore del prossimo e ad un riconoscimento reciproco, vale a dire che esige un dialogo permanente ed una condivisione tra le parti del dialogo. «O uomini! in verità Noi vi abbiamo creato da un maschio e da una femmina e abbiamo fatto di voi popoli vari e tribù, affinché vi conosciate a vicenda».5
Il credente (mu’min) grazie alla sua educazione spirituale (adab) è portato ad amare l’altro, perché il suo cuore è riempito di amore di Dio e del suo Profeta e «Dio non ha posto due cuori nel petto di nessun uomo»6 perciò ne deriva che il credente può solamente amare le creature senza distinzione (mawaddata7 ishfâq, una misericordia verso l’universo) e comunicare con esse senza pregiudizi.
Il vero credente, attraverso la pratica delle prescrizioni divine e della educazione spirituale Muhammadiana comprende che: il solo giudice è Allàh!
Comprende anche che le credenze possono essere differenti o divergenti, ed egli comprende e comunica con l’altro, amando e desiderando per lui il bene e portandogli rispetto, perché l’essere umano, qualunque sia la sua razza o la sua religione, è generato dal soffio di Allàh.8
Leggiamo nel Corano come Allàh ha ordinato al Profeta Mosè e a suo fratello Aronne (su di loro la pace) di parlare bene e di essere dolci nella comunicazione (Da’wa) nei confronti di uno dei più grandi tiranni che il mondo abbia mai conosciuto: il Faraone. «Andate da Faraone: in verità si è ribellato! Tenetegli un linguaggio dolce. Forse ricorderà o temerà [Allàh]. Dissero: «O Signor nostro, temiamo che si scagli contro di noi o che accresca la ribellione». Rispose: «Non temete. Io sono con voi ed ascolto e vedo. Andate pure da lui e ditegli: ”In verità noi siamo, tutti e due, gli Inviati (Rasul) del tuo Signore. Lascia partire con noi i figli di Israele e non tormentarli più. Siamo venuti da te con un segno da parte del tuo Signore e sia la Pace su chi segue la retta via.»9
Si può perciò dire in conclusione che, il musulmano deve rispettare tutti e usare delle buone maniere con ogni creatura di Dio. L’Islam ci ordina anche di rispettare il mondo animale e vegetale.
Perché bisogna avere il rispetto per tutti? Perché (tra l’altro) si potrà avere uno scambio corretto con qualcuno solamente quando si ha rispetto per lui, senza il rispetto nessuna buona comunicazione è possibile, e il dialogo cederà allora il posto all’odio, ai pregiudizi, alla violenza, alla discordia e al disordine sulla terra.
I Sufi10 dicono: «Nell’essere umano (qualunque sia l’essere umano) c’è la Luce di Dio, “il soffio di Dio” (an-nafkh al-ilàhì): è a questo soffio divino che gli Angeli si sono prosternati ed è ciò che Satana (Iblis) invece non ha visto, non ha visto nell’essere umano che l’argilla e fu velato [su ciò che c’era dietro e al disopra dell’argilla]».
Allàh dice a proposito della creazione dell’uomo:
«[Allàh] gli diede [all’uomo] la sua forma perfetta e ha insufflato in lui del Suo spirito».11
Perché i nostri Maestri Spirituali (Shuyukh) dicono che non bisogna giudicare (o disprezzare) nessuno? Perché difatti nessuno può sapere come va a finire (una buona o una cattiva conclusione Khâtima), e gli atti valgono solamente per la loro conclusione finale come è risaputo nell’Islam. È probabile che un politeista si trasformi (per la volontà, la guida, e la grazia del Signore) in un Santo monoteista (muwahhid) giusto prima della fine della sua vita. Ed è probabile che quello che era musulmano praticante muore infine nell’idolatria o nel peggiore dei peccati (che Dio ci preservi da ciò). E Dio fa ciò che vuole, guida chi vuole, Egli è il Solo a conoscere le (vere) intenzioni profonde delle Sue creature ed Egli è il Giusto, il Generoso ed il Potente.
Ciò non esclude evidentemente il buon consiglio reciproco12 (costruttivo, dolce e saggio) dato con le sue buone maniere e giuste convenienze e le sue corrette condizioni.
Il nostro consiglio è che il musulmano deve seguire il modello del Profeta Muhammad (su di lui la preghiera e la pace divine) e dei suoi Compagni (Sahaba) ed avere così sempre il migliore comportamento ed il più bel carattere per servire la sua Religione (Dìn) e non nuocere alla sua immagine e per essere un vero e fedele ambasciatore dell’Islam dovunque si trovi.
Note
1 Rif. At-Tabarì, op.cit.2^parte, pag. 449
2 Biblioteca del Patriarcato di Gerusalemme, Documento n° 552. NB- L’originale di questo Patto è ancora conservato alla Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme
3 Corano 60, 8
4 Corano, 49,13
5 Corano, 49,13
6 Corano 33,4. Si vuole fare qui allusione al fatto che i sentimenti opposti al riguardo di qualcuno o di qualche cosa non possono coesistere nello stesso tempo nel cuore di un uomo credente.
7 «Mawadda» ha i seguenti significati: Amore mutuo, affetto reciproco, attaccamento; (Vedi Cor. 30,21); «Isfhaq» è la sollecitudine
8 Corano 32, 9 : «[Allàh] gli diede [all’uomo] la sua forma perfetta e ha insufflato in lui del Suo spirito»
9 Corano 20,43-47
10 «Sufi» sono coloro che sono ricollegati al Tasawwuf e che praticano la purificazione del cuore
11 Corano, 32,9
12 Il ‘buon consiglio’ «nasiha»
Libera traduzione italiana e note a cura di Umar A.F. (parte II)
Fonte: http://www.doctrine-malikite.fr/forum/Le-comportement-avec-les-non-musulmans-et-l-image-de-l-Islam_m54486.html


