Iran. Il pericolo di una democrazia made in Usa

giu 16th, 2010 | Di | Categoria: Campagne in corso

E’ passato un anno dai moti di Teheran e l’appuntamento del 12 giugno è trascorso senza che si sia ripetuta la mobilitazione che agitò una parte del Paese nel 2009.  Mostafa El Ayoubi capo redattore di “Confronti” propone questa interessante analisi e delinea i rischi connessi ad un processo di “liberalizzazione” eteroguidato.


Iran. Il pericolo di una democrazia made in Usa


A un anno dalla rielezione del presidente Ahmadinejad, non si parla più delle
proteste di quella che è stata definita l’«onda verde». Il movimento è stato
indebolito anche da chi l’ha cavalcato in modo strumentale: soprattutto gli
Stati Uniti, per interessi strategici legati al controllo della regione del
Golfo Persico.

È passato ormai un anno dalle tanto discusse elezioni presidenziali in Iran
che hanno riconfermato Ahmadinejad per un secondo e ultimo mandato. L’esito di
quella consultazione elettorale fu fortemente contestato da decine di migliaia
di cittadini scesi in piazza contro il regime accusato di brogli elettorali. Le
poche immagini che giungevano da Teheran, a causa della censura, mostravano le
strade della capitale colorate di verde, colore simbolo del movimento di
protesta battezzato «onda verde». I manifestanti speravano in una svolta
politica, dopo un trentennio di regime teocratico. Ma la rivoluzione «colorata»
non ha avuto l’esito sperato da molti iraniani – giovani soprattutto – che
rivendicavano libertà, diritti e democrazia. Oggi di quella «onda verde» non si
sente quasi più parlare. È stata indebolita da coloro che l’hanno
strumentalmente cavalcata: da un lato il regime, dall’altro lato le potenze
occidentali – Usa in testa – che da 31 anni tramano la destabilizzazione dell’
establishment sciita perchè non garantisce loro il controllo dell’Iran, paese
strategico nella regione del Golfo Persico. La strumentalizzazione dall’interno
rimanda all’eterno scontro politico in seno al potere clericale sciita. Uno
scontro iniziato dopo la scomparsa dell’imam Khomeini. Una spietata lotta per
il potere che regolarmente torna a galla in occasione delle consultazioni
elettorali. Le cicliche crisi politiche sono sintomi di fragilità, non del
sistema in quanto teocrazia. È una fragilità interna al sistema dovuta alla
lotta tra fazioni opposte per guidare la teocrazia stessa. Nelle elezioni
presidenziali del 1997, Nategh Nouri – candidato sostenuto dalla guida suprema
Ali Khamenei – fu sconfitto da Mohammed Khatami. Khamenei accettò il voto
popolare a favore del suo «avversario»; ma lo scontro intra-clericale fu solo
rimandato. Sul versante esterno, gli Usa consideravano Khatami il politico
«liberale» che avrebbe portato l’Iran su una posizione vicina ai loro
interessi. Ma non fu così; quindi bisognava cambiare strategia: intensificare
le attività dell’intelligence per destabilizzare l’intero regime degli
ayatollah.

Bisogna ricordare che sin dall’avvento della rivoluzione islamica nel 1979, l’
Iran è sempre stato nel mirino della Casa Bianca. Nel 1980 Washington appoggiò
Saddam Hussein nella sua guerra contro l’Iran (già sotto sanzioni economiche).
Una guerra durata otto anni e vinta politicamente dagli iraniani. Da allora l’
influenza dell’Iran nel Golfo Persico e nel Medio Oriente è cresciuta
notevolmente. Ciò ovviamente è diventato un problema serio per gli Usa, per
Israele e per i governi arabi a stramaggioranza sunnita (che temono l’egemonia
degli eterni nemici sciiti). Come controllare allora il regime di Teheran? La
soluzione militare non è praticabile. L’Iran non è né l’Iraq né l’Afghanistan.
Una guerra sarebbe fatale per gli americani e i loro alleati. Allora bisogna
ricorrere al vecchio trucco: divide et impera. Lo strumento è quello della
cosiddetta «rivoluzione colorata», già sperimentata con successo in altri
contesti. Esso consiste nell’innescare dall’interno un meccanismo di
destabilizzazione del governo «nemico» sostenendo economicamente,
logisticamente e mediaticamente l’opposizione «amica», con il pretesto di
avviare un processo di democratizzazione del paese. Ma lo scopo vero è che l’
opposizione, destinata, attraverso tale «rivoluzione», a prendere possesso del
potere in veste di governo democratico, serve come cavallo di Troia per
impossessarsi del paese. Oltre alla Cia, vi sono organismi che sotto copertura
intervengono in questo tipo di operazione. La National endowment for democracy,
ong finanziata dal governo americano, si presenta come un’organizzazione di
«promozione della democrazia». Il suo ruolo è stato determinante nella
«rivoluzione dei tulipani» del 2005 in Kirghizistan, in quella «delle rose» in
Georgia nel 2003 e così via. Con l’Iran, però, il trucco non ha funzionato.
Hillary Clinton ha dichiarato, l’estate scorsa, che «gli Usa hanno sostenuto l’
opposizione iraniana» durante le elezioni e «continueranno a farlo nel futuro
per rovesciare Ahmadinejad». Ci sono certamente milioni di iraniani che
reclamano uno stato democratico; dopo quelle elezioni di giugno, molti di loro
sono genuinamente scesi in piazza – con la fascia verde in testa – per
rivendicare il loro diritto alla libertà e alla giustizia economica e sociale.
Essi però di sicuro non fanno parte di quell’opposizione che gli Usa e altri
paesi occidentali sostengono, ovvero una piccola minoranza, espressione della
borghesia «liberale». Una minoranza attraverso la quale gli americani sperano
di riportare l’Iran nella loro orbita come ai tempi dello scià. Una prospettiva
disastrosa per il popolo iraniano nella sua maggioranza. E le drammatiche
esperienze dell’Iraq e dell’Afghanistan insegnano: attenzione alla democrazia
«made in Usa»!

Mostafa El Ayoubi, http://www.confronti.net/SERVIZI/iran-il-pericolo-di-una-democrazia-made-in-usa

3 commenti
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  1. meglio una democrazia, sebbene fallace e made in U$A che NESSUNA democrazia.

  2. Sai qual’ è il problema fratello Saad?!
    Il problema è che la stessa democrazia non è altro che una dittatura ben congegnata.

  3. Mi resulta che Ahmadinejad sia stato eletto col 60%:un voto del 60% è genuino,le
    elezioni truccate sono quelle vinte per una manciata di voti(come l’elezione di Bush II)
    oppure quelle “bulgare” con maggioranze del 99,99%

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