La terza via islamica
mag 11th, 2010 | Di direttore | Categoria: Questioni contemporaneeLa terza via islamica
Chi sono i “Fratelli Musulmani” in un libro a cura di Campanini e Mezran
Riusciremo finalmente, in Italia, a esaminare con serenità il “fenomeno-Islam” senza non dico pregiudizi, ma almeno senza trucchi demagogici e senza ingiustificati isterismi? A giudicare anche da recenti cronache ministeriali, vi sarebbe da dubitarne.
Nel febbraio scorso, cancellata la “Consulta per l’Islam” ch’era stata costituita nel 2005 dall’allora ministro degli interni Pisanu, il suo successore Maroni ha insediato un “Comitato per l’Islam” che – a parte la presenza di esperti islamologi come Paolo Branca e Alessandro Ferrari – definire allarmante è dir poco: non tanto perché un’associazione musulmana magari “chiacchierata” ma tuttavia notevole e numerosa, l’Ucoii, ne è stata tenuta fuori, quanto perché ad essa sono stati chiamati a far parte alcuni figuri noti per esercitare un giornalismo terroristico-scandalistico a forti colori antimusulmani ma del tutto privi di competenza specifica e usi viceversa al bricolage di notizie tendenziose.
La presenza di questi ridicoli islamofobi in servizio permanente effettivo, insieme con personaggi magari di fede musulmana ma legati all’onorevole Souad Sbai del Pdl, ha provocato addirittura le dimissioni dal Comitato dello stesso presidente, un musulmano italiano autorevole e moderato come l’ambasciatore Mario Scialoja, che si è definito «preso in giro». In questo modo l’integrazione del circa un milione e mezzo di musulmani d’Italia, tra cui alcune migliaia di cittadini italiani convertiti, resta per aria: un altro regalo alle posizioni più aprioristiche e ottuse circolanti nel nostro sottobosco politico.
Si parla frattanto per l’ennesima volta della «decapitazione di al-Qaeda », eppure perfino Jason Burke, autore di un best seller sull’argomento edito in Italia da Feltrinelli, al di là dei giochetti di prestigio consistenti nel mettere insieme nomi e sigle, è quasi costretto ad ammettere una verità che tutti gli osservatori seri ben conoscono, e non da ieri: che cioè si tratta di una costellazione di gruppuscoli che si contendono una vuota etichetta e che sono sovente in lotta fra loro, ma che come organizzazione strutturata e coerente non è mai esistita.
Un destino mutatis mutandis abbastanza simile ad “al-Qaeda” è toccato, da noi, al gruppo dei “Fratelli Musulmani”: ripetutamente demonizzato, etichettato senza troppi riguardi come organizzazione “fanatica” e “terrorista”, questo sodalizio nato in Egitto nel ’28 e ferocemente perseguitato specie sotto il regime nasseriano è in realtà il nucleo originario della maggior parte dei movimenti islamici contemporanei, sia di quelli moderati e conservatori, sia di quelli radicali. Le ricostruzioni approssimative e caricaturali, che hanno ridotto la “Fratellanza Musulmana” a un covo di “fondamentalisti”, sono servite solo a render più spessa la cortina dell’incomprensione.
È sintomatico che il loro rappresentante politico-intellettuale più interessante e intelligente, Tariq Ramadan, nonostante la sua solida e severa formazione universitaria sia trattato da pericoloso agitatore e addirittura messo al bando in passato da paesi come la Francia, e più recentemente dagli Stati Uniti (da poco qui riammesso). Quando Ramadan esprime pareri rigorosi, come nel caso d’Israele del quale si rifiuta di riconoscere la legittimità, non c’è da meravigliarsi del vuoto che gli viene fatto intorno; tuttavia, se e quando (come quasi sempre gli càpita) mostra invece atteggiamenti moderati e concilianti, che lo hanno fra l’altro portato a teorizzare un’intelligente formula di “Islam europeo” cosciente d’un rapporto dialettico ormai maturo con la Modernità e la democrazia, allora lo si accusa di doppiezza e d’ipocrisia.
Insomma, siamo ancora al grado zero della comprensione di un fenomeno complesso, col quale peraltro ormai, lo si voglia o no, da anni conviviamo.
Utile risulta quindi il libro I Fratelli Musulmani nel mondo contemporaneo edito dalla torinese Utet (pp.253, euro 22), costituito da sette capitoli nei quali alcuni specialisti, sotto la guida sicura di due noti islamologi – Massimo Campanini dell’università di Napoli l’Orientale e Karim Mezran della Johns Hopkins –, analizzano i casi dei rapporti dei “Fratelli Musulmani” con i principali paesi dell’Islam di oggi: dall’Egitto al Sudan, al Maghreb, alla Giordania, alla Palestina. Ne esce un quadro molto articolato, da cui risulta che senza dubbio il sodalizio sostiene in più àmbiti e in differenti contesti alcuni fenomeni di guerriglia, ma che al tempo stesso esso si sta movendo nella direzione di una sempre maggiore e più profonda attività sociale e assistenziale. Quel che resta da capire è se essi riusciranno a svolgere nel mondo arabo quel ruolo egemonico, di avanzamento di una forma originale di democrazia non ricalcata su schemi importati dall’Occidente con la forza ma risultato di una dialettica interna a un mondo nel quale è sempre più chiaro che non esiste un’alternativa tra fondamentalismo e occidentalizzazione forzata, bensì una tendenza sia pur lenta e faticosa di costruire una sintesi nuova tra irrinunziabili componenti originarie e identitarie da una parte, accoglimento della sfida proposta dalla globalizzazione dall’altra.
Nel febbraio scorso, cancellata la “Consulta per l’Islam” ch’era stata costituita nel 2005 dall’allora ministro degli interni Pisanu, il suo successore Maroni ha insediato un “Comitato per l’Islam” che – a parte la presenza di esperti islamologi come Paolo Branca e Alessandro Ferrari – definire allarmante è dir poco: non tanto perché un’associazione musulmana magari “chiacchierata” ma tuttavia notevole e numerosa, l’Ucoii, ne è stata tenuta fuori, quanto perché ad essa sono stati chiamati a far parte alcuni figuri noti per esercitare un giornalismo terroristico-scandalistico a forti colori antimusulmani ma del tutto privi di competenza specifica e usi viceversa al bricolage di notizie tendenziose.
La presenza di questi ridicoli islamofobi in servizio permanente effettivo, insieme con personaggi magari di fede musulmana ma legati all’onorevole Souad Sbai del Pdl, ha provocato addirittura le dimissioni dal Comitato dello stesso presidente, un musulmano italiano autorevole e moderato come l’ambasciatore Mario Scialoja, che si è definito «preso in giro». In questo modo l’integrazione del circa un milione e mezzo di musulmani d’Italia, tra cui alcune migliaia di cittadini italiani convertiti, resta per aria: un altro regalo alle posizioni più aprioristiche e ottuse circolanti nel nostro sottobosco politico.
Si parla frattanto per l’ennesima volta della «decapitazione di al-Qaeda », eppure perfino Jason Burke, autore di un best seller sull’argomento edito in Italia da Feltrinelli, al di là dei giochetti di prestigio consistenti nel mettere insieme nomi e sigle, è quasi costretto ad ammettere una verità che tutti gli osservatori seri ben conoscono, e non da ieri: che cioè si tratta di una costellazione di gruppuscoli che si contendono una vuota etichetta e che sono sovente in lotta fra loro, ma che come organizzazione strutturata e coerente non è mai esistita.
Un destino mutatis mutandis abbastanza simile ad “al-Qaeda” è toccato, da noi, al gruppo dei “Fratelli Musulmani”: ripetutamente demonizzato, etichettato senza troppi riguardi come organizzazione “fanatica” e “terrorista”, questo sodalizio nato in Egitto nel ’28 e ferocemente perseguitato specie sotto il regime nasseriano è in realtà il nucleo originario della maggior parte dei movimenti islamici contemporanei, sia di quelli moderati e conservatori, sia di quelli radicali. Le ricostruzioni approssimative e caricaturali, che hanno ridotto la “Fratellanza Musulmana” a un covo di “fondamentalisti”, sono servite solo a render più spessa la cortina dell’incomprensione.
È sintomatico che il loro rappresentante politico-intellettuale più interessante e intelligente, Tariq Ramadan, nonostante la sua solida e severa formazione universitaria sia trattato da pericoloso agitatore e addirittura messo al bando in passato da paesi come la Francia, e più recentemente dagli Stati Uniti (da poco qui riammesso). Quando Ramadan esprime pareri rigorosi, come nel caso d’Israele del quale si rifiuta di riconoscere la legittimità, non c’è da meravigliarsi del vuoto che gli viene fatto intorno; tuttavia, se e quando (come quasi sempre gli càpita) mostra invece atteggiamenti moderati e concilianti, che lo hanno fra l’altro portato a teorizzare un’intelligente formula di “Islam europeo” cosciente d’un rapporto dialettico ormai maturo con la Modernità e la democrazia, allora lo si accusa di doppiezza e d’ipocrisia.
Insomma, siamo ancora al grado zero della comprensione di un fenomeno complesso, col quale peraltro ormai, lo si voglia o no, da anni conviviamo.
Utile risulta quindi il libro I Fratelli Musulmani nel mondo contemporaneo edito dalla torinese Utet (pp.253, euro 22), costituito da sette capitoli nei quali alcuni specialisti, sotto la guida sicura di due noti islamologi – Massimo Campanini dell’università di Napoli l’Orientale e Karim Mezran della Johns Hopkins –, analizzano i casi dei rapporti dei “Fratelli Musulmani” con i principali paesi dell’Islam di oggi: dall’Egitto al Sudan, al Maghreb, alla Giordania, alla Palestina. Ne esce un quadro molto articolato, da cui risulta che senza dubbio il sodalizio sostiene in più àmbiti e in differenti contesti alcuni fenomeni di guerriglia, ma che al tempo stesso esso si sta movendo nella direzione di una sempre maggiore e più profonda attività sociale e assistenziale. Quel che resta da capire è se essi riusciranno a svolgere nel mondo arabo quel ruolo egemonico, di avanzamento di una forma originale di democrazia non ricalcata su schemi importati dall’Occidente con la forza ma risultato di una dialettica interna a un mondo nel quale è sempre più chiaro che non esiste un’alternativa tra fondamentalismo e occidentalizzazione forzata, bensì una tendenza sia pur lenta e faticosa di costruire una sintesi nuova tra irrinunziabili componenti originarie e identitarie da una parte, accoglimento della sfida proposta dalla globalizzazione dall’altra.


