Un cattolico sulla Chiesa oggi
apr 9th, 2010 | Di direttore | Categoria: Approfondimentidel dott. Mario Castellano*
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La Chiesa – si dice giustamente – non è una democrazia; Chiesa significa però “comunità”, ed in una comunità è naturale confrontarsi e discutere, senza naturalmente che ciò ne metta in discussione la sopravvivenza, almeno fino a quando vige il principio “in necessariis unitas”. Dopo il Concilio, si era fatta strada la convinzione che nella Chiesa si sarebbe raggiunto un nuovo equilibrio tra le ragioni dell’unità e quelle della libertà. I fondatori della Riforma non erano partiti dall’intenzione di dividere il Cristianesimo: fu il Papato che preferì perdere gran parte dell’Europa pur di non tollerare un dissenso interno alla Chiesa. Durante il pontificato di Giovanni Paolo II, il Concilio non fu mai formalmente messo in discussione. Avvenne però allora qualcosa di simile a quanto accade necessariamente anche nei Paesi più liberi quando, dovendosi affrontare una prova decisiva, la si può e la si deve superare tutti insieme. La prova che si dovette intraprendere, e che fu vinta, consisteva nell’abbattere il sistema totalitario comunista, ultima vestigia dei totalitarismi del secolo scorso. Ricordiamo bene le conversazioni con gli amici dell’Europa Orientale prima della caduta del Muro: i nostri interlocutori avevano allora buon gioco nel cogliere una contraddizione nella nostra posizione: gli strumenti che usavamo nella contesa politica dei Paesi occidentali , disponibili per la vigenza i essi di tutte le libertà civili, erano per loro completamente preclusi. Poiché entrambi concepivamo il nostro Continente come una casa comune, essa non poteva restare divisa: occorreva estendere i diritti civili – e non soltanto la libertà di culto – ai nostri concittadini dell’Est, affermando per loro anche il diritto all’autodeterminazione dei popoli, negato dalla sopravvivenza del dominio sovietico. Il merito di Giovanni Paolo II fu quello di dare una base di massa, pacifica quanto motivata, a questa rivendicazione, contribuendo in modo determinante a realizzarla senza violenza (salvo purtroppo nella ex Jugoslavia). Vinta questa guerra – ed anche noi portammo allora il nostro granello di sabbia alla causa – mentre certi dirigenti dalla “sinistra” locale andavano ad inginocchiarsi davanti a Milosevic – tutti sentimmo che era venuto il momento di dimettere una disciplina collettiva accettata di buon grado quando lo esigeva la gravità del pericolo da affrontare e l’importanza della causa comune. La fioritura di libertà che avevamo salutato nell’Europa Orientale, e che aveva allontanato il pericolo dai nostri confini, non parve contagiare però la Chiesa. Né la portò il nuovo pontificato, cui pure si dice l’anteriore Papa avesse espressamente affidato tale compito.
Non ci sono però attualmente delle contingenza storiche che giustifichino un’ulteriore dilazione nelle riforme. Se l’attesa dovesse prolungarsi, mentre si affaccia alla storia una nuova generazione, che non ha conosciuto la minaccia e l’oppressione rappresentata dal comunismo, si potrebbe prima o poi mettere in discussione la stessa forma monarchica storicamente assunta dalla Chiesa. Non si dimentichi inoltre che l’unità dei cristiani è ancora resa impossibile dal dissenso sull’estensione delle prerogative del Vescovo di Roma. Franco Cardini non a caso ha ricordato recentemente la Profezia di Malachia, secondo cui l’attuale sarebbe l’ultimo Papa. In una delle congregazioni dei Cardinali precedenti l’inizio dell’ultimo Conclave, il Cardinale Martini disse: ”Siamo riuniti per eleggere il Vescovo di Roma”.
Vale la pena ricordare a tale proposito come il primo Vescovo di Roma che si considerò capo della Chiesa universale fu San Silvestro, sollecitato in questo dall’Imperatore Costantino. Oggi non esiste più un potere secolare disposto ad assecondare una asserzione simile a quella di San Silvestro: non è forse casuale che le critiche più forti rivolte al Papa sulla questione della pedofilia del clero provengano dagli Stati Uniti d’America. Per giunta, la stessa tendenza attuale all’identitarismo pare assumere in Europa delle manifestazioni più di carattere localistico che di carattere religioso.


