“Le leggi di proibizione del niqab possono essere incompatibili con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo”

apr 2nd, 2010 | Di | Categoria: Questioni contemporanee

E’ l’opinione espressa da Thomas Hammarberg,  Commissario per i diritti umani della UE,  che l’ha così argomentata:

“L’accettazione della diversità in Europa deve essere protetta da riflessi islamofobi – il burqa non deve essere vietato”

Il divieto di burqa e niqab non libererà le donne oppresse, può invece peggiorare la loro esclusione nelle società europee. Il divieto generale del velo integrale è una misura fuorviante, lesiva della vita privata. Le leggi di proibizione potrebbero- secondo la sua formulazione precisa – porre seri problemi di compatibilità con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Due dei diritti garantiti da detta Convenzione sono in gioco: il diritto al rispetto della vita privata (articolo 8) e dell’identità personale e il diritto di manifestare la propria religione o il proprio credo “con il culto, l’insegnamento, le pratiche e l’osservanza dei riti”(art. 9).

Entrambi gli articoli specificano che i diritti che garantiscono non possono essere soggetti ad altre limitazioni che non siano quelle che, stabilite dalla legge, costituiscono misure necessarie, in una società democratica, alla sicurezza pubblica, tutela del ordine, della salute o della morale pubblica, o in vista della protezione dei diritti e delle libertà altrui.

I sostenitori del divieto generale del burqa e niqab non sono riusciti a dimostrare che questo abbigliamento costituisca, in un modo o nell’altro, un pericolo per la democrazia e la sicurezza, l’ordine o la moralità pubblica. I loro argomenti sono ancora meno convincenti per il fatto che il numero di donne che indossano questi abiti è molto basso.

Così è impossibile dimostrare che, in generale, queste donne siano, più di altre, vittime di una repressione inerente alla loro condizione femminile. Quelle che sono state intervistate dai media hanno spiegato la loro scelta di tale abbigliamento con vari argomenti di tipo religioso, politico e personale. Certo, alcune potrebbero essere sottoposte a delle pressioni, ma nulla indica con certezza che sarebbero favorevoli a un divieto.

Non vi è alcun dubbio che la condizione delle donne in alcuni gruppi religiosi è un problema grave che non si deve eludere. Tuttavia non è vietando i vestiti, che sono solo un sintomo, che si risolverà, soprattutto perché non sempre sono l’espressione di una convinzione religiosa, ma spesso di una identità culturale più ampia.

A ragione, reagiamo con forza contro i regimi che impongono alle donne l’uso del velo integrale. E’ una misura repressiva e sostanzialmente inaccettabile, ma non si deve combattere vietando tale abbigliamento in altri paesi.

Per affrontare la questione seriamente, dobbiamo valutare le reali conseguenze delle decisioni prese in questo settore. Ad esempio, la proposta di vietare la presenza di donne completamente velate nelle istituzioni pubbliche come gli ospedali o le amministrazioni avrà come solo effetto di scoraggiare le donne di recarsi là.

È riprovevole che in molti paesi europei, il dibattito pubblico si sia concentrato esclusivamente sul carattere islamico di tale abbigliamento, ciò  dà l’impressione che una religione particolare sia stata presa di mira. Abbiamo anche ascoltato una serie di argomenti  evidentemente islamofobi, che hanno sicuramente impedito di costruire dei ponti e  di promuovere il dialogo.

Il fatto è che l’uso di portare un abbigliamento che nasconde completamente il corpo è diventato un modo per protestare contro l’intolleranza nelle nostre società. Il dibattito mal posto sulla proibizione  ha creato  divisione.

Come principio generale, il governo deve evitare di legiferare su come i cittadini si debbano vestire. Tuttavia, è legittimo  elaborare delle regole per i rappresentanti dello Stato, come la polizia e giudici, e proibire loro di indossare o esporre simboli che indichino un’ appartenenza religiosa – o politica. Allo stesso modo, i volti dei funzionari a contatto con il pubblico non dovrebbe essere coperto.

Questo  dovrebbe essere il giusto limite.

 

Nello stesso spirito, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha emesso una sentenza in un caso di condanna penale di uomini che avevano indossato un turbante e un abito religioso in un luogo pubblico. La Corte ha ritenuto che la condanna costituiva una violazione del diritto alla libertà di coscienza e di religione e che l’ingerenza non era “necessaria in una società democratica”

Inoltre, in certe situazioni, l’interesse pubblico richiede che le persone mostrino il loro volto per motivi di sicurezza o per scopi di identificazione. Ciò è fuori discussione. Nella realtà dei fatti, nessun problema grave di questo genere è stato segnalato per quanto riguarda le poche donne che indossano il burqa o niqab.

Un problema correlato ha suscitato dibattito in Svezia. L’indennità di disoccupazione di un musulmano disoccupato era stata revocata perché si era rifiutato, adducendo motivi religiosi, di stringere la mano di una donna che l’aveva ricevuto per un colloquio di lavoro.

Un tribunale, a cui il Mediatore per le pari opportunità aveva presentato le sue conclusioni, ha giudicato che la decisione dell’ agenzia per l’occupazione era discriminatoria e che l’uomo doveva  essere indennizzato. Anche se in linea con le norme dei diritti umani, questa decisione ha suscitato polemica nell’opinione pubblica.

Problemi di questo tipo possono verificarsi anche nei prossimi anni. Nel complesso, è sano che diano luogo a discussioni, a condizione che non vi sia islamofobia. Si dovrebbe allargare il dibattito ad aspetti cruciali, quali i modi di promuovere la comprensione tra persone di costumi, culture e religioni diverse. La diversità e la multiculturalità sono – e debbono restare -  valori europei fondamentali.

La questione del rispetto può, a sua volta, richiedere ulteriori discussioni. Nel dibattito sulle vignette danesi scoppiato nel 2005, abbiamo sentito più volte come il rispetto per i credenti si opponeva alla tutela della libertà di espressione garantita dall’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

La Corte di Strasburgo ha analizzato questa alternativa nel  famoso caso di Otto-Preminger-Institut c. Austria: “Coloro che scelgono di esercitare la libertà di manifestare la loro religione [...] non possono ragionevolmente aspettarsi di essere immuni da critiche. Essi devono tollerare e accettare il rifiuto da parte di altri delle loro credenze religiose e persino la diffusione da parte di altri di dottrine ostili alla loro fede “.

Nella stessa sentenza, la Corte precisa che si deve anche tener conto del rischio che il rispetto dei sentimenti religiosi dei credenti venga violato da rappresentazioni provocatorie di oggetti di venerazione religiosa, e che “tali rappresentazioni possano essere considerate come una violazione malevola dello spirito di tolleranza, che dovrebbe caratterizzare una società democratica “.

In altre parole, non c’è tolleranza senza reciprocità.

 

Politicamente, la sfida è quella di promuovere la diversità e il rispetto delle credenze degli altri, proteggendo nello stesso tempo la libertà di espressione. Se indossare il velo integrale è visto come l’espressione di una visione particolare, i diritti in gioco sono simili o identici, anche se si considera il problema da un’altra angolazione.

A mio parere, il divieto del burqa e il niqab è una cosa altrettanto cattiva  di quella che sarebbe stata la condanna  dei caricaturisti danesi. Essa non  corrisponde ai valori europei. Cerchiamo piuttosto di  lavorare per promuovere il dialogo multiculturale e il rispetto dei diritti umani.

traduzione a cura di P.K. Dal Monte

2 commenti
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  1. AsSalamaleikumWarahmatuAllah,
    articolo sicuramente condiviso da noi musulmani fino al punto in cui, io direi…. il rispetto dei diritti umani dovrebbe anche essere rispetto delle credenze religiose e culturali ; percio’ la condanna dei caricaturisti che hanno profondamente e volgarmente offeso la nostra religione sia legittima e dovrebbe essere da esempio affinche’ nessuno si permnetta mai di offendere ne’ i simboli religiosi , ne’ le figure religiose di alcuna religione: nemmeno i musulmani possono offendere i santi cattolici e soprattutto il papa cattolico : questa e’ la civile democrazia e la civile convivenza dove esiste un reciproco limite di liberta’ di parola perche’ l’offesa non e’ legittima e non andrebbe mai legittimata , neppure a ragion d’essere.
    C.A.

  2. Distinguiamo i piani.
    In Italia (ma il discorso vale per gli altri paesi europei), la satira e la caricatura hanno una valenza diversa rispetto ad altri paesi; in Italia nessuno inneggia alla morte del caricaturista per una caricatura od una vignetta su Gesù o sul papa, perchè tale strumento (le vignette satiriche) sono considerate per quel che sono.
    Se oggi vedessi una caricatura del nostro Profeta (saws) su un quotidiano mi dispiacerei moltissimo, pregherei e protesterei civilmente (non come chi scende in piazza pretendendo il sangue del peccatore….) ma non griderei né alla vendetta né compierei devastazioni nelle strade per protesta.
    Del resto si sa: la madre degli imbecilli è sempre incinta.

    Quanto al divieto del Niqab, pur non condividendo chi lo ritiene obbligatorio (non vi è unanimità tra i madhab), ritengo STUPIDO vietarlo per legge. Tutto ciò che attiene alla religione non deve essere trasformato in norma di legge in quanto lo stato deve rimanere laico (e non laicista) nei confronti dei suoi cittadini.
    Così come sarei contrario ad inserire norme shariatiche nella legislazione civile (in quanto oggi NON esiste un paese che possa definirsi veramente musulmano, condizione affinché possa essere applicata in toto la sharia’h) sono altrettanto contrario ad inserire nella legislazione civile un divieto che riguardi un atto di culto.

    Ringraziando Dio in Italia una donna che fosse costretta dall’ignoranza dei propri parenti ad indossare contro voglia il niqab, può tranquillamente rivolgersi alla polizia senza rischiare nulla (cosa che purtroppo non avviene in certi paesi islamici).

    Salam

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