Velo e società

mar 12th, 2010 | Di Patrizia Khadija Dal Monte | Categoria: Islam
Velo e società

di Patrizia Khadija Dal Monte

Prima di qualsiasi discorso di tipo legislativo è d’obbligo conoscere bene ciò di cui andiamo a trattare o limitare, e questo discorso appartiene di diritto alla comunità musulmana. Stabilire il senso del velo, il suo grado di obbligatorietà dunque è possibile solo al suo interno poiché è un discorso che esige competenze adeguate, tra cui la conoscenza delle fonti della religione stessa, della tradizione giuridica, dei suoi mezzi di elaborazione e in ultimo è inquadrata, come ogni noma religiosa in una visione che pur situandosi in continuità con l’esperienza mondana la supera, credendo come ultimo approdo dell’essere umano la vita dell’aldilà e la retribuzione delle opere, in cui i valori chiave sono la fede, la misericordia e la giustizia e non il puro successo terreno. Ciò per contestare dall’inizio quell’atteggiamento che si è manifestato varie volte, per cui il politico di turno se viene con un versetto del Corano e dice che il velo non è obbligatorio appoggiandosi all’interpretazione di un pinco pallino, la cui posizione è a lui gradita. Oltre alla necessità di adeguate competenze, il discorso sul velo è assai poco comprensibile nella società attuale a causa di molteplici fattori culturali e politici. Partiamo dunque con una precomprensione penalizzata, di cui voglio evidenziare alcuni elementi. Il primo è senz’altro lo scarso valore che viene dato al fenomeno religioso, nel pensiero laico che domina le società occidentali, addomesticato qui in Italia da reminiscenze di incenso, di fede e di santi, la religione è tollerata, ma non certo promossa, è qualcosa che di più opzionale non c’è… Disvalore della religione nella coscienza collettiva che si sposa con la forte componente consumista che fa da contro-altare, assorbendo quello che è il bisogno quotidiano dell’uomo di soddisfare dei desideri e abitare speranze… Nel nostro ambiente culturale di oggi è assai difficile poi capire alcuni valori a cui il velo è collegato, come la modestia e il pudore, se ci trovassimo a parlare del velo 80 anni fa, sarebbe molto più facile… Oggi la donna invece è percepita tanto più in gamba quanto più è competitiva… la bellezza è considerata qualcosa da mostrare… e da far fruttare se possibile… Siamo in una cultura dell’immagine, le cui parole chiave per la donna sono bellezza, successo, modellati il corpo e fallo valere… C’è un dominio assoluto dell’immagine che non è cosa da sottovalutare, non si riferisce all’attricetta o alla politichetta di turno (vedi i canoni estetici delle ultime donne politiche..) è una cifra di interpretazione della cultura occidentale contemporanea… “L’immagine, ecco la parola magica. Se si accettava che la realtà fosse sostituita dall’immagine della realtà il paradiso in terra tornava ad essere possibile… E’ quello che il Novecento ha lentamente ottenuto, col cinema, col design, con la pubblicità con i video musicali; e alla fine con il look, con l’estetizzazione dell’esistenza, col trasformare in spettacolo la stessa informazione e l’economia tutta. Ormai si comprano (gli analisti sono concordi) non i prodotti stessi, ma l’immagine dei prodotti…”1 Il velarsi parla ancora di una specificità dell’essere donna, che mal viene accettato da un femminismo occidentale che si muove ancora sotto l’egida di ‘uguali sempre e comunque’. Richiama ancora il concetto di accettazione di una norma mal compreso nel suo valore in una società in cui domina l’individualismo e il soggettivismo, il ‘come tu ti senti’.

Il terzo fattore che incide forse più di tutti sulla comprensione del foulard islamico è il messaggio veicolato dai mass media, dipendenti da forze economico-politiche. La rappresentazione da parte dei media del velo islamico è estremamente negativa, è assurto a simbolo di oppressione, maschilismo e ignoranza… Il foulard dunque con la sua lontananza da ciò che è concepito come positivo in questa cultura è strumentalizzato con successo da un discorso politico che vuole promuover l’idea di una incompatibilità della tradizione islamica con i valori occidentali, viene quindi usato all’interno di un atteggiamento islamofobico, anti-islamico. “I media e i giornalisti dovrebbero, infine, porsi alcune serie domande sulla loro strategia, se ne esiste una. Perché, in nome della libertà di espressione combinata con l’audience (il rating), si mantiene un clima che passando di polemica in polemica, nutre inevitabilmente un sentimento generale di disagio e insicurezza. Dibattiti “talk show”, mancanza di approfondimento dei temi, informazione breve, veloce, senza alcuna prospettiva, sono fenomeni che modellano le emozioni e la sensibilità popolari che inclinano verso la paura, l’isolamento e il rifiuto dell ‘ “altro”. Il populismo è sempre vincitore quando il dibattito è assente o è condotto in condizioni tali per cui le proposte semplicistiche e superficiali sovrastano necessariamente le argomentazioni intelligenti e ragionevoli. La democrazia non è solo il fatto che tutti possano esprimersi, ma che tutti possano farlo in condizioni che proteggano lo spirito critico e non conducano, invece, alla manipolazione degli istinti e delle emozioni popolari più selvagge. Se non si è vigili, e la storia ce l’ha dimostrato, il razzismo più odioso può instaurarsi democraticamente in una società che non gestisca in modo responsabile ed etico l’uso dei suoi mezzi di comunicazione. La responsabilità etica dei giornalisti consiste nel liberarsi dalla dittatura del rating e del guadagno: la paura, la polemica e la stigmatizzazione dell “altro” fa senz’altro audience e denaro, ed è inutile poi criticare l’evoluzione delle nostre società, quando i partiti populisti sfruttano proprio le logiche insite nelle nostre contraddizioni. “2

2. Cosa significa velarsi dentro la tradizione musulmana?

Assodato che esiste una difficoltà oggettiva a capire perché una donna si veli e che questa difficoltà sia strumentalizzata con molto successo da coloro che vogliono promuovere l’idea di incompatibilità dell’islam con l’occidente, vediamo il significato che di esso viene dato all’interno della tradizione musulmana.

Per capire cosa significhi velarsi all’interno della tradizione musulmana bisogna tener presente prima di tutto dell’unità in cui è visto l’essere umano e come il corpo venga coinvolto in ogni pratica religiosa. Il corpo non è un accessorio all’anima, ma una componente di esso, terra e spirito… “quindi gli ha dato forma e ha insufflato in lui del Suo Spirito. Vi ha dato l’udito, gli occhi e i cuori. Quanto poco siete riconoscenti!” (XXXII,9) Questa unità dell’uomo tra dimensione corporale e dimensione spirituale si traduce in norme che riguardano il mangiare, il bere, il vestirsi in un certo modo, la salât richiede la purificazione del corpo e non solo l’intenzione dello spirito, i gesti che vi si compiono alfine di adorare sono prima di tutto gesti del corpo, lo stato di sacralizzazione richiesto dal pellegrinaggio è ottemperato dall’assunzione di un certo vestito e rapporto con elementi corporei, lo stesso rito di entrata nell’islam richiede il gusl ecc… la purezza dell’anima comincia dalla purezza del corpo, anche se certo là non si ferma, il suo centro è la purezza del cuore, là dove nascono le intenzioni che danno valore alle opere. Finanche la promessa fatta ai credenti non è una trasfigurazione angelica, ma il ritorno ad un Giardino, ad una situazione di abbondanza di beni, di immediatezza, di riappacificazione con se stessi e con gli altri. Questa visione unitaria si scosta un po’ da quella cristiana che basata dai suoi primi sviluppi sul dualismo anima-corpo del pensiero greco è andata via approfondendosi nel tempo, promuovendo o demonizzando una delle due istanze in modo contrapposto. Oggi si dice “quello che importa è il cuore”.

Tenendo conto di questa unità, cosa dice il velo?

Ci sono due concetti chiave che emergono dai versetti che sono frequentemente citati e parlano del velarsi delle donne, il primo ruota intorno al concetto di castità e il secondo al distinzione allo scopo di riconoscimento e protezione. Ci sono due Sure “La luce”I coalizzati”, dove appaiono rispettivamente le parole parole Khumur e Jalabib:

« Dì ai credenti di abbassare il loro sguardo e di essere casti. Ciò è più puro per loro. Allah ben conosce quello che fanno. E dì alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo fin sul petto (khumur) e non mostrare dei loro ornamenti ad altri che ai loro mariti, ai loro padri….. e non battano i piedi sì da mostrare gli ornamenti che celano…” (XXIV,30-35)

Il versetto è inserito nella sura la luce, il tema della luce pura (Luce su luce) domina tutta la Sura, e quindi il discorso del coprirsi fa parte di questo cammino di purificazione verso la luce. Pudore, castità, ricerca di una vita pura che vada verso Dio sono i valori che presiedono in questo versetto alla scelta di un determinato abbigliamento. Certamente l’abbigliamento svolge un ruolo seduttivo soprattutto nell’ambito delle interazioni uomo-donna. L’hijab circoscrive questa funzione seduttiva del vestito, limita la decorazione del corpo e i suoi interventi di abbellimento al fine di facilitare il cammino di castità che conduce al poter vivere in modo serio e profondo il rapporto tra uomo e donna nel matrimonio, dove il ruolo seduttivo ha ragione di essere, mentre nel contesto sociale, proprio grazie a questa limitazione, favorisce lo stabilirsi di relazioni uomo- donna non basate sull’attrazione sessuale, ma sulla base del riconoscimento come persone.

Il secondo versetto che si cita riguardo al velarsi, è quello della sura “I coalizzati”, il termine usato è jalabibihinna:

O Profeta, di’ alle tue spose, alle tue figlie e alle donne dei credenti di coprirsi dei loro veli, così da essere riconosciute e non essere molestate. Allah è Perdonatore, Misericordioso ( XXXIII,59)…min jalabibihinna (dei loro veli)…

La sura è dominata dal concetto di distinzione per un riconoscimento, non solo l’uso di un velo per distinguersi da donne facilmente disponibili, ma anche tra coloro che sono i veri credenti da coloro che sono ipocriti, versetto 1, si stabilisce poi una distinzione tra le mogli e le madri, i figli naturali e quelli adottivi(4-5), tra le mogli del Profeta e le altre donne, fissando per loro delle regole diverse, adatte al loro particolare statuto (29-33), tra le credenti e le altre donne (59), tra il Profeta e gli altri Profeti (egli è il Sigillo) e gli altri uomini. A proposito del versetto abbiamo delle notizie sulle cause della discesa: Qatada riferì: “Quando le mogli del Profeta (pace e benedizione su di lui) ed altre Credenti uscivano di casa per i loro bisogni, alcuni uomini le disturbavano come se fossero delle schiave. Così Allah ordinò loro di portare il velo per distinguersi”.

Nelle culture antiche presenti nella zona, esso rappresentava un segno di distinzione tra le donne ricche e nobili dalle prostitute e dalle schiave, che avevano l’obbligo di girare a capo scoperto. Tutelava quindi le donne rispettabili. L’abito oltre che svolgere un ruolo seduttivo costituisce una chiave di percezione di se stessi e degli altri, dichiara la propria visione del mondo, l’appartenenza ad un determinato gruppo sociale e forma la base del nostro comportamento verso gli altri. (vedi ad esempio le divise…)

La maggioranza della comunità musulmana in base a questi ed altri riferimenti, considera il foulard un obbligo (wahjib o fard) per la donna musulmana. “Non si trova nessun sapiente musulmano che, prima del periodo colonialista, abbia detto che il portare l’ hijâb [khimâr, secondo il testo coranico] non sia un obbligo islamico. Il Corano e gli ahâdîth confermano ciò. A coloro che dicono che il Corano su quel punto non è affatto chiaro, rispondiamo che è la stessa cosa per la preghiera : leggendo il Corano sappiamo che bisogna pregare, ma non sappiamo come di debba fare. Nessuno però contesta il fatto che la gestualità della preghiera sia fondata sugli hadith…”3 Dire che è obbligatorio, significa però rimanere in un discorso di religione e fede, per cui il passaggio ad un obbligo legislativo (in uno stato musulmano) non è affatto scontato. Vorrei segnalare anche come le riflessioni attuali all’interno della comunità musulmana, che si siano arricchite di teologhe femminili, le quali sottolineano fortemente quella che è la libertà personale di ogni ogni donna di scegliere se aderire o meno all’insegnamento islamico su questo punto e criticano nello stesso tempo il focalizzarsi del discorso da una parte e dall’altra sempre sul corpo della donna: “Il velo è diventato una priorità, anzi la priorità assoluta per ogni donna musulmana che si rispetti e ci si sono musulmane che velandosi riducono l’essenza delle loro rivendicazioni a questa simbolismo, che a forza di essere fritto e rifritto perde la sua credibilità per trasformarsi in uno stendardo vuoto di senso o comunque derisorio rispetto ad altre rivendicazioni ben più prioritarie !

In ultima analisi, è lo stesso tipo di discorso che ritroviamo dalle due parti, quella di colui che vuole liberare le donne da quell’ islam che le opprime e che le fa « coprire » troppo ma che finisce per rimanere ossessionato anch’egli, in un altro modo, dal corpo della donna, che in questo caso vuole « scoprire » . Dall’altra parte, c’è colui che focalizza l’essenziale del messaggio spirituale dell’islam intorno ad un corpo di una donna che si dovrebbe « supercoprire » perchè rappresenterebbe già da solo la VISIBILITA’ dell’islam come identità da preservare, e il velo inoltre, sempre da solo, riassumerebbe tutta la morale dell’islam…

Nei due casi, con differenze in fondo lievi, siamo davanti ad una ideologia sessista, che non tiene conto dell’intelligenza della donna, che passa sopra la sua dignità di essere umano e sulla capacità personale di fare le proprie scelte in nome delle proprie convinzioni.”4

 

Tutto questo discorso su di una possibile pre-comprensione errata dell’altro, delle sue esigenze ci porta ad una riflessione di fondo sulle leggi, e cioè esse devono proteggere solo il consenso maggioritario che come ho cercato di evidenziare, può essere inficiato da pregiudizi e non conoscenza e interessi ( (già in Protagora era la polis stessa a fornire il criterio di demarcazione tra il giusto e l’ingiusto: “Quali cose ad ogni città sembrino giuste e belle, queste sono tali per essa, fintanto che tali le creda”) o devo riferirsi a principi universali che proteggano la libertà e il diritto di ogni individuo, prima di ciò che piace alla polis? Se come dice Vattimo la nostra epoca tardo moderna è caratterizzata da una sorta di frammentazione della vita individuale e collettiva, da una sorta di Babele di linguaggi e punti di vista diversi. Di qui una sorta di confusione, sradicamento e disorientamento…. “Da questa frammentazione del mondo che ci coinvolge, nasce l’impossibilità pratica che i valori professati si richiamino a fondamenti assoluti e possano essere condivisi, quando non lesivi della libertà altrui, solo in base ad argomentazioni storico-culturali… “5

se esiste questa impossibilità o almeno difficoltà a riferirsi a fondamenti assoluti, tanto più diventa forte la necessità di prestare attenzione e ascolto alle argomentazioni altrui, un maggiore ascolto… che superi i muri che oggi esistono e che parecchi si dilettano ad alzare…

 

Patrizia Khadija Dal Monte

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1Walter Siti, Troppi paradisi

2Tariq Ramadan, art. Iniziativa dei minareti. Disamina delle responsabilità

3Tariq Ramadan, art.

4(Asma Lamrabet, il Corano e le donne)

5G. Vattimo, art.

2 commenti
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  1. MashAllah sorella,
    veramente un ottimo intervento: complimenti.
    Mi piacerebbe approfondire l’aspetto finale, lasciato (se così posso dire) alla riflessione del lettore:
    “Dire che è obbligatorio, significa però rimanere in un discorso di religione e fede, per cui il passaggio ad un obbligo legislativo (in uno stato musulmano) non è affatto scontato”

    Abbozzo un mio contributo: in uno stato isalmico perfetto e futuribile, guidato da un khalifa rashidun, dove la giustizia e la pace di Allah siano stabiliti, le dimensioni religiose e legislative si unificano, ed ogni differenza perde significato. Ma qui stiamo forse parlando dell’avvento del Mahdi.

    Nel nostro vivere quotidiano, soprattutto con l’esempio che forniscono stati autoproclamatisi islamici nella forma, ritengo che la migliore garanzia per i credenti sia ancora una certa “laicità” dello stato (da non confodendere con laicismo), che eviti imposizioni shariatiche nella legislazione civile e penale MA AL CONTEMPO che eviti divieti al singolo credente (come sta avvenendo in Francia o come correbbero politici miopi in Italia).

    Wa Allahu ‘alam

  2. Buona sera sigra khadija Patrizia:
    sono passati 3 anni da quando ho preso questo indirizzo a Bologna. sigra avro bisogno de lei per una domanda che ce lo nel mio cuore da tre anni fa. Mi potete aiutarmi, ero una sigra musulmana non ho mai portato il fulare, da una settimana fa mi sono coperta seguindo la strada giusta de Dio. posso avere un suo indirizzo electrnico per potere scrivere gli mie domande. grazie tanto se mi risponde allaho hafidokom jamiaa

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