Una Tradizione tra integrità ed integrazione
mar 30th, 2010 | Di direttore | Categoria: Approfondimentidi Ibrahim Abdannur G. Iungo
—————-
L’idea e la pratica dell’integrazione non è affatto nuova né estranea all’Islām; al contrario, il sistematico ed ininterrotto confronto tra la dottrina e la vita, nelle sue diverse forme, rappresenta propriamente il tratto più essenziale della Tradizione islamica, che dinanzi ad esso non si è mai fatta trovare impreparata. Fin dalla Parola coranica, infatti, Iddio Altissimo indica la diversità tra i popoli come un segno per coloro che ragionano (ayāt li-qawmin ya°qilūn). La realtà quotidiana è un’inesauribile sorgente di conoscenza, che il credente è tenuto ad integrare progressivamente nella propria prospettiva di vita. Il Profeta stesso - su di lui siano la Pace e le benedizioni d’Iddio – confermò esplicitamente la necessità di confrontare instancabilmente le fonti della Rivelazione con le situazioni concrete in cui ci si viene a trovare. In una certa occasione, ad esempio, egli lodò enfaticamente un suo apostolo, Mu°ādh ibn Jabal, il quale aveva spiegato come, qualora fosse stato chiamato a giudice di qualche questione, avrebbe fatto preliminarmente riferimento al Corano, innanzi tutto, ricorrendo successivamente all’esempio (sunna) del Profeta, ed impegnandosi infine giudicare al meglio attraverso la propria intelligenza, laddove non avesse trovato una soluzione chiaramente esposta nelle prime due fonti.
Non sarà mai abbastanza chiaro: la Sharī°a non è certo un’immobile “gabbia legislativa“, bensì un percorso (lett. “via“) che – sulla direzione tracciata dal Corano, ed attraverso le pietre miliari stabilite dalla Sunna – rinnova di generazione in generazione la propria integrità e la propria coerenza, tramite un’approfondita e progressiva riflessione giuridica (fiqh), operata competentemente da studiosi qualificati (°ulamā’, o fuqahā’). Lo sforzo interpretativo (ijtihād) non è quindi affatto un’opzione “progressista” od una generosa concessione allo spirito della modernità, bensì un elemento fondamentale della fede, una vera e propria esigenza dottrinale – attestata ed incoraggiata fin dall’epoca del Profeta – per la corretta comprensione degli insegnamenti che Iddio ha indirizzato all’umanità di ogni luogo e di ogni epoca, alla luce dello specifico contesto in cui questa viene via via a vivere e ad operare.
E’ quest’insuperabile tensione latente tra l’ordito della Rivelazione divina e la trama delle vicende umane, ad aver intessuto sapientemente la stoffa pregiata della Tradizione, della civiltà e delle culture islamiche, attraverso le multiformi espressioni della giurisprudenza e della letteratura, dell’architettura e della ricerca scientifica, dei sistemi politici e della manifattura artigianale, e così via. E’ questa sapiente commistione di essenzialità ed umanità, ad aver sostanzialmente garantito per ben più di un millennio lo sviluppo della convivenza civile e dell’interazione economica e culturale, tra le diverse comunità etniche, linguistiche e religiose dei Paesi musulmani.
Oggi, è però proprio quest’esemplare equilibrio interlocutorio tra il Divino e l’umano, ad essere pericolosamente minacciato. I cambiamenti radicali posti in essere dalla dominazione coloniale dei Paesi musulmani e dalla massiccia emigrazione musulmana nei Paesi atlantici hanno favorito la nascita di due tendenze egualmente perverse, due tentazioni egualmente pericolose: l’integralismo e l’integrazionismo - ovvero, rispettivamente, il feticismo dell’integralità e quello dell’integrazione, più generalmente conosciuto come assimilazionismo. Laddove il primo promuove un culto dell’integralità formale, e cioè un rispetto della lettera dei precetti che prescinde dal suo significato – fino, per esempio, ad anteporre il precetto alla salute, in chiara contrapposizione alla realtà dell’insegnamento religioso tradizionale – il secondo sostiene un processo di adattamento passivo al proprio ambiente di vita, anteponendo (più o meno esplicitamente) il ragionamento personale e l’adesione supina a valori profani, alla necessaria fedeltà all’insegnamento religioso – relegato di fatto ad elemento di cultura e tradizione etnico-identitaria.
A poco meno di 1500 anni dalla morte del Profeta - su di lui siano la Pace e le benedizioni d’Iddio – la comunità islamica si trova quindi ad affrontare una nuova, grande prova. Numerose comunità islamiche – autoctone e/o di origine immigrata – sono ormai stabilmente insediate in Occidente, parte integrante delle sue società civili ed insostituibile sostegno alle sue economie; le forme di collaborazione materiale ed intellettuale, intessute tra musulmani e non-musulmani nei Paesi occidentali, sono ormai numerosissime, ed incalcolabili sono sia le persone in esse coinvolte, sia le positive conseguenze sociali che queste generano.
A patto di ripristinare e mantenere uno stabile rapporto di intelligente fedeltà con le fonti autentiche della Rivelazione – e cioè che la legittima integrazione si sviluppi correttamente nel solco di un’effettiva integrità – e con l’aiuto d’Iddio, la comunità islamica è sicuramente destinata a superare anche questa sfida, ed a rappresentare un elemento fondamentale per il rinnovamento morale e spirituale dell’Occidente stesso. Ma dev’essere chiaro - in primis ai musulmani – come, dinanzi alle sfide dell’epoca moderna, l’Islām non sia chiamato invero ad alcun “processo di integrazione” che non sia già un elemento connaturato al suo patrimonio genetico ed intellettuale: come abbiamo visto, infatti, la progressiva integrazione interpretativa della Tradizione islamica rappresenta, a sua volta, una parte integrante della Tradizione stessa.
إبراهيم عبدٱلنور



Masha’alLlah