Israele: divieto di memoria…vietato ricordare la Nakba

mar 4th, 2010 | Di direttore | Categoria: News

E’ paradossale che lo Stato che più di ogni altro al mondo insista sulla memoria della sofferenza e dei lutti neghi la stessa memoria alle sue vittime.

Una nuova legge in Israele rende crimine la commemorazione di ciò che i Palestinesi chiamano “Nakba”, la catastrofe del loro sradicamento e pulizia etnica dalla Palestina, con la creazione dello Stato sionista nel 1948. La Knesset, il Parlamento israeliano, ha ratificato la “legge Nakba” già alla prima lettura. Saranno imposte penalità a chiunque mostri il 15 maggio, segni di tristezza e di lutto dentro i confini (indefiniti) di Israele; in quella data i palestinesi ricordano la creazione della crisi dei rifugiati. La radio israeliana ha commentato che lo scopo della legge è quello di far cessare che vi sia gente a lutto per quello che per Israele è il Giorno della Indipendenza; atti commemorativi, viene rilevato, sono equivalenti a “negare il carattere ebraico di Israele e insultare i simboli dello Stato”.

da http://www.contropiano.org/Documenti/2010/Marzo10/04-03-10Israele3.htm

2 commenti
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  1. Una vergogna. E pensare che questo stato dell’apartheid e delle leggi liberticide, della pulizia etnica e dei massacri, viene ritenuto dai più “democratico”!!!
    Il 15 maggio noi ricorderemo la Nakba.
    saluti
    Movimento di Azione Popolare

  2. «Li facciamo stare in piedi, e c’è una canzoncina delle guardie confinarie che dice (in arabo) ‘Un hummus, un fagiolo, io amo le guardie di frontiera’; gliela facciamo cantare. Devono cantare e saltare, come si fa con le reclute… lo stesso, solo molto peggio. E se uno di loro ride, o noi decidiamo che qualcuno ha riso, lo prendiamo a pugni: perchè hai riso?, e giù un colpo… La cosa può andare avanti per ore, dipende da quanto si annoiano i soldati. Un turno di otto ore è lungo, bisogna passare il tempo in qualche modo».

    Così ha raccontato una soldatessa israeliana della Seam Line Border Guard. E’ una delle cinquanta testimonianze anonime della benemerita associazione israeliana «Rompere il Silenzio» (Breaking the Silence).

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