Esperienze americane : sicurezza e libertà

mar 28th, 2010 | Di | Categoria: News
Esperienze americane : sicurezza e libertà

Prima di recarmi (in America) per una prima visita in aprile, alcune riflessioni sulla situazione negli Stati Uniti e le condizioni per un futuro migliore.

Si ha un bel dire e ripetere che l’Islam è ormai una religione occidentale, tutto ci sembra indicare che ciò non è ancora stato accettato nella mente di molti cittadini, intellettuali e politici. Eppure questi sono fatti e le cifre parlano chiaro al di ogni percezione negativa: milioni di musulmani, americani ed europei mostrano ogni giorno che essi sono cittadini come gli altri. Hanno acquisito le tre “l”, che sono condizione di una reale appartenenza alla società[1]: rispettano la legge del paese in cui vivono, ne parlano la lingua come i loro concittadini, e dimostrano la loro lealtà partecipando e contribuendo positivamente al benessere della loro società.

La lealtà è un concetto complesso perché è fatta sia di convinzioni che di un sentimento che scaturisce dal rapporto che si ha con se stessi e il proprio ambiente. Il fenomeno va in entrambi i sensi: mi devo sentire bene con me stesso e con il mio ambiente, volere il bene per la mia società e nello stesso tempo avere la possibilità di parlare liberamente, anche in modo critico. Allo stesso modo, la mia società deve avere fiducia in se stessa e in me, e non dubitare della mia lealtà nel caso, ad esempio, in cui enunciassi delle critiche di tipo politico o ideologico verso la politica del mio governo. La vera lealtà del cittadino deve essere connotata da spirito critico, ed è nella misura in cui questa criticità non è sospetta né sospettata che si sviluppa un vero senso di appartenenza. Purtroppo, la fedeltà dei musulmani occidentali oggi è spesso sospettata, soprattutto dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.

Io l’ho vissuto personalmente nella mia esperienza con le autorità statunitensi, in particolare con l’amministrazione Bush. Quando fui invitato nel 2003 al Dipartimento di Stato americano, fui presentato come un musulmano occidentale “moderato” che condanna il terrorismo e gli attacchi contro i civili. Dopo la mia dura critica verso l’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq e il sostegno unilaterale di Israele, improvvisamente la mia “fedeltà” ai “valori occidentali” è stata messa in discussione e mi sono visto vietare l’ingresso negli Stati Uniti in nome del Patriot Act e della sicurezza nazionale. Questa situazione si è prolungata per quasi sei anni e solo di recente Hillary Clinton ha dichiarato che le cause che giustificavano il mio divieto di ingresso non erano più valide.

Gli insegnamenti che derivano da questa esperienza sono essenziali e molteplici. Se la condanna dell’estremismo violento e l’imperativo della sicurezza non sono negoziabili, è necessario però che in nome di quest’ultima, non siano dimenticati i nostri valori, creando divisioni pericolose per il futuro delle nostre società. In nome della sicurezza e degli interessi della nazione, abbiamo visto decisioni politiche molto gravi essere accettate e normalizzate. Oltre a trattamenti discriminatori alle frontiere talvolta del tutto aleatori e ingiustificati, in base all’origine e alla religione dei turisti o degli immigrati, abbiamo assistito al nascere negli Stati Uniti e in Europa di zone di non-diritto molto inquietanti. Si sa di Guantanamo e delle estradizioni straordinarie (extraordinary renditions): delle persone sono state arrestate, rapite, imprigionate e torturate coperti da veri e propri “buchi neri” giuridici. Istituire la tortura in nome della sicurezza, non fa vincere quest’ultima, piuttosto è la sua anima che si perde. Non è accettabile.

Oltre a queste situazioni estreme, abbiamo visto instaurarsi politiche che ci ricordano i periodi più bui della storia americana, quando si trattava di far tacere le voci di “sinistra”critiche e discordanti. E’ come se ci si aspettasse che i musulmani dimostrino la loro lealtà, esprimendo una fedeltà cieca ai governi dei loro paesi. Si è gradualmente stabilita una sorta di polizia informale delle coscienze dei musulmani che stabilisce chi è musulmano “moderato” e chi è “pericoloso”. Si parla di democrazia e di libertà di espressione ma, in nome di una sicurezza legittima del paese, si ritiene normale che alcuni abbiano meno diritto degli altri di esprimere le loro critiche. Quest’ultimi sarebbero, infatti, la prova che “questi musulmani non sono veramente nostri.” Ma è esattamente il contrario, perché un musulmano americano che critica in modo non-violento e costruttivo la politica del suo governo invia due messaggi ai suoi concittadini: mi sento sicuro, sono a casa mia, ed è proprio in nome della mia appartenenza che porto il contributo della mia critica al dibattito democratico. Instaurare il sospetto, bandire degli intellettuali (musulmani o no), mettere a tacere le voci critiche, impedire la discussione di idee sono espressioni di una democrazia che la paura e dubita di se stessa. Questa profonda insicurezza non sarà superata da misure di stigmatizzazione e cioè di rifiuto nei confronti dei musulmani, perché queste iniziative non fanno che aumentare le chiusure religiose, culturali e sociali e quindi aumentano l’insicurezza. La forza delle nostre democrazie si misura con la fedeltà ai propri valori dichiarati (dignità, diritti e uguaglianza degli uomini) così come nella capacità di proteggere e ascoltare la parola libera e critica. Un dibattito di idee critico e aperto è il solo a garantire la sicurezza ed i suoi protagonisti sono i cittadini più leali, in quanto esprimono le loro opinioni, o i loro dissensi, senza rimettere (o veder rimettere) in causa la loro appartenenza.

giovedì 18 marzo 2010, Tariq Ramadan  

 

[1] Analizzo queste tre “L” nel mio ultimo libro: Mon intime conviction, Presses du Châtelet, Paris, 2009

Questo articolo è stato pubblicato in Newsweek Magazine 

Traduzione Patrizia Khadija Dal Monte 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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