Della legge e dei valori: dibattito sul “burqa” e circa l’identità nazionale
gen 1st, 2010 | Di Patrizia Khadija Dal Monte | Categoria: Articoli Tariq Ramadan, Islam
I molteplici dibattiti sui valori e le leggi possono certo essere interessanti, ma non risolvono i veri problemi della vita e della quotidianità. Le filosofie teoriche – e idealistiche – possono diventare, nonostante le buone intenzioni, vere e proprie manovre diversive. Si evita il cuore dei problemi, le azioni e la vita reale. Dobbiamo quindi promuovere “una filosofia della vita quotidiana”, una filosofia applicata per valutare ciò che è nella legge, nelle sue interpretazioni e le proiezioni psicologiche e simboliche. Una filosofia di “noi in concreto”. Il panorama è certo meno ispirato, i colori più spenti e contraddizioni e incongruenze innumerevoli. Nelson Mandela aveva giustamente osservato, un giorno, che la qualità di una democrazia si misura dal modo in cui tratta le “minoranze”. Poneva immediatamente il dibattito sul piano pratico, politico, concreto e quotidiano. Il concetto di minoranza può essere insieme legale e psicologico: sono sovente coloro che sono considerati legalmente, psicologicamente o anche simbolicamente come non facenti parte della società originaria, della sua cultura, della sua “psiche collettiva “a cui è attribuito in tutti questi casi, formali o informali, lo status di” minoranza “, ma può anche essere una comunità culturale che si riconosca nella legge ma il cui numero ristretto ne faccia effettivamente una realtà di minoranza.
Comunque è necessario fare attenzione, come ci ricordano i sociologi, da Weber a Bourdieu, a non dimenticare le vecchie categorie economiche e sociali che rimangono essenziali per il trattamento degli individui nelle società moderne e tradizionali. Le discriminazioni e le ingiustizie rimangono in primo luogo e sopratutto una questione di “classi sociali”, anche se i discorsi cercano oggi di “culturalizzare” il dibattito o di farne delle questioni religiose ( “religionizzare” come dice una formula inglese). L’esclusione sociale, la disoccupazione e l’emarginazione dei più poveri e delle donne restano i grandi mali della società contemporanea: il fenomeno non è certo nuovo, ma il nostro approccio a queste tematiche trasforma questi rapporti di potere socio-economico e politico in un, per così dire, “nuovo” problema di differenziazione culturale, o “di civiltà”. Ciò che è più preoccupante è l’adesione di disoccupati e poveri a questa nuova interpretazione dei problemi sociali e che essi siano tentati, invece di evidenziare il comune destino di sfruttamento e miseria, di invocare essi stessi la differenza culturale e religiosa che li distinguerebbe dall’emarginazione sociale e religiosa degli altri. La psicologia e le rapprentazioni (sociali e mediatiche) hanno una potenza immesamente superiore ad ogni altro fenomeno nel dividere i ranghi di una possibile resistenza. I fattori religiosi e culturali possono essere innestati sulle realtà socio-economiche, ma non le sostituiscono mai completamente: si tratta di fenomeni aggravanti, nel senso che la discriminazione culturale e religiosa spesso si aggiunge all’ esclusione sociale e a complicarla . Le teorie economiche, politiche e sociologiche che tentano di spiegare i meccanismi di esclusione sono le prime griglie oggettive di analisi : si tratta di rapporti di dominazione piuttosto convenzionali.
E’ provvisti di questi strumenti che si dovrebbe iniziare lo studio dei nuovi fenomeni di discriminazione culturali e religiosi: così, oggi, essere poveri “, africani, arabi o asiatici” (o percepiti tali) e “musulmano” (o percepito come tale) è accumulare delle tare. Nel quotidiano ciò significa essere confrontati con il razzismo spontaneo e / o strutturale: cattivi trattamenti, blocchi alla soglia di lavoro o durante l’ascesa sociale (a partire da un certo livello, si considera che la / il rappresentante della diversità culturale abbia naturalmente raggiunto la sua soglia invalicabile di competenza). I testi delle leggi dicono il contrario, ma la pratica è collegata, come abbiamo già detto, alle rappresentazioni, proiezioni e paure: il razzismo strutturale e le discriminazioni istituzionali si radicano insidiosamente e provocano, a lungo termine, un doppio fenomeno estremamente negativo. Il primo agisce nelle vittime – poiché sono realmente vittime di discriminazione e di ingiustizia nella vita quotidiana – sviluppando in esse una mentalità da “vittima”, un atteggiamento vittimista, molto negativo. Tutto per loro si spiegherebbe e sarebbe giustificato dal razzismo, e non dalla mancanza di competenze o di conoscenza delle istituzioni e dei codici. La seconda si radica, invece, nella mente di coloro che costituiscono “la maggioranza simbolica” per i quali la differenza di origine finisce per giustificare un trattamento differenziato: assistiamo ad una normalizzazione, su larga scala, della stigmatizzazione dell’ altro, un razzismo di massa che ci ricorda le ore più buie della storia.
Delle donne e degli uomini anche se hanno accolto le quattro “l” (rispetto della legge, padronanza della lingua, la lealtà critica e senso della libertà), che dovrebbero fare di loro cittadini riconosciuti, devono ancora e sempre giustificarsi e dare prova non sono pericolosi e che sono una risorsa per la società. I cittadini di “origine immigrata”, con sembianze di arabi, africani e asiatici sono esenti dall’ affrontare questi problemi solo quando sono particolarmente fortunati, come i musicisti o gli sportivi ad alto livello. L’applicazione della legge e le rappresentazioni collettive li accolgono allora in modo del tutto diverso: “Sono dei nostri”, ci rappresentano, quando “ci” piace la loro musica e i loro talenti “ci” permettono di vincere delle competizioni sportive.
Siamo nell’ordine dei meccanismi psicologici e delle rappresentazioni e non è poi così strano che ciò avvenga proprio nell’epoca della comunicazione globale, della supremazia dei mezzi di comunicazione e delle migrazioni permanenti. Ormai dobbiamo abituarci all’idea che i valori e le leggi non ci proteggono affatto se non lavoriamo sul piano educativo, la critica dell’informazione e il controllo delle rapprestazioni. I mezzi di persuasione di massa, oggi, sono così potenti che tutto è loro possibile: il popolo e le folle, anche le più istruite, sono sempre più vulnerabili e sono potenziali oggetti delle campagne populiste più detestabili e delle manipolazioni mediatiche più pericolose. Niente è acquisito per sempre e sessant’anni dopo la ratifica della Dichiarazione dei Diritti dell’uomo, vediamo oggi che tutto è ancora possibile: le “regole del gioco sono cambiate, come ha detto in un’occasione, l’ex primo ministro Tony Blair . E ce n’è motivo! La sorveglianza, la perdita del nostro diritto alla privacy, estradizioni sommarie, campi di tortura “civilizzate” disseminati nel mondo, aree di non diritto ormai legittimate, ecc. La normalizzazione della violenza sembra averci atrofizzati e i trattamenti disumanizzati intorno a noi ci lasciano sempre più insensibili: certo abbiamo perso la capacità di stupirci le cose della vita, per pessimismo o lassismo, ma dobbiamo constatare che abbiamo anche pericolosamente perso la nostra capacità di indignazione e di ribellione. Le nostre rappresentazioni si uniformano nella misura in cui la nostra intelligenza e la nostra sensibilità si atrofizza. Le leggi migliori possono ancora darci delle illusioni, ma esse non avranno alcuna efficacia in termini di tutela o di promozione del rispetto della dignità umana, se le nostre coscienze non le investono di sostanza, di senso e di umanità.
“Noi”?
Un approccio olistico a queste realtà richiede che si riscopra, rispettivamente, insieme e nella pratica, dei valori e dei principi fondanti. L’educazione, la vita quotidiana, l’interazione con i nostri simili di diversa origine, cultura e religione, sono i mezzi con cui possiamo cogliere concretamente la nostra comune umanità e capire che essa è per essenza costituita dalla diversità e da una miriade di identità e tradizioni. I nostri simili fungono da specchi permettendoci di capire che noi stessi abbiamo identità multiple e che non siamo riducibili alla nostra origine, ad una religione, ad un colore o ad una nazionalità. Questa educazione e queste relazioni forgiano un sapere e strutturano una psicologia. Ci vuole tempo, pazienza e impegno: fare evolvere le mentalità e cambiare le percezioni e le rappresentazioni richiede un lavoro continuo di accompagnamento a livello locale e nazionale. Si deve dare vita ad “una filosofia del pluralismo” attraverso l’impegno pratico, con progetti condotti da persone che rappresentino la diversità di culture e religioni, ma informate dalla preoccupazione condivisa di rispondere alle sfide comuni. Si crea così una psiche collettiva, una sensibilità comune, un senso di reciproca appartenenza.
Cose che non accadono a livello legislativo, ma ben al di sotto. Come e perché, in un momento particolare della storia o dell’esistenza, un gruppo è in grado di dire “noi” permettendo ai suoi membri di starci bene, come a casa propria. Un gruppo, una società … che una legge regola e organizza e una sensibilità comune cementa e unifica. Non è questione allora di sapere il limite formale dei nostri diritti, ma di entrare in contatto con la sensibilità dell’ altro, i suoi valori, i suoi dubbi e la sua ricerca. Troveremo così nuovi percorsi e gli sforzi che altri compiono per essere se stessi, per raggiungere l’equilibrio, la pace. Si accede all’empatia, di cui abbiamo già parlato, e si diventa in grado di identificare gli spazi sacri di quest’ “altro” che è nostro vicino: l’importanza dei suoi valori, i suoi amori, le sue convinzioni e anche la mappa della sua psicologia e sensibilità. Abbiamo tutti, come già rilevò Mircea Eliade, fino agli autori i più moderni, una mappa personale di ambiti, di elementi sacri e profani: formiamo una società, quando diventiamo capaci, da soli, in due, tre, centinaia di migliaia o milioni, di decifrare reciprocamente le direttrici principali dei nostri rispettivi itinerari e li rispettiamo, perché ne abbiamo capito il senso generale.
La legge è necessaria, lo abbiamo più volte ribadito. Tuttavia, formare una società richiede di oltrepassare il livello legislativo per raggiungere quello della civiltà. Qui non si tratta di utilizzare la legge per sapere qual’ è il limite di usare i miei diritti per impormi o aggredire l’altro che mi dà fastidio (o di cui non ho fiducia), ma al contrario, è necessario preoccuparsi della convivialità, secondo l’espressione benvenuto e le aspirazioni del pensatore dell’ecologia politica Ivan Illich. Come abbiamo detto, ci sono cose che sono legali, ma che la dignità e la decenza ci suggeriscono di evitare. Si deve sapere esercitare i propri diritti, ma è importante aggiungervi il senso di comunità umana, la preoccupazione per l’altro, la sensibilità condivisa e un reciproco affetto. Si tratta a monte di etica e di umanismo – e poi – di legge. Illich si opponeva alla scuola, “nuova chiesa” che prometteva la “salvezza”, alla luce di un ordine economico orientante la conoscenza e plasmante i comportamenti verso la competizione e il rendimento. Ispirandosi alle parabole della Bibbia, ne aveva ripreso l’adagio: “La corruzione del meglio diventa il peggio”, e aveva cercato di riflettere sul futuro delle nostre società moderne: il nostro desiderio di velocità, di guadagno, di successo sociale, insieme con le nostre paure l’altro, della sua differenza, dell’insicurezza ci portano a trasformare veramente il meglio in peggio.
I nostri stati di diritto diventano fortezze dentro le quali proteggiamo i nostri interessi e molti dei nostri egoismi; i nostri diritti, tra cui in primo luogo la libertà di espressione, diventano strumenti utilizzati per marcare il territorio e provocare inutilmente la rabbia e le reazioni di coloro di cui diffidiamo o di cui semplicemente non gradiamo la presenza o le convinzioni personali. Le nostre democrazie utilizzano la persuasione e la manipolazione “legale” di massa per giustificare – con o senza l’accordo della massa – le nuove guerre di civilizzazione, destinate a civilizzare e democratizzare. Queste perversioni fomentano i timori e i sospetti impedendo di accedere, a livello locale e internazionale, alla convivialità che alimenta tra gli individui un senso di appartenenza. Ci siamo, a livello internazionale e mondiale, trasformati in fabbricatori di ghetti. Le nostre appartenenze si accartocciano su se stesse, l’adesione, il nostro umanesimo diventa tribale e viscerale e il nostro universalismo è ben ristretto.
Dobbiamo reimparare a dire “Noi”! Come posso dire “io” appartenendomi, si deve poter dire “noi”, riconoscendo la nostra comune appartenenza. A nessuno dispiacerebbe che le persone si sedessero attorno ad un tavolo e dialogassero sul modo migliore per dire “noi” e di rispettarsi reciprocamente. E tuttavia, è possibile che sia proprio tale metodo ad impedire l’ottenimento del risultato. E’ la stessa cosa con il concetto di integrazione: il modo migliore per impedire “l’integrazione” è quello di continuare a discuterne ossessivamente. Il sentimento di appartenenza non può mai essere decretato nelle stanze di riunione, ma nasce nella vita comune di tutti i giorni, nelle strade, nelle scuole, di fronte alle sfide comuni.
Fare teorie e dibattiti sul ” sentimento di appartenenza”, corrisponde a renderlo impossibile: si tratta di un sentimento e vi si accede vivendolo, sperimentandolo. La legge comune ci protegge, ma sono le cause comuni che ci permettono di rispettarci e amarci (agendo insieme “per” una causa e non solo “contro” una minaccia). Impegnarsi insieme a rispettare la dignità umana e la salvaguardia del pianeta o ancora nella lotta contro la povertà, la discriminazione, tutte le forme di razzismo, per promuovere le arti, le scienze, sport e cultura con responsabilità e creatività, è il modo migliore, secondo noi, di sviluppare una convivialità reale, vissuta, effettiva.
Nella fiducia, cessiamo di aggredire inutilmente il nostro vicino per testarlo, e sappiamo anche prendere una distanza intellettuale critica nei confronti dell’umore o delle provocazioni del prossimo. Ci si costituisce come soggetto, “Io”, quando abbiamo scoperto il senso del nostro progetto personale, ci si costituisce in “noi”, comunità o società, quando abbiamo individuato un progetto comune, collettivo. Non è il dialogo tra soggetti umani che il più delle volte cambia il punto di vista sull’altro, ma l’essere consapevoli di essere sullo stesso percorso, la stessa strada, con le stesse aspirazioni (che a volte interminabili discussioni fanno divergere). Quando la coscienza ha ammesso e riconosciuto la comunione dei cammini, ha già socchiuso una porta del cuore: abbiamo sempre un po ‘d’amore per coloro che condividono le nostre speranze. Il “Noi” è agli argini dei cammini che conducono alle stesse finalità.
Giovedi, Dicembre 24, 2009, da Tariq Ramadan
Estratto di “L’altro in noi, per una filosofia del pluralismo” Presses du Châtelet, 2009
Traduzione Patrizia Khadija Dal Monte



Grazie mille Patrizia Khadija per questa preziosa traduzione.
Avete letto gli ultimi articoli di Sartori sul Corriere della Sera sull’integrazione “impossibile” degli islamici ? Mi sembra che qui in Italia gli studiosi siano
ben radicati in posizioni ottocentesche e non si riesca mai a guardare avanti.
Per fortuna si può leggere anche qualche cosa che viene da fuori….
Grazie, Shokran !
Claudia Amina
Gentile redazione, dato che nell’articolo si parla
del rispetto delle monoranze, vorrei citare un fatto accaduto
la notte del 6 gennaio in Egitto. Un gruppo di musulmani, al grido di”Allah è
grande”, ha ucciso almeno 8 cristiani Copti che si recavano in chiesa per festeggiare
il Natale. Questo episodio è la normalità in un paese dove il 90% della popolazione è islamica e la minoranza copta, cittadini di serie b, non viene assolutamente tutelata dalle istituzioni e neppure difesa dalla polizia. Come devo definire tutto ciò se non pulizia etnica? Strano per una religione che si definisce pacifica. Gradirei una risposta.
I testi riportati sopra di Tariq Ramadan sono pieni di cose che hanno buon senso. Sorge però un grande dubbio:perchè tutto questo NOI, questo dialogo va fatto solo nei paesi NON ISLAMICI? Un musulamno COERENTE con questo amore per la società, il dialogo, il costruire un percorso comune minimo potrebbe dire: la nostra legge, la nostra società costruita su principi islamici non ha portato a questo. PERCHE’ ? Cosa succede nei paesi islamici a tutti coloro che sono considerati KUFFAR (come qui viene ben espresso da alcuni musulmani nel sito).. Forse, dato che il PROFETA – la pace sia su di lui- li ha sterminati e il Corano li manda nei tormenti eterni, forse c’è un motivo per cui sono discriminati, detestati, non hanno gli stessi diritti e così viA. INVECE NESSUNA CAPACITA’ DI AUTOCRITICA. UN DIALOGO è POSSIBILE QUANDO DELLE PERSONE CONSAPEVOLI DELLA PROPRIA ESISTENZA, CREDENZE, PASSATO SI CONFRONTANO. QUANDO DUE PERSONE SI DANNO LA MANO PER FARE LA PACE, BENAPPUNTO SI STRINGONO LA MANO, OGNUNO DA’ LA PROPRIA ALL’ALTRO. MA SE DICO CHE LA MIA MANO è LA TUA, CHE HO I TUOI VALORI E NON è VERO (DIMOSTRATO CON I FATTI DALLA REALTA’ DEI PAESI ISLAMICI) C’è QUALCOSA CHE NON QUADRA, IL DIALOGO NELLA VERITA’ NON POTRA’ MAI ESISTERE, solo un cumulo di discorsi benintenzionati certo, ma fumosi, inconsistenti, INCAPACI soprattutto di MODIFICARE la realtà di tante vittime delle ingiustizie. Ci sono state nella storia persone che hanno cercato di portare giustizia, pace, ma per far ciò bisogna avere come qualità indispensabile IL CORAGGIO DELLA VERITA’, altrimenti resta solo un cumulo si pietose insulse menzogne. ALLORA perchè questo Tariq come tanti altri musulamni che parlano di pace etc non portano questo discorso nei loro paesi? Perchè verrebbero fatti fuori dagli stessi islamici con buona probabilità.Cristo è stato fatto fuori , si stracciavano le vesti i sacerdoti ebraici perchè “si è fatto Figlio di Dio”!!! (che orrore!!!Però intanto loro lapidavano, tagliavano le mani, avevano più donne). Cosa è cambiato con l’Islam… uguale!! (Orrrore, Allah non ha moglie e figli!!!- Che ignoranza! Noi non abbiamo mai detto questo, ma la conferma di essere “FIGLI DI DIO” che Cristo ha dato ha tutti gli uomini fà sì che ci possiamo sentirci tutti fratelli, non nemici!!!!). Dunque islamici scandalizzati dalla “blasfemia” di Cristo. A morte!!!Lavaggi prima della preghiera e poi teste decapitate sin dal sorgere di questa religione. Donne lapidate secondo la sharia come ancor oggi in Pakistan, mani mozzate, gente crocifissa (gli apostati in Sudan, vedi ottobre 2009). GENTE CROCIFISSA!!! Cosa ci porta di meglio l’islam rispetto agli insegnamenti di Cristo (che non sono affatto contenuti nel Corano)… Nulla! L’elemosina, il digiuno, il pellegrinaggio, i lavaggi, la preghiera. Tutte queste cose nel Cristianesimo ci sono in forma migliore e purificata da tanta violenza, odio dei Kuffar e PAURA DI ALLAH.Grazie, scusate l’impeto ma la ricerca della Verità ha sempre dominato la mia vita e chiunque la cerca con il cuore sincero prima o poi la troverà “bssate e vi sarà aperto” dice Cristo. Pace a voi, ma che sia la pace di Cristo che sorpassa ogni scienza e intelligenza. Michael
cara Khadigia e gentili lettori
come al solito hai espresso con grande delicatezza e sensibilita’ come la vedi islamicamente riguardo al tema dell integrazione.Vorrei dire ai lettori che hanno commentato episodi condannabili di discriminazione anticristiana nei paesi islamici che questi possono essere dovuri a scontri tra gruppi sociali tribali o altro piuttosto che a fanatismo religioso.Certo esiste anche quello e non solo nell islam come musulmani le parole di chi odia i non musulmani fanno piu’ danno di cento guerre di religione.Non donniamo dimenticare i pericoli rappresentati da settori minoritari di fanatici che istentano la loro fede e poi si comportano in modo assolutamente contrario ai principi basilari dell islam come ad esempio quelli che si fanno esplodere nelle moschee uccidendo gente uunerme che prega quelli che uccidono i civili conme e’ accaduto in Algeria quelli che ammazzano le figlie in nome di una religione delle caverne che non possiamo tollerare Ma la stragrande maggioranza dei musulmani semplici e’ costituita da gente onesta e pia il cui contributo alla vita sociale e’ visibile tutti i giorni gente che lavora sodo cresce figli moralmente sani rispetta gli altri e ama gli altri musulmani o non musulmani che siamo.Come si fa ad amare Allah ed odiare la sua creazione??Detto questo il timor di Dio esiste anche tra i cristiani ed e’ una cosa positiva pero’ la maggior parte dei nostri atti vanno eseguiti per amore di Allah non semplicemente per paura altrimenti dove sta la spiritualita’?? salam amina salina