Sintesi del discorso di Tariq Ramadan all’Assemblea Nazionale di Francia

dic 19th, 2009 | Di Patrizia Khadija Dal Monte | Categoria: Donne
Sintesi del discorso di Tariq Ramadan all’Assemblea Nazionale di Francia

Missione di informazione sull’uso del velo integrale sul territorio nazionale

Mercoledì  2 dicembre 2009

Il Presidente dell’Assemblea, Mr. André GERIN, dichiara il motivo per cui è stato fatto l’invito a Tariq Ramadan e cioè conoscere le sue analisi in merito alla questione del velo integrale, senza entrare in merito alle problematiche circa la sua persona. Le domande da lui poste sono:

  1. Quali significati riveste il velo integrale?

  2. Come giudica lei questa pratica, è una prescrizione islamica?

  3. Come spiegare l’aumento di tale abbigliamento in Francia e in Occidente?

  4. E’ una pratica che investe sopratutto i convertiti o una concezione che si richiama ad un ritorno all’islam delle origini?

  5. Il velo integrale è per noi segno di asservimento della donna all’uomo e di ineguaglianza tra i sessi. Come reagisce davanti a questa pratica che tocca anche le minori?

T.R. Ringrazio dell’invito e della sua introduzione, a proposito del niqab e il burqa (di uso orientale, noto sopratutto con le vicende che hanno visto coinvolto l’Afganistan)

nessuna decisione di carattere legislativo può essere presa senza prima effettuare una chiarificazione della terminologia. Il discorso si svilupperà in  tre punti fondamentali:

  • la sua dimensione teologico-giuridica nell’islam

  • Gli obiettivi che intendiamo raggiungere

  • Il quadro del dibattito e le strategie per far forma all’avvenire

A proposito del primo punto, e cioè se il velo integrale sia una pratica islamica o meno dobbiamo tenere presente che l’islam non è una realtà monolitica, ci sono diverse correnti interpretative (almeno 7-8), com’è del resto nelle altre religioni. La differenziazione non è facile, uno può essere sia conservatore che riformista allo stesso tempo… La grande maggioranza delle correnti sunnite e sciite, e così la maggioranza degli studiosi, sono dell’opinione che il niqab e il burqa non siano un obbligo islamico, mentre il hijab (che tiene scoperto il volto) lo è. C’è però una interpretazione minoritaria, sia nei paesi musulmani che in Occidente, che afferma lo sia. Personalmente penso che quest’ultima sia una interpretazione riduttiva e letteralista, che tradisce lo spirito profondo dell’islam e questa è la convinzione   che porto avanti  nel mio lavoro all’interno delle comunità musulmane. Dette correnti minoritarie si appigliano alle testimonianze dell’epoca profetica e delle spose del Profeta, ritenendo ciò obbligatorio per tutte le donne. Gli altri sapienti distinguono invece ciò che era obbligatorio per le mogli del Profeta e ciò che lo è per le altre donne. Il rettore di Al-Azhar si è pronunciato recentemente contro questa pratica. Si deve tuttavia dire che la sua è un’autorità che è contestata anche nello stesso Egitto. Le interpretazioni sono legate ad una determinata autorità, non si può metterle in discussione senza mettere in discussione l’autorità stessa. Ad esempio ci sono musulmani che riconoscono come autorità quella dell’Arabia Saudita, perché pensano che sia più vicina alle fonti… La domanda fondamentale in una situazione di pluralismo di correnti interpretative è “Chi è che ha l’autorità per decidere?” A volte le persone che in un luogo hanno autorità non sono importanti per quelli vivono in un altro luogo e questa è una cosa di cui si deve tener conto. Il potere politico non deve spingere chi  gode qui di una certa autorità a pronunciarsi in modo radicalmente contrario all’autorità di chi vive in quegli altri Paesi. Ciò provocherebbe un ulteriore isolamento di chi non  riconosce l’autorità degli esponenti locali. La domanda che si dovrebbe porre una corretta laicità, davanti ad una pluralità interpretativa  è: “Come utilizzare al meglio le autorità che fanno evolvere le mentalità nel giusto senso?”, al di là di una semplice condanna radicale  che non sarà accolta e quindi non servirà.

Le occidentali convertite aderiscono spesso a correnti interpretative più radicali, per una specie di reazione psicologica al loro passato… Se prima esponevano il corpo, ora lo nascondono, scelgono la sparizione fisica… Sono scelte eccessive che con il tempo possono essere riequilibrate, ma la legge non tocca la dimensione psicologica, si cambia con l’educazione, l’accompagnamento nel tempo. Una legge coercitiva al contrario può rinforzare una disposizione psicologica di rifiuto del passato… Il convertito è spesso “più realista del re”. Non ci sono solo convertite a fare tale scelta, ma anche giovani di famiglie di origine musulmana che ad un certo punto riscoprono le loro radici, la loro appartenenza religiosa e adottano tale abbigliamento come rappresentazione esteriore, espressione fisica  di una ricerca di purificazione interiore, una ricerca (mal compresa) di spiritualità e di senso . E’ necessario capire tali dinamiche, ciò non significa però approvarle e giustificarle, senza dare giudizi negativi si deve lavorare sulle mentalità. Ci si deve chiedere come farle evolvere, non condannarle senza capirne le motivazioni profonde.

Dal punto di vista oggettivo, legale, come cittadino europeo penso che si debba lavorare su due principi: il rispetto della legge comune e una migliore comprensione dei riferimenti islamici. Ci deve essere un’alleanza stretta tra questi due principi, è del tutto possibile essere scrupolosamente musulmani e rispettare la legge comune, senza cambiare niente ai propri riferimenti religiosi. Ciò che mi sento di chiedere alla Francia è una applicazione stretta delle leggi verso tutte le religioni, in modo egualitario, senza diminuzioni. Il modo di vestire di certe musulmane richiama una certa comprensione dell’islam e viene collegato talvolta alla questione sicurezza:  è certo che una donna davanti alla domanda di lasciarsi identificare non può tirarsi indietro e questo anche in nome dei  propri riferimenti religiosi. Su ciò non si discute, ma qual’è il margine di manovra nello spazio pubblico? Si deve lavorare, sia che ci si situi sul piano teologico-giuridico che su quello sociale-politico per promuovere la nostra interpretazione dell’islam, un lavoro questo a lungo termine, che consiste nel criticare attraverso i testi stessi la lettura riduttrice e letteralista che ne fanno certe correnti. Solo un dibattito interno può portare ad una evoluzione delle mentalità. Ciò non significa che tale dibattito deve essere condotto solo tra musulmani è necessario ascoltare il contesto e i suoi esperti, ascoltare seriamente le domande che vengono da fuori e dibattere su esse. Allo stesso modo il pensiero che nasce dalla tradizione musulmana  deve interessare anche a voi: i vostri concittadini musulmani sono vostri partner in questo processo. Si deve accettare che l’islam sia ormai una religione francese e i cittadini francesi musulmani non sono  stranieri, ma partner. Una legge che si limiti a stigmatizzare il fenomeno non risolve il problema. E’ una questione di autorevolezza: il discorso politico-sociale ha meno efficacia e peso di quello che proviene dall’interno, meglio che esso passi attraverso i cittadini francesi musulmani, per questo essi sono vostri partner. Essi hanno maggiore possibilità di far evolvere le mentalità. Dunque è necessario:

  • profondo rispetto del quadro politico

  • lavoro interno per far evolvere le mentalità

Riguardo poi all’avvenire, credo che non si sia abbastanza coscienti da una parte dall’altra del profondo malessere che c’è in questo momento: paura e sospetti nei cittadini e anche nelle comunità musulmane. Bisogna uscire tutti quanti da un atteggiamento vittimista che imputa le cause di tale malessere al passato coloniale o al fatto di sentirsi non amati, rifiutati. Si deve rispettare le paure dei cittadini, ma non significa sottomettersi ad esse. Anche qui si tratta di un lavoro pedagogico da compiere. Si deve diventare cittadini responsabili, non passivi. Il riflesso identitario di chiusura come difesa dall’altro, può essere superato, ma la stigmatizzazione non serve. Già la visione di una donna che porta il burqa è segnata una percezione della società esterna come pericolosa, problematica, una legge non farebbe che rinforzarla. Così la società che vorrebbe liberarla dall’essere vittima  ne farebbe una vittima anche dello spazio pubblico. Inoltre, una legge contro il velo integrale pone diversi problemi anche circa il rispetto del principio di libertà di coscienza. Gli studi effettuati, a livello europeo, nelle ultime tre settimane hanno messo in luce ciò.

Vorrei anche segnalare come ci siano stati diversi esponenti religiosi che si sono sentiti in disagio di doversi pronunciare nettamente contro il burqa e il niqab, pur non essendo d’accordo con tale pratica. Ciò perché si crea un isolamento e una divisione tra esperti religiosi. Si dovrebbe invece utilizzare le persone che possiedono una certa autorità nella comunità per un cammino pedagogico…

Infine vorrei segnalare come questi grandi dibattiti sul velo integrale mi disturbino, perché i problemi reali sono altri, quelli del vivere quotidianamente insieme, senza culturizzare i problemi: quando uno ha un nome arabo o si sa che è musulmano, il lavoro non c’è, l’appartamento da affittare non è più disponibile…

In fondo ciò  che è necessario è proprio un’applicazione stretta della legge del Paese, senza distinzioni, per tutte le cittadine e i cittadini.

Risposte a qualche domanda

Prima della colonizzazione nessun sapiente affermava che il foulard non fosse obbligatorio, però io sono contrario all’imposizione del foulard, ciascuna donna deve scegliere liberamente di aderire a tale indicazione religiosa. Sh. Albani, uno dei più importanti sapienti salafiti, dopo una accurata ricerca sulle fonti circa il niqab ha concluso che il semplice hijab è la vera indicazione islamica, ciò nonostante desidera che la moglie porti il niqab, perché pensa che sia meglio nella sua situazione. La mia posizione è di essere contrario al niqab e al burqa, e in ciò mi sono espresso chiaramente in diverse occasioni in Inghilterra, ma si tratta di compiere un lavoro di confronto sulle interpretazioni, che già porto avanti da più di vent’anni.

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