Maryam

dic 1st, 2009 | Di direttore | Categoria: Corano
Maryam

 

Nella riflessione precedente abbiamo visto come l’essere femminile sia chiamato in modo particolare (ma non esclusivo) a incarnare le caratteristiche di umiltà, purezza, obbedienza, che testimoniano della realtà fondamentale dell’essere umano davanti a Dio: siamo ‘abd, servi di Dio. A Maryam, unica donna che il Corano cita col suo nome e a cui dedica una sura intera cerchiamo di guardare per ritrovare i sentieri di una femminilità originaria, al di là dei condizionamenti culturali antichi che ne hanno menomato le capacità e quelli moderni, limitanti essi stessi, promuovendo un’evoluzione femminile solo in termini di “come l’uomo”. Ripeto che la mia intenzione è di sottolineare in questa riflessione ciò che ci è proprio come donne, senza per questo squalificare la lotta femminista per la riacquisizione di un’uguaglianza mai raggiunta, che è altrettanto essenziale per la corretta definizione dell’essere donna. 

Il posto privilegiato di Mariam è dichiarato nella sura di Imran:

In verità o Maria Allah ti ha prescelta; ti ha purificata e prescelta tra tutte le donne del mondo” (III, 42) , Questa predestinazione di Mariam, la sua purezza e la sua posizione spirituale altamente privilegiata sono riportate anche negli hadith del profeta Muhammad (*) in uno è detto : « Non c’è neonato che Satana non tocchi al momento della sua nascita e si mette allora a piangere, ad eccezione di Mariam e di suo figlio ».

L’essere prescelta e purificata è una realtà che contrassegna la vocazione profetica e ci richiama subito la somiglianza con l’esperienza del profeta Muhammad, pace e benedizione su di lui: “ Non ti abbiamo forse aperto il petto [alla fede]?* (XCIV,1)

*[Una tradizione attribuita all'Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) riferisce il racconto del fatto prodigioso che accadde a Muhammad quando, ancora bambino, viveva presso i Bani Sad nel deserto. Disse il Profeta: “Vennero due uomini vestiti di bianco, avevano una bacinella d'oro colma di neve. Si chinarono su di me, aprirono il mio petto e ne estrassero il cuore. Da esso trassero un grumo nero che gettarono via, quindi lavarono il cuore e il petto con neve”]

 

Ci sembra dunque che Maryam, possa essere inquadrata nella schiera dei profeti di Dio, anche se non viene ciò formulato unanimemente nella tradizione esegetica (ci sono però alcuni autori che lo confermano1). Tale posizione si evince anche dalla sura che porta il suo nome (XIX), in cui il racconto della sua storia è fatta precedere e seguire dal racconto di altre storie di profeti, pace su di loro, quali Zaccaria, Giovanni, Abramo, Mosè, Aronne, Idris, e naturalmente Gesù. Diverse le loro vite, ma in comune l’essere soggetto di un dono particolare di Dio, della Sua grazia, ed essere abitati dal timore di Lui. Così conclude il Corano la narrazione delle loro storie, tra le quali è inserita la vicenda di Maryam:

Essi sono coloro che Allah ha colmato [della Sua grazia] tra i profeti discendenti di Adamo, tra coloro che portammo con Noè, tra i discendenti di Abramo e di Israele e tra coloro che abbiamo guidato e scelto. Quando venivano recitati loro i segni del Compassionevole, cadevano in prosternazione, piangendo.” (XIX,58)

Dunque, “nell’orizzonte « maschile » islamico ella si iscrive come una donna che gode di una perfezione eterna, ciò che le conferisce, sempre secondo la visione coranica, un rango molto speciale, cioè quello della « dignità profetica »2.

Tra le caratteristiche comuni dei profeti in questo essere scelti e guidati, si distinguono tuttavia le peculiarità di ognuno, ciascuno ha un dono particolare che aggiunge luce alla rivelazione, nel raccontare di Maryam, nelle peculiarità dell’essere donna, una “prossimità nuova con il mistero di Dio. “Una donna altamente privilegiata dal Creatore chiamata a « riattualizzare la professione monoteistica, di cui Abramo costituisce la figura universalmente riconosciuta, ma lei lo fa in quanto donna, ciò che aggiunge, secondo il Corano, una prossimità nuova con il mistero di Dio ».3 Così è menzionata nel Corano come segno (ayat):

« E facemmo un segno del figlio di Maria e di sua madre » (XXIII,50) e in un altro versetto : «  E [ricorda] colei che ha mantenuto la sua castità! Insufflammo in essa del Nostro Spirito e facemmo di lei e di suo figlio un segno per i mondi… » (XXI, 91)

Il segno che Maryam costituisce insieme col figlio è molto importante e tra i numerosi significati che possiamo evincere dal racconto coranico della sua storia ce ne sono due che vorrei sottolineare: Maryam sconvolge prima di tutto la concezione della donna come inadatta al mondo del sacro, essere debole che ha bisogno della custodia maschile: non ci sono uomini che dominano nella sua storia, quelli nominati, come il profeta Zaccaria che la assiste al Tempio, appaiono in una posizione di servizio dei suoi confronti, costretti a riconoscere il privilegio di Dio su di lei, e il figlio, Gesù, a cui è affidata la sua difesa è un lattante, molto lontano dalla figura della preponderanza virile sul femminile… In lei si legge la capacità femminile di aderire in perfetta obbedienza al richiamo divino, indipendentemente, dalle figure maschili “protettrici”. La storia di Maryam è storia della completezza e della forza della femminilità, Dio nella sua storia fa a meno degli uomini, dopo secoli di protervia maschile in cui si è giunti a discutere pure sulla qualità umana delle donne, di sopraffazione nei loro confronti… di loro esclusione dall’ambito del sacro.

La storia della natività di Maryam, come viene raccontata dal Corano, inizia con l’invocazione di colei che la genererà e che è citata col nome di Imrâtu Imran, la sposa d’ Imran. Così il Corano descrive questo episodio : « Quando la moglie di ‘Imrân disse: “Mio Signore, ho consacrato a Te e solo a Te quello che è nel mio ventre. Accettalo da parte mia. In verità Tu sei Colui che tutto ascolta e conosce! » (III,35)

Voleva che suo figlio fosse « muharraran », cioè « liberato » e « affrancato » dalla schiavitù del basso mondo.

« Poi, dopo aver partorito, disse: ” Mio Signore, ecco che ho partorito una femmina”: ma Allah sapeva meglio di lei quello che aveva partorito, “Il maschio non è certo simile alla femmina (layssa adhakari kal untha) ! L’ho chiamata Maria e pongo lei e la sua discendenza sotto la Tua protezione contro Satana il lapidato. » (III,36)

Già dalla nascita dunque viene atterrata la concezione della consacrazione maschile al servizio del Tempio, Maryam, donna, è accolta da Dio…

« L’accolse il suo Signore di accoglienza bella, e la fece crescere della migliore crescita… » (III,37)

e si manifesta passo dopo passo il rapporto immediato di Dio con lei: è l’Altissimo che la nutre e la cura, non gli uomini. Dopo quindi l’esclusività dell’ambito del sacro per l’uomo, qui viene ad essere confutato pure il mantenimento economico, Dio stesso la nutre. Fu affidata a Zaccaria e ogni volta che egli entrava nel santuario trovava cibo – rizq – presso di lei. Disse: ” O Maria, da dove proviene questo?”. Disse: ” Da parte di Allah”. In verità Allah dà a chi vuole senza contare.» (III,37)

La maggioranza degli esegeti classici tradurranno, quasi senza eccezione, il termine « rizq » – che letteralmente significa ricchezza o fortuna – con « cibo » o « alimenti »… nella raccolta di Ibn Kathir troviamo un’unica lettura differente dal resto e che consiste nell’interpretare questo enigmatico « rizq » come una fonte di sapere e conoscenza o « Ilm », trascritta su pergamene o manoscritti : « suhufan fiha ilman ». Questa interpretazione si riallaccia ad una esegesi mistica, la quale suggerisce che questi « viveri » designano un « nutrimento spirituale » : rizq ruhani, dono dell’ospitalità divina nei confronti di Mariam.”4

Dalla vicinanza discreta di Zaccaria il quale non può fare altro che notare l’abbondanza di doni di cui è soggetta Maryam, ella è chiamata ad andare ancora più lontano: ad una solitudine totale. Dopo aver narrato la storia di Zaccaria e Giovanni, introducendo con molti paralleli quella di Maria e Gesù la sura XIX parla dunque della vicenda di Maria, con un versetto il 16 che è quello che le dà il titolo e così recita:

Ricorda Maria nel Libro, quando si allontanò dalla sua famiglia, in un luogo ad oriente. Tese una cortina tra sé e gli altri. Le inviammo il Nostro Spirito* che assunse le sembianze di un uomo perfetto.”(16-17)

Gli esegeti classici non si soffermano molto sull’interpretazione di questo versetto in cui si parla di un ritiro ancora più marcato di Mariam, in un luogo orientale, isolata dai suoi dietro un velo… Ma possiamo chiederci il senso profondo di questo ritiro « orientale » di Mariam e di questo misterioso « velo » steso tra lei e i suoi…

I commentatori mistici sono più eloquenti a proposito e cercano di oltrepassare « i veli » di questa solitudine di Mariam per svelarvi un’attitudine simbolica greve di senso… alcuni sapienti sufi vedono l’isolamento orientale di Mariam come simbolo del suo distacco dal mondo naturale, dall’anima carnale e dalle sue facoltà… Ella, secondo le loro interpretazioni, raggiunge l’Oriente del mondo sacrale, il luogo dello Spirito Santo, che costituisce la condizione per l’accoglienza del verbo divino. Il « velo » in questione, sarebbe il recinto sacro, il luogo del cuore preservato, inaccessibile a ciò che appartiene al mondo dell’anima carnale o nafs. Lo Spirito Santo vi può accedere se questo luogo è veramente « spogliato », come lo è il cuore di Mariam, interamente dedicata al Suo Creatore.”5

Compare in questo versetto la parola hijab, usata comunemente per il velo delle donne musulmane e in esso riceve il senso di qualcosa che stacca dal mondo, per favorire la dimensione interiore e l’accoglienza della parola divina. Poiché è detto nella sura più avanti: “ e nel Giorno della Resurrezione ognuno si presenterà da solo, davanti a Lui.” (95) I versetti dunque nell’esperienza dei profeti, qui raccontata ci mettono di fronte ad una verità essenziale dell’essere umano: ognuno davanti a Dio è solo. In effetti, questa dimensione che è molto sottolineata proprio nelle vicende di Maryam è comune anche agli altri profeti, così Abramo pace su di lui, si allontana per sfuggire l’idolatria del suo popolo e poi riceve una discendenza numerosa “Mi allontano da voi e da ciò che adorate all’infuori di Allah. Mi rivolgo al Signore, ché certamente non sarò infelice nella mia invocazione al mio Signore”. Quando poi si fu allontanato da loro e da quello che adoravano all’infuori di Allah, gli donammo Isacco e Giacobbe ed entrambi li facemmo profeti. “ (48-49)

e così Mosè, si avvicina da solo verso il monte in cui riceverà la conoscenza di Dio, ma poi Dio stesso gli darà una degna compagnia “Lo chiamammo dalla parte destra del Monte e lo facemmo avvicinare in confidenza. E come misericordia da parte Nostra, gli demmo suo fratello Aronne, come profeta.” (52-53)

E così gli altri, Ismaele che conosce l’abbandono in una terra deserta con la madre, fino a rischiarare la morte e poi capostipite di una grandissima famiglia:

Ricorda Ismaele, nel Libro. In verità, era sincero nella sua promessa, era un messaggero, un profeta. Imponeva alla sua famiglia l’orazione e la decima ed era gradito al suo Signore. “ (54)

E Idris elevato in luogo inaccessibile agli sguardi umani…

Ricorda Idris, nel Libro. In verità era veridico, un profeta. Lo elevammo in alto luogo.”

In questa solitudine, che sembra il passaggio obbligato di ogni storia profetica, di ogni esperienza umana, ogni donna e ogni uomo incontra l’Altissimo e poi riceve una compagnia vera:

« … Le inviammo il Nostro Spirito* che assunse le sembianze di un uomo perfetto. Disse [Maria]: “Mi rifugio contro di te presso il Compassionevole, se sei [di Lui] timorato!”. Rispose: “Non sono altro che un messaggero del tuo Signore, per darti un figlio puro”. Disse: “Come potrei avere un figlio, ché mai un uomo mi ha toccata e non sono certo una libertina?”. Rispose: “È così. Il tuo Signore ha detto: “Ciò è facile per Me… Faremo di lui un segno per le genti e una misericordia da parte Nostra. È cosa stabilita. » (XIX,17-21)

L’apice dell’apertura verso Dio e di questa indipendenza di Maryam dagli esseri umani, qui arriva all’estremo, ella partirà un figlio senza concorso di uomo. E non possiamo non pensare a tutte quelle concezioni che hanno visto in popoli diversi la donna solo come portatrice, culla, del seme maschile, giungendo a negare una sua specifica e paritaria contribuzione al nuovo essere umano… Nell’annunciazione di Maryam un uomo viene concepito, per azione di Dio, dal solo grembo di una donna, uomo che sarà profeta, vita e profezia dipendono solo da Lui.

E la risposta dell’Altissimo nella storia di Mariam, come in quella di Zaccaria e come davanti ai dubbi sulla resurrezione dei morti, che compaiono più in là nella sura, cioè davanti in fondo a quelle cose che la mente umana non riesce a cogliere, rimanda alla fede in Dio Creatore:

Rispose: “È così! Il tuo Signore ha detto: “Ciò è facile per me: già una volta ti ho creato quando non esistevi””. (8)

Rispose: “È così. Il tuo Signore ha detto: “Ciò è facile per Me… Faremo di lui un segno per le genti e una misericordia da parte Nostra. È cosa stabilita””.” (21)

Dice l’uomo: “Quando sarò morto, chi mi riporterà alla vita?”. Non si ricorda l’uomo che fummo Noi a crearlo quando ancora non era nulla?” (66-67)

 

Maryam, incinta, prosegue nel suo allontanarsi sempre di più dal mondo circostante, che non avrebbe potuto capire la sua situazione. E il Corano dipinge con parole efficaci la situazione di ogni donna colta dai dolori del parto, sopraffatta dal dolore, e qui ancora attraverso l’esperienza di donna, il Corano ci mostra come l’obbedienza a Dio non sia in un atteggiamento stoico, immune da ogni dolore umano: Maryam si lamenta perché soffre ed in questo è nella sua verità di donna partoriente, e ancora una volta è Dio la soccorre:

Lo concepì e, in quello stato, si ritirò in un luogo lontano. I dolori del parto la condussero presso il tronco di una palma. Diceva: “Me disgraziata! Fossi morta prima di ciò e fossi già del tutto dimenticata!”. Fu chiamata da sotto: “Non ti affliggere, ché certo il tuo Signore ha posto un ruscello ai tuoi piedi; scuoti il tronco della palma: lascerà cadere su di te datteri freschi e maturi. Mangia, bevi e rinfrancati. Se poi incontrerai qualcuno, di’: “Ho fatto un voto al Compassionevole e oggi non parlerò a nessuno””.

 

Da notare qui la somiglianza col segno dato a Zaccaria, egli non può parlare alla gente, a Maryam viene chiesto di non parlare… Ella la perfetta obbediente non viene privata dell’uso della parola, basta il comando dell’Altissimo… Il silenzio davanti alle accuse della famiglia, in questa ‘teologia apofatica’ che emerge da tutta l’esperienza di Maryam, cela il mistero del farsi della volontà di Dio, come la solitudine è apparsa l’ambito più adeguato alla sua accoglienza.

Tornò dai suoi portando [il bambino]. Dissero: “O Maria, hai commesso un abominio! O sorella di Aronne, tuo padre non era un empio, né tua madre una libertina”. Maria indicò loro [il bambino]. Dissero: “Come potremmo parlare con un infante nella culla?” (27-29)

Ancora qui la difesa di Maryam non è affidata alla forza virile, ma ad un bambino, la cui capacità viene solo da Dio.

[Ma Gesù] disse: “In verità, sono un servo di Allah. Mi ha dato la Scrittura e ha fatto di me un profeta. Mi ha benedetto ovunque sia e mi ha imposto l’orazione e la decima finché avrò vita, e la bontà verso colei che mi ha generato. Non mi ha fatto né violento, né miserabile. Pace su di me, il giorno in cui sono nato, il giorno in cui morrò e il Giorno in cui sarò resuscitato a nuova vita”. Questo è Gesù, figlio di Maria, parola di verità della quale essi dubitano. Non si addice ad Allah prendersi un figlio. Gloria a Lui! Quando decide qualcosa dice: “Sii!” ed essa è.”

 

Il figlio e profeta che nasce dal grembo di Maryam, si chiama Gesù:

Quando gli angeli dissero: “O Maria, Allah ti annuncia la lieta novella di una Parola da Lui proveniente*: il suo nome è il Messia, Gesù figlio di Maria, eminente in questo mondo e nell’Altro, uno dei più vicini.” ( III, 45)

Messia”: in arabo “Masîh”, l’Unto, uno dei nomi tradizionali di Gesù, ha il senso di “purificato”, “investito” di una particolare autorità spirituale. “Gesù è la versione italiana del nome aramaico Yešu’ (traduzione aramaica del nome ebraico יהושע [pronuncia: Yĕhošūa‘]- Giosuè), attraverso il greco dei vangeli Ιησους (Iēsoûs) e il latino Iesus. Significa “YHWH è salvezza”; «YHWH» è il tetragramma biblico la cui esatta pronuncia è discussa, solitamente è reso con Yahweh o con Yehowah…Il nome è derivato dalla radice di tre lettere yod-shin-`ayin (י-ש-ע) che ha il significato di “salvare”, ma il nome non è identico alla parola “salvezza” (y’shùah) o ad alcuna forma verbale come “egli salverà” (yoshià). Essa contiene parte del nome di Dio YHWH come il nome Yehoshuà (Joshua).

 

La storia di Maryam e Gesù sono il segno che Dio è salvezza, e niente è così chiaro come la trasparenza di questa donna, che non possiede potere umano, non è a capo di un popolo, solo è una “serva di Dio”. E in questa perfetta servitù Dio manifesta la Sua salvezza, che è Vita, che sboccia là dove Egli decide, che sfugge alla morte, perché Egli vuole.

Dio attraverso la storia di Maryam confonde le logiche umane: ciò che è debole si dimostra forte, la castità genera fecondità, un neonato difende una madre, e colui che sembra essere ucciso viene elevato al cielo, mentre i presunti forti saranno perduti:

Di’: “Che il Compassionevole prolunghi [la vita] di coloro che sono sviati, finché non vedranno il castigo e l’Ora che li minaccia. Sapranno allora chi si trova nella peggiore situazione e [chi ha] la compagine più debole”. (v.75)

 

La sura poi si conclude con una chiara specificazione dello statuto di Gesù, presso Dio, non è il figlio di Dio, ma una sua creatura, ‘abd, nella perfetta servitù sta la sua grandezza come quella di ogni essere umano:

Dicono: “Allah Si è preso un figlio”. Avete detto qualcosa di mostruoso. Manca poco che si spacchino i cieli, si apra la terra e cadano a pezzi le montagne, perché attribuiscono un figlio al Compassionevole. Non si addice al Compassionevole, prenderSi un figlio. Tutte le creature dei cieli e della terra si presentano come servi al Compassionevole.” (88-94)

 

L’essere donna nell’esperienza di Maryam si mostra quindi nascondimento, castità, radicale obbedienza a Dio, ma anche forza femminile di affrontare un destino così particolare, la solitudine prima e poi il dolore e le incomprensioni dei propri familiari… Proprio nel suo essere donna risplende chiaro, più che mai, il Volto di Dio Creatore e Misericordioso, e qui troviamo il segreto per accedere al Suo amore, come cantano i versetti verso la fine della sura XIX: “ In verità il Compassionevole concederà il Suo Amore a coloro che credono e compiono il bene.” (v.96)

E’ una storia d’amore quella di Mariam, Dio stesso la sceglia, la purifica, la nutre, con quella esclusività che è propria di ogni amore, con quella universalità che solo esso possiede al di là dei tempi e dei luoghi. “Profezia della natura creata” potremo definire l’esperienza di Mariam, in cui la legge si fa piccola per dare posto ad un obbedienza essenziale, quella dell’essere in ascolto del Suo Creatore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1Al Ash’arî, ibnu Hazm, Al Qurtubî, Sh. Qaradawi, a favore della tesi da noi sostenuta, Maryam nabiyya.

2Concetto utilizzato da Pierre Lory nel suo eccellente studio in “Marie, mère de Jésus dans l’exégèse mystique musulmane, Maggio 2005 ; Freud-Lacan.com.

3 Michel Dousse, Marie la musulmane, Albin Michel, 2005, ;p. 207 (Le due citazioni sono prese dal libro di Asma Lamrabet, Il Corano e le donne, ed. Al Hikma, Imperia, in pubblicazione.

4Asma Lamrabet, Il Corano e le donne, ed. Al Hikma, Imperia, in pubblicazione.

5idem

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  1. mashallah…

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