Linguaggio di « pancia » e razzismo
dic 23rd, 2009 | Di Patrizia Khadija Dal Monte | Categoria: Islam
Verranno gioia, felicità, lacrime, dolore e molteplici dubbi sul senso della vita, dei segni, delle assenze e la morte. Se cominciamo a guardarci intorno, osservare le persone e le società, studiare le filosofie e le religioni, comprendiamo che la nostra solitudine è condivisa. La nostra solitudine è plurale, la nostra unicità somiglianza. Ciò nonostante i percorsi sono molteplici e le strade infinite, dai tempi più antichi fino ad oggi, nelle nostre città, le nostre strade, nel nostro quartiere: l’umanità si distingue per la sua diversità e le sue differenze. Non c’è scelta, in ultima analisi.
Questa disposizione intellettuale è sufficiente per accedere ad una accettazione della realtà e della sua diversità? Ci basta questa osservazione e coscienza di come la nostra ricerca e le nostre speranze siano le stesse, la necessità di comporre le nostre differenze, per potere effettivamente riconoscere le nostre somiglianze e gestire positivamente le differenze?
Seduto ad una scrivania, in un caffè o al momento dei pasti, nelle nostre aule, camere, sale da pranzo o sale da conferenze e convention … “tutto questo è possibile”, dirlo e ripeterlo, con convinzione e con la saggezza della nostra mente e della nostra umanità. La grandezza d’animo degli esseri umani, quando è teorica, o quando la loro vita quotidiana o le loro ricchezze non li espongano che molto marginalmente alla differenza degli altri, è importante certo, ma non dice nulla circa la vita reale e non risolve per niente le sfide della diversità.
Sviluppare belle e grandi filosofie della tolleranza e del pluralismo quando i nostri stili di vita ci imprigionano nel mondo chiuso di amici che sono come noi, è una petizione di generosità molto virtuale. Buone intenzioni. Ciò equivale ad apparire intellettualmente antirazzista, mentre nella quotidianità non incontriamo affatto, o molto poco, neri, arabi o asiatici (o bianchi o altri, quando si sia nero, arabo o asiatico). Essere contro l’antisemitismo e l’islamofobia vivendo, volontariamente o involontariamente, ad una rispettabile distanza da ebrei e musulmani, è una disposizione di spirito onorevole certo, ma in fondo non rivela nulla delle reali disposizioni personali dell’essere umano che teorizza così. Il ghetto ha le sue caratteristiche e le sue conseguenze: che sia fisico, sociale, intellettuale o mentale, alimenta sempre nei suoi membri proiezioni più immaginarie che reali su se stessi o sul mondo circostante. Nei ghetti della mente e delle teorie idealistiche, ci sono molti intolleranti e razzisti incoscienti di ciò. Questo è certo.
Osservare l’orizzonte, comprendere, con coscienza e intelligenza, la diversità necessaria degli esseri umani, delle strade e dei cammini è solo l’inizio della sfida. Ciò non basta, non sarà mai sufficiente. Fronteggiare e gestire la diversità richiede di uscire dalle belle idee teoriche e idealiste ed immergersi nella vita reale, liberarsi dal ghetto della nobile e sicura intelligenza per penetrare nell’universo delle emozioni brute, tenaci, a volte folli e pericolose, passare dall’ordine controllato dello spirito alle tensioni e al disordine caotico del cuore e delle viscere … “della pancia” per usare il linguaggio popolare, ben più espressivo.
Vivere e incontrare l’altro, con le sue differenze di pelle, abiti, credenze, costumi, abitudini, di psicologia e di logica intellettuale ci rimanda a noi stessi, ai nostri orizzonti interiori, alla nostra intimità. Il nostro spirito non è padrone di tutto: le nostre certezze e le abitudini possono essere facilmente disciplinate, ma le nostre emozioni reagiscono e anch’esse si esprimono. Lontano da saloni e sale conferenze, possono facilmente prendere possesso di noi. L’altro, tutti “gli altri”e tutte le loro differenze visibili e /o supposte, sono rivelatrici sia delle dimensioni luminose sia di quelle oscure della nostra umanità.
Se “altri” ci appaiono convinti e tranquilli, quando noi non siamo sicuri delle nostre verità, se ci sembra disturbino il nostro spazio vitale per la loro visibilità o destabilizzino le nostre abitudini con la loro presenza, se ci pare che ci rubino il poco lavoro che rimane, se la loro ricchezza ci ricorda le nostre difficoltà, cioè la nostra povertà … allora risvegliano in noi delle emozioni che sono nell’uomo ciò che l’istinto di sopravvivenza è per gli animali.
La reazione è difficilmente controllabile: tutti i bei discorsi vanno a farsi friggere, eccoci restituiti alla nostra umanità bruta e ci si deve confrontare con emozioni, disposizioni del cuore e con le “viscere” che colonizzano le nostre menti con la paura, il sospetto, il rifiuto e il pregiudizio.
Il razzismo puramente intellettuale è minoritario, spesso marginale. Ciò che alimenta il rifiuto dell’altro – consapevolmente o meno – è sempre un composto fatto di dubbio, di paura, di insicurezza, di abitudini disturbate, mescolato a rapporti di ricchezza, di numero e di forze reali o immaginarie: i problemi quotidiani, l’immigrazione, la disoccupazione, la povertà, la sensazione di essere espropriati, invasi, ecc. Siamo davvero nel cuore dell’umanità e della vita: si può certo disprezzare e condannare i dogmatici e i razzisti negli spazi ovattati dei nostri saloni e sale di riunioni, ma è certo ingiusto non dare la giusta rilevanza a timori e dubbi – spesso istintivi – che nelle situazioni concrete generano i peggiori rifiuti dell’altro. Questo non per giustificare o minimizzare il razzismo, l’intolleranza e la xenofobia, ma per capire da dove nascono, come prendono corpo e, infine, come possono essere alimentati e sfruttati.
La forza dei discorsi populistici di rifiuto attiene proprio alla capacità di svegliare e raggiungere le emozioni profonde, le paure, le viscere, dando loro motivazioni e spiegazioni semplificate. I discorsi teorici idealistici debbono riconciliarsi con la vita e non disprezzare nulla delle dimensioni reali dell’essere umano.
venerdì 18 dicembre 2009, di Tariq Ramadan
Traduzione di Patrizia Khadija Dal Monte



Un articolo letto al momento giusto!Mi stavo sbalando tra l’umano animalesco o l’anima!Tutto vero,e un scontro con il nostro Io,il nostro ego che oltrepassa l’anima.
Questo,secondo me e vero jihad,perche è una guerra difficile(visto che siamo nemici di noi stessi) e che non finisce mai
Do you represent the freelance writer ? Your stuff close to this topic seems to be very good.
Thanks, but is the translation of a written Ramadan
Resurrezione per il tutto.
comprese gli alberi e i pesci; i fiori e le api, che stanno morendo, rinasca la biodiversità, è indispensabile per il celo; il cielo salda la terra e il mare, potrà farlo ancora se saranno sane. Il cielo è l’anima x i credenti e lo spirito x chi non lo é.
Forse resurrezione, é bella quando ci capitano come un incanto, come cose prima di ricordarle, e dal fatto che ci entrano nella mente, gli si aggiunge il ricordo come un sogno, in questo significato, gli auguri.
Sei una persona viva, lo dimostrano le tante contraddizioni che forse non ti sei accorta ancora nella vita e la tua bella immagine è nel panorama che non è ancora che già ti è entrata negli occhi. Resurrezione per il tutto.