I sentieri della femminilità
nov 9th, 2009 | Di Patrizia Khadija Dal Monte | Categoria: Donne
Se si chiede ad una donna occidentale o comunque vissuta in questa cultura quale sia la differenza tra uomo e donna probabilmente trova molta difficoltà a formularla, come viceversa le risulta facile parlare dell’uguaglianza tra i due sessi. Questo evidenzia una cifra di questa cultura, tesa ad abolire le differenze tra gli esseri umani, ma molto debole nell’esplicitarne le specificità, tanto da tradurle spesso in termini di discriminazione, anche là dove essa non c’è. Questo substrato culturale rende arduo capire alcune norme dell’islam, che invece riconoscono, come gran parte delle culture tradizionali, diversi ruoli e aspetti dell’essere donna e dell’essere uomo. Voglio chiarire subito come il discorso sull’eguaglianza tra uomo e donna non sia per questo inutile: esso traduce una profonda verità anche per noi musulmani e musulmane, l’uguaglianza è la base su cui si innesta ogni differenza, ed è testimoniata da diversi versetti del Corano e della Tradizione, uno per tutti quello che parla della creazione dell’essere umano: c’è una nafs primordiale che contiene il femminile e il maschile…
“Egli è Colui che vi ha creati da una sola nafs…” (VII,189)
Unica origine di tutto il genere umano, che fonda il concetto di uguaglianza tra gli uomini e tra il femminile e il maschile, le loro diversità sono successive e complementari. “…l’Imam ‘Abdû riporta due versioni molto simili su questa nafs wâhida. La prima afferma che questa entità primordiale inglobi i due sessi, maschio e femmina e si evolva, in un secondo tempo, per dar luogo ai due congiunti e poi da loro a tutti gli uomini e tutte le donne… Pare dunque che Dio abbia creato l’uomo e la donna in modo simultaneo da una sola sostanza e questi due esseri umani, costituiscano perciò i componenti sessuati di un’unica, identica realtà.” Questa tesi corrisponde pienamente alla nozione di dualismo della creazione, enunciata a diverse riprese dal Corano: “Di ogni cosa noi abbiamo creato uno zawj, una coppia.” ( LI,49) 1
Un secondo motivo per cui il discorso sull’uguaglianza tra uomo e donna ha una notevole importanza è perché storicamente essa è stata negata spesso, in tutte le culture, fomentando un sentimento di superiorità assoluta dell’uomo e una squalificazione dell’essere femminile, arrivando ad elaborare norme ingiuste, che hanno penalizzato e penalizzano fortemente l’altra metà del cielo. Poiché la rivelazione islamica giunge a noi, oggi, accompagnata da un bagaglio culturale ed esegetico che riflette il mondo e la comprensione di persone e luoghi lontani, ci spetta lo sforzo, come musulmani e musulmane, di una corretta interpretazione delle fonti della nostra religione. Il Corano è parola purissima di Dio, la Sunna è testimonianza dell’esempio imprescindibile del Profeta (*), ma essere credenti significa sacralizzare anche l’epoca e la cultura in cui è germinata la rivelazione? Coscienti della grandezza di quel momento alcuni musulmani pensano che il ripetere letteralmente ogni gesto e costume sia garanzia di fedeltà a Dio e al Profeta (*), ma quando il contesto culturale cambia la ripetizione letterale non garantisce sempre la salvaguardia dello spirito insito in essi… E’ sbagliato però anche l’atteggiamento opposto, cioè quello che giudica il tempo della rivelazione come un tempo qualsiasi, da sorpassare agevolmente, da reinterpretare in toto, tutto sarebbe da leggere alla luce dell’oggi, che rappresenterebbe un di più di comprensione in ogni campo… Invece anche la conoscenza del tempo attuale è limitata e particolarmente debole proprio per quel che riguarda la scienza di Dio e della religione… mai come oggi il mondo è stato chiuso e cieco verso la Realtà divina. La razionalità inoltre non abbraccia mai tutti i significati di un evento, là dove è possibile è meglio lasciar perdurare i fatti stessi nella loro forma originale…
Ci sembra che la qualificazione migliore dell’epoca della rivelazione, lontano da posizioni estremiste in un senso o nell’altro sia quella di epoca privilegiata, benedetta, non va sacralizzata ma va assunta in tutta la sua specialità. Da qui la sua funzione esemplare e di correttivo critico verso ogni realizzazione successiva, ma anche la possibilità di adattarsi ad ogni tempo, evitando ogni cristallizzazione, dando risposte vere ai problemi dei credenti. Coscienti di essere anche noi condizionati dal tempo presente ci volgiamo quindi verso le fonti della rivelazione in un atteggiamento di ascolto, senza nessuna pretesa di superiorità culturale. Un esempio di come la nostra pre-comprensione occidentale ostacoli a volte il cogliere nel giusto senso gli insegnamenti riguardanti l’essere femminile è quello che riguarda l’indicazione di eccellenza per esso di assumere la strada dell’obbedienza e della docilità verso lo sposo, come ad esempio in questo versetto molto conosciuto:
“(…) Le donne ( virtuose) sono le devote (obbedienti), che proteggono nel segreto quello che Allah ha preservato (…)” (IV,34)
Sayyid Qutb scrive a questo proposito: “L’obbedienza alla quale si fa allusione qui è quella che proviene dalla volontà, dal benvolere e dall’amore e non quella che è dettata dalla forza e dalla costrizione. E’ per questo che il Corano ha detto “obbedienti” (qânitât) e non sottomesse (tâiat), perché questo è il termine adatto ad esprimere la tranquillità, la tenerezza, la protezione e l’amore che uniscono le due metà di una sola anima….”
In un altro hadith riportato da Nissai che cita Abû Hurayra, il Profeta (*) disse le parole seguenti a qualcuno che lo interrogò su come fosse la migliore delle donne: “La sposa migliore è quella che si rallegra del suo sposo quando la guarda, gli obbedisce quando le chiede qualche cosa e non fa della sua persona o dei suoi beni qualcosa che egli aborrisce.”
Nella cultura occidentale attuale l’obbedienza e la docilità sono virtù poco apprezzate, la figura di donna che viene esaltata è quella indipendente, in carriera e che occupa posti di comando, che gestisce il suo corpo senza troppe remore, una figura di donna mascolinizzata, ancora una volta la società promuove in fondo un immagine maschile, a cui le donne si debbono uniformare. Questo atteggiamento di obbedienza verso lo sposo a cui è invitata la donna nel versetto ci suona più che mai anacronistico, correlato, peggio ancora, nella prima parte di esso all’affermazione di un’autorità maschile nella famiglia. Dio, l’Altissimo dice nel Corano:
“Gli uomini sono preposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre, e perché spendono ( per esse) i loro beni (…)” ( IV,34 )
Cerchiamo di spiegare il versetto. Prima di tutto il verbo usato, etimologicamente qâwma (da qiwâma) vuol dire occuparsi di qualche cosa, prendersene cura, la funzione di responsabilità data all’uomo non significa dittatura o costrizioni e deve essere basata sulla concertazione, come tanti altri versetti mettono in evidenza:
“Coloro che rispondono al loro Signore, assolvono all’orazione,si consultano vicendevolmente su quel che li concerne e sono generosi di ciò che Noi abbiamo concesso loro.” (XLII,38)
Così in un caso particolare come l’allattamento il Corano ci mostra che qâwma non significa prendere da soli le decisioni che riguardano la vita della famiglia:
“(…) E se, dopo che si siano consultati, entrambi sono d’accordo per svezzarlo, non ci sarà colpa alcuna (…).” ( II,233)
“(…) E accordatevi tra di voi convenientemente (…)” (LXV,6)
Ancora il versetto ci indica come il qâwma, oltre ad essere equilibrato dalla consultazione necessaria con la sposa, si poggi su due realtà: una è qualcosa che Dio ha dato all’essere maschile, ed in questo senso permane al di là delle evoluzioni culturali, l’altro invece è soggetto alla situazione e cioè il fatto che l’uomo mantenga economicamente la moglie. Il legame tra potere economico e autorità ci è evidente in tanti campi dell’esperienza, anche il femminismo occidentale, con la sua affermazione della parità femminile si è sviluppato in concomitanza con l’industrializzazione: solo con la possibilità di sovvenire alle proprie necessità economiche da sole, le donne hanno potuto avanzare le loro richieste di uguaglianza. Di conseguenza è logico che una donna che lavori, sia più indipendente e senta meno la qâwma maschile, trovandosi questa a reggersi solo su un fondamento (naturale ma non culturale)… E tuttavia c’è qualcosa in questa affermazione di qâwma dell’essere maschile che è irriducibile alle situazioni contingenti, che possono favorire più o meno il suo affermarsi, essa è una disposizione che, nella famiglia, è più legata all’essere maschile, come l’obbedienza, la capacità di accoglienza, di servire, è più legata a quello femminile. Se la natura creata contiene gli indizi del Creatore, essa è per noi la prima fonte di conoscenza. Guardare ad esempio al corpo alle sue dinamiche basilari, fa comprendere molte cose sull’essere umano e sui rapporti tra i sessi, sfuggendo almeno in parte ai condizionamenti culturali. Il corpo della donna prima ancora che i suoi caratteri psicologici è predisposto all’accoglienza dell’altro, al “portare in sè”, alla cura, al servizio… Queste caratteristiche femminili poi, non significano affatto inferiorità del suo essere. Non esistono nella tradizione islamica affermazioni di superiorità ontologica dell’uomo sulla donna, i due appaiono come abbiamo ricordato due parti di un’unica realtà, esistono però è vero interpretazioni, anche nelle riflessioni dei sapienti che hanno trasformato il qawma in un assoluto e la qânitât (obbedienza per amore), in una espropriazione dei diritti della donna, umiliazione e costrizione. Ma il vero qawma, non rende le donne come bambine da guidare ciecamente, è invece una indicazione di responsabilizzazione del maschio verso la famiglia, essendo questi più portato a trascurare… Così la vera obbedienza non umilia e sopratutto non de-responsabilizza le donne, esse sono responsabili a pieno titolo della famiglia e sono tenute oltre che a formulare il loro parere, a vegliare sulla giustezza delle decisioni ultime prese dal marito, fallibile come ogni essere umano e alla lotta quindi per la verità e la giustizia. Come per ogni musulmano, l’obbedienza assoluta è dovuta solo a Dio, agli uomini in ciò che è bene. (Mâ‘rûf è un concetto di carattere generale. Esso corrisponde a ciò che comunemente è chiamato bene comune, il quale fonda tutti i valori etici e ingloba in sé tutto ciò che è conforme alla morale e alla giustizia). Il Profeta disse anche: “Non esiste obbedienza dovuta per le cose che suscitano il biasimo di Dio. Il principio dell’obbedienza è valido solo per le cose convenevoli.”
Queste caratteristiche di umiltà più legate all’essere femminile sono molto significative, quando realizzate rettamente incarnano quella che è la condizione di ogni essere umano davanti a Dio: ‘abd, servi di Dio. Possiamo dire dunque che tale realizzazione femminile è quella che più si avvicina alla verità dell’essere umano, mentre l’autorità, che potrebbe sembrarci più elevata, è provvisoria e limitata e delegata, infatti il potere assoluto appartiene solo a Dio. A conclusione di questa riflessione sulla bellezza di certi aspetti dell’essere femminile di difficile comprensione in questa società, a cui potremmo aggiungere, la modestia, il celarsi, la castità, ecc. , vorrei citare la figura di donna di cui il Corano parla più diffusamente: Mariam. Ella è ayat, dice il Corano e su di lei vogliamo riflettere per ritrovare i sentieri di una femminilità completa, lontano dalle menomazioni culturali del passato e del presente. Wa Allahu a’lam.
1Asma Lamrabet, Il Corano e le donne, ed. Al Hikma, Imperia, in pubblicazione



Buongiorno,
ma è convinta di quello che scrive? Perché non indica in modestia e castità qualità apprezzabili anche nell’essere maschile? E perché una donna dovrebbe celarsi (= a nascondersi), cosa ha fatto per non meritare la libertà di mostrare le parti del proprio corpo che ritiene opportune come è concesso all’uomo?
Non è con queste affermazioni che si migliora l’idea generalizzata della condizione femminile nell’islam!!!
Salam, certo che sono qualità che anche i maschi debbono ricercare, anche gli uomini sono tenuti alla modestia e alla castità, il mio discorso cerca solo di cogliere alcune caratteristiche femminili, che oggi sono dimenticate e ritenute, come fa lei, inutili o addirittura discriminatorie. Nel testo è scritto chiaramente che ciò non annulla l’importanza di una lotta per l’uguaglianza, è ben spiegato, se una poi vuole capire…
Buongiorno,
intanto grazie per avermi risposto, preciso che se “non volessi capire” come afferma Lei non avrei iniziato una discussione e mi sarei limitata a discriminare come fa la maggioranza.
Trovo restrittive e sessiste le caratteristiche femminili da Lei indicate, donne e uomini hanno le stesse capacità e adattabilità, l’unica differenza è che le donne hanno la loro forza nel cuore e gli uomini nei muscoli (spero che capisca cosa intendo), e il fatto che “Gli uomini sono preposti alle donne, a causa della preferenza che Allah concede agli uni rispetto alle altre, e perché spendono ( per esse) i loro beni (…)” ( IV,34 )” è un concetto discriminante, perché Allah dovrebbe dare la preferenza agli uomini? Il resto è obsoleto, in Europa la maggior parte delle donne si mantiene da sola.
Ci sono tante cose della religione islamica che non capisco come: il divieto alle donne di presenziare ai funerali, che siano ritenute impure durante il ciclo e dopo il parto; ho provato a chiedere a mio marito spiegazione, ma mi ha risposto che la religione dice cosi, e a me non basta, se mi indica dove mi posso rivolgere per approfondimenti, abito in Liguria, provincia di Imperia, grazie.
Buongiorno a te, come già ti ho detto, siccome mi chiedi parere su molte cose diverse, ti scriverò personalmente. Per quanto riguarda l’articolo, hai una pre-comprensione che ti impedisce di cogliere ciò che voglio dire: ancora una volta, ciò che dico è solo una parte del discorso sull’essere donna, molte altre volte ho scritto sull’esigenza di riscoprire l’uguaglianza tra uomo e donna… Anche qui vi ho accennato. Il versetto che citi riceve all’interno della teologia islamica attuale una diversa traduzione (sopratutto dalla teologia femminile), viene messo in evidenza come il verbo qwama, qui tradotto con essere preposti, abbia un significato di “aver cura” “essere responsabili”, non certo di superiorità nell’essere. Questa nel Corano non è mai affermata, uno per tutto il versetto che dice “O uomini, vi abbiamo creato da un maschio e una femmina e abbiamo fatto di voi popoli e tribù, affinché vi conosceste a vicenda. Presso Allah, il più nobile di voi è colui che più Lo teme.” Ti consiglio di leggere il libro intitolato Aisha, in vendita nella Libreriaislamica.it, e i libri di Tariq Ramadan che hanno un linguaggio più consono al nostro, c’è anche la storia della mia vita… (Storia di una veneta musulmana). Leggi, informati, spesso le spiegazioni che ci vengono da musulmani di origine araba o asiatica non ci sono sufficienti, abbiamo bisogno di motivazioni espresse diversamente. La casa editrice Al-Hikma è poi di Imperia, potresti anche andarci di persona. A presto, Patrizia Khadija
Salve, non conoscevo questo sito e lo trovo molto interessante.
Non voglio lasciare nessun commento all’articolo che trovo molto interessante e chiarificatore su molti punti e lo stamperò per rileggerlo con calma insieme agli altri.
Vorrei invece chiedere un consiglio se è possibile.
Sto preparando la mia tesi in geografia culturale e l’argomento da me scelto è “La situazione della donna islamica in Germania” come si trova…come si è integrata…ecc ecc sono alla ricerca di testi inediti in lingua tedesca e sto avedno molte difficoltà nel reperirli….trattano solo delle donne turche…cosa che io vorrei evitare anche perchè la docente me lo ha espressamente chiesto…..io desidero trattare il problema a 360° soprattutto dopo l’11 settembre….i cambiamenti avvenuti….ho letto “occidentalismo” di Buruma e Margalit e i romanzi di Hosseini….vorrei sapere di più sulle donne in toto e nello specifico in Germania visto che mi lauro in Lingue spacialista di tedesco.
Grazie
Spero di non essere stata inopportuna con le mie richieste.
Scusate
Se ho ben capito la visione della donna nell’islam moderato si avvicina al pensiero neo-platonico del nostro rinascimento Italiano in cui veniva enfatizzata la “donna angelo”, cioè la Beatrice di Dante Alighieri e di altri artisti anche pittori del “dolce stil novo”; se ho capito bene insomma questo concetto la trova una interessante riflessione da porsi per non cadere nelle maglie di un femminismo ottuso e mercificante della donna e del suo corpo: anche l’apostolo Paolo nelle prime comutià cristiane scriveva: “voi donne siate soggette ai mariti”….e altro ancora riguardo ai ruoli maschio/femmina e sulla coppia
Se qualcuno ha occasione di leggere le lettere di San Paolo apostolo ai Corinzi o ai Romani lo faccia, senza voler accusare la Chiesa di revanscismo. Tante sono le cose che ci accomunano nel dialogo islamico/cristiano, libri sacri alla mano, grazie per l’attenzione!
P.S. – da quando la donna è stata costretta dal sistema capitalistico a lasciare la casa e la famiglia, assistiamo ora alle tragiche conseguenze: vecchi abbandonati, ragazzi fuorviati con problemi, famiglie sfasciate, coppie divorziate, mancanza di valori ecc.ecc.
salam aleikom…non voglio fare una critica ma l’articolo e un po complicato da capire…io voglio dire chi ha fiducia in Allah Subhanu wa Taala crede che ogni cosa che ha detto e per il nostro bene,anche se noi non siamo capaci di capire.Io credo che le limitazioni e le ristrizioni per le donne sono solo per prottegerli.Credo che ci una grande differenza tra uomo e donna perche ognuno ha un ruolo diverso in questa vita l’uomo e il capo della familia e questo comporta molte responsabilita oltre a mantenerla, deve dare un buon esempio come musulmano,deve fare in modo che la ua familia stia bene questo non significa comandare,lui deve consultarsi con la sua moglie deve sempre ascoltarla,chiederla se ha bisogno di qc,parlarle del islam e vanno in guerra quando ce bisogno.
La donna (moglie ) invece ha la responsabilita di educare i figli,di mantenere la casa e prima di tutto essere una buona musulmana una brava moglie e una brava mamma.Puo lavorare se vuole e usare i soldi come vuole (halal)….
vorrei chiedere a aisha se e musulmana dalla nascita o no…poi cerchero di aiutarla inshaallah
Salam aleicum, scusa per il ritardo Aisha. Noi italiani abbiamo difficoltà a capire delle norme che sono lontane dal modo di pensare della nostra cultura e tuttavia studiando e cercando possiamo accorgerci di come hanno un senso. Nel mio articolo ti ripeto ho voluto sottolineare alcune caratteristiche proprie dell’essere femminile, ciò non significa che ci sia una diversità assoluta tra uomo e donna. Certo che le donne sono in grado di fare molte cose che gli uomini fanno e lo hanno dimostrato. Io ritengo di avere una posizione equilibrata, moltissime cose sono in comune agli esseri umani e alcune caratteristiche attengono di più ad un sesso che ad un altro. Se guardiamo al corpo, al di là delle sovrapposizioni ideologiche vediamo ciò: la maggior parte è uguale, alcune parti sono differenti… Il versetto da te citato non significa superiorità assoluta dell’uomo, non esiste ciò nella religione islamica, è riferito solamente alla famiglia, il versetto invita gli uomini ad assumersene la responsabilità e a prendersene cura in tutti i sensi anche economicamente e se è vero che spesso la situazione in Occidente è diversa, grazie al fatto che le donne possono mantenersi da sole, io credo che il versetto abbia un suo senso anche oggi, permette alla donna che lo desideri, di occuparsi in pace della famiglia, senza essere costretta a partecipare al suo mantenimento. Questa è la base, poi uomini e donne possono concordare soluzioni diverse a seconda della necessità e di ciò che dà equilibrio alla famiglia. Che gli uomini debbano poi essere chiamati alla responsabilità della famiglia è cosa saggia, perché essi spesso rifuggono da ciò… lo vediamo anche oggi, mentre le donne hanno maggiormente il senso della famiglia e della responsabilità dei figli.
Nell’epoca pre-islamica ( e anche in altre civiltà) le donne arabe avevano l’abitudine di accompagnare la salma del defunto con grida, singhiozzi e pianti di supplica, arrivando talvolta a strapparsi i vestiti e a ferirsi il viso. Alcune di loro erano pagate per questo e altre lo facevano per fare un piacere ad un’amica che abbisognasse di un aiuto per piangere il suo morto. Interdire questa usanza aiutava ad imparare a soffrire in silenzio, a piangere restando dignitosi. Preparava inoltre ad accettare l’idea della morte, accettare la volontà divina conservando la speranza di ritrovarsi in un aldilà certamente migliore per i pazienti.
Lamentarsi significa gemere a voce alta e piangere con alto tono: questo è proibito dal Messaggero di Âllâh (*) sia a uomini che a donne. Ahmad narra da Anas, che disse: “ Il Messaggero di Âllâh (*) fece promettere alle donne di non lamentarsi ad alta voce. Poi gli chiesero: “Oh Messaggero di Âllâh, alcune donne ci hanno aiutato a piangere sui defunti nel periodo pre-islamico. Adesso che siamo musulmane per ricambiare, dobbiamo aiutarle a lamentarsi?” Egli (*) rispose: “Non c’è niente di simile nell’islam.”
La maggior parte dei sapienti, anche in base ad hadith considerano la partecipazione al corteo funebre delle donne come sconsigliata (makrûh), ma secondo Mâlik, non è makrûh per una donna lasciare la casa, per andare ad un funerale. Secondo il suo parere, una giovane donna afflitta per la morte di un caro, può accompagnare il corteo, accertandosi di coprirsi e che la sua presenza non provochi tentazioni. Ibn Hazm afferma che l’argomento approvato dalla maggioranza degli ‘Ulemâ’ non sia buono, e che è permesso alle donne accompagnare i cortei funebri. Egli disse: “ Non siamo contrari che una donna partecipi ai funerali. Tra le tradizioni contrarie riportate non ci sono hadîth autentici, sono mursal o majhûl1 o non possano essere presentati come prova.” Egli cita poi l’ hadîth di Umm ‘Atiya, affermando: “ Anche se l’ hadîth è buono non prova la proibizione, ma mostra che è makrûh. Infatti questa riserva è motivata se consideriamo l’ hadîth raccontato da Šu‘ba, da Wâkî‘, che l’ha riportato da Hišâm ibn ‘Urwa, il quale a sua volta l’aveva sentito da Wahab ibn Kaysan, che l’aveva udito da Muhammad ibn ‘Amar‘Ata, che l’aveva riportato da Abû Hurayra, e cioè che: “ Una volta il Messaggero di Âllâh (*) stava seguendo un funerale.’ Umar vide una donna e la sgridò. Il Messaggero di Âllâh (*) disse: “Oh ‘Umar, lasciala. In verità i suoi occhi versano lacrime, l’anima sente forti dolori e l’ora promessa è vicina.” Questo è un hadîth buono riportato da Ibn ‘Abbâs, egli non lo considera atto makrûh.
Il significato di fondo è quindi che nell’islam, si deve dar prova della propria fede anche in queste condizioni estreme per il cuore umano, è permesso piangere, ma non fare delle scene apocalittiche, la cosa migliore è pronunciare la formula del ritorno a Dio: innâ lillahi wa innâ ilahì râjirun (in verità da Dio veniamo e a Lui ritorniamo).
Per quanto riguarda l’impurità, bisogna prima di tutto comprendere il concetto di impurità, che non significa fa schifo, o sporco. Tutti i musulmani ad esempio si lavano prima della preghiera per purificarsi… Ciò perché il corpo è ben legato all’anima nella concezione islamica. C’è nell’islam una via di equilibrio tra le prescrizioni giudaiche (nelle quali la separazione dalla donna mestruata era totale), e l’eccesso contrario dei Cristiani, i quali viceversa avevano rapporti completi anche con le donne mestruate. In tal modo, si potrebbe dire, vengono accettati e sintetizzati due principi in contraddizione solo apparente, dato che se la donna mestruata è veramente in una condizione di impedimento rituale (sia nel senso che non dovrà accedere ai riti, sia in quello che non potrà avere rapporti completi con il proprio marito), pure la sua natura non è di per sé ‘immonda’, così che il marito potrà continuare ad averla vicino in qualsiasi momento della vita di tutti i giorni, ed anche della vita affettiva, fatta eccezione per la penetrazione (che interesserebbe proprio la parte temporaneamente impura).
Dice Aisha:“Quando avevo le mestruazioni il Profeta mi ordinava di indossare l’izâr, e poi mi abbracciava.”
Si tramanda da Maymûna: “Ogni volta che il Profeta voleva abbracciare una delle sue donne quando era mestruata, le ingiungeva di indossare l’izâr.”
Il termine mubâshara indica etimologicamente (da bashara, ‘pelle’) il ‘contatto di pelle’, e dunque, nel caso di specie, il contatto reciproco tra la pelle dell’uomo e quella della sua donna nel momento in cui è mestruata, e tutto ciò che ne può conseguire come baci, carezze, abbracci, toccamenti ecc., con esclusione della sola penetrazione vaginale secondo alcuni (essendo quella anale comunque interdetta). Ci sono tante cose da dire, spero un giorno di vederti così possiamo parlare meglio di questo ed altro, Dio ti dia pace e ti guidi. Patrizia Khadija