Zakat: elemosina o responsabilità?

set 9th, 2009 | Di | Categoria: Articoli Tariq Ramadan, Corano

Un giorno, i poveri domanderanno…

di Tariq Ramadan

Circa la zakât, terzo pilastro dell’islam, c’è prima di tutto un problema di comprensione e quindi di definizione. La maggior parte delle volte la zakât viene presentata come un’ «elemosina » che avrebbe come specificità di essere una prescrizione (intesa nel senso di un obbligo) nella pratica della musulmana e del musulmano. Per avvicinare queste due dimensioni, un po’ contraddittorie fra loro (l’elemosina è ordinariamente un dono libero), si è tradotto il concetto con delle formule che tentano di comprendere le due idee : « elemosina legale », « elemosina prescritta », ecc. (a volte i traduttori preferiscono, perfino, non tradurre la parola).

Queste definizioni non sono soddisfacenti perché non permettono di comprendere i diversi aspetti della zakât : siccome essa è obbligatoria per la coscienza di ogni musulmano praticante, la zakât è una tassa (o un’imposta) da prelevare (secondo un calcolo preciso) sui propri beni. La natura di questa tassa è di essere « sociale » perché essa è destinata in primo luogo ai poveri e ai bisognosi della società (o ad opere caritative e/o pubbliche). Infine, ha una dimensione spirituale essenziale, poiché purifica i beni degli esseri umani, come questi purificano il cuore pregando, e il corpo quando digiunano. La zakât ingloba queste tre dimensioni che possiamo ben tradurre con la formula : tassa sociale purificatrice. Questa traduzione non è banale, in quanto tenta di dire una delle dimensioni fondamentali dell’insegnamento islamico: la natura profondamente spirituale della coscienza sociale degli individui. E’ un primo insegnamento essenziale e le nostre definizioni o traduzioni approssimative ci fanno a volte perdere il senso di questo pilastro maggiore dell’islam. Però non è tutto, ci sono altri insegnamenti fondamentali da meditare riguardo all’applicazione concreta del prelevamento e della distribuzione della zakât, oggi, nei paesi a maggioranza musulmana e in Occidente.

La priorità della prossimità

Quando il Profeta dell’islam (PBSL) inviò un emissario ad una tribù che aveva accettato l’islam, gli chiese di informarli circa gli obblighi della pratica religiosa, spiegando i cinque pilastri dell’islam. Parlando della zakât, gli disse di insegnare loro che essa doveva essere prelevata sul denaro dei ricchi e distribuita ai « loro poveri » (‘alâ fuqarâ’ihim). Gli ulâma’ attraverso le diverse scuole ed epoche successive hanno, da questo, sempre insistito sulla necessità di distribuire la zakât prima localmente, per i poveri e i bisognosi del posto, della località o della società nella quale essa è stata prelevata. Solo quando i bisogni locali sono stati soddisfatti, si può spendere la zakât all’estero, salvo quando vi sia una situazione eccezionale, come una catastrofe naturale, una guerra, etc.

Non soltanto la zakât plasma la coscienza sociale del musulmano, ma anche la orienta verso l’ ambiente circostante, affinché edifichi questa stessa coscienza affrontando le difficoltà e disfunzioni della propria società, dei suoi poveri, delle persone rifiutate. La zakât, a differenza dell’elemosina libera (sadaqa), è destinata prima di tutto ai musulmani e la fedeltà al suo insegnamento ci impone di osservare ciò che succede intorno a noi, nella nostra comunità spirituale più vicina. Questa priorità della prossimità è fondamentale : essa obbliga a conoscere la propria società e farsi carico dello stato dei musulmani nel proprio quartiere, nella propria città, nel proprio Paese.

Ora, oggi noi siamo ben lontani da tutto ciò. Nella maggior parte delle società occidentali, negli Stati Uniti, in Inghilterra come in Francia, incontriamo donne e uomini che donano la zakât ad opere caritative del Terzo Mondo, o del loro Paese d’origine. Si preoccupano poco di quelle e quelli che vivono vicino a loro e sono persuasi di essere nel giusto, pensando che coloro che sono là, sono più poveri di quelli che sono qui. L’errore consiste nel dimenticare che i poveri di qui hanno dei diritti (haqun ma’lûm) sui ricchi di qui. Niente impedisce a quest’ultimi di inviare dei doni liberi (sadaqât) ai poveri del mondo intero o nei loro Paesi d’origine, ma essi hanno un obbligo stabilito verso i bisognosi del loro Paese, al quale non possono sfuggire : ancora una volta è davanti a Dio il diritto dei loro poveri. Non si può non essere tristi e a volte disgustati, nell’osservare come i musulmani si preoccupino poco delle realtà locali: ossessionati dai problemi internazionali e dalla situazione dei «musulmani di là », non si accorgono del déficit di educazione, della disoccupazione, della marginalizzazione sociale, della droga, della violenza, delle prigioni, nella propria società. La coscienza, di per sé positiva, della sofferenza dei «loro fratelli» altrove, ha avuto come conseguenza, molto negativa, di renderli passivi, negligenti e incoscienti della situazione dei « loro fratelli » di qua. Questo è un dramma, uno sbaglio e, in fondo, un tradimento dell’insegnamento fondamentale della zakât. Le associazioni islamiche hanno una grande parte di responsabilità in questa deriva, talmente esse stentano a proporre un programma e delle priorità di distribuzione della zakât a livello locale, nelle città e nelle regioni. Una buona comprensione di questa dimensione della zakât dovrebbe modellare la coscienza spirituale e civica dell’individuo, facendogli comprendere che lei/lui deve impegnarsi nel proprio ambiente, capirlo e trovare i modi più giusti, più coerenti di distribuire questa tassa sociale purificatrice nella propria società, in Inghilterra, in Francia, in Canada, negli Stati Uniti e in qualunque altro Paese.

Verso l’autonomia

Il terzo insegnamento della zakât non è meno importante. Il principio non è di mantenere il beneficiario di questa tassa in uno stato di dipendenza, facendone un assistito a vita della comunità spirituale in particolare e della società in generale. Si tratta invece di accompagnare i poveri in un processo di acquisizione dell’autonomia: dall’ VIII secolo dei sapienti come Sufyân ath-Thawrî parlano del fatto che si tratta di permettere ai beneficiari della zakât di pervenire a una situazione finanziaria in cui possano a loro volta pagare la zakât (cioè arrivare al nissab – il minimo richiesto – in materia di grano). Distribuire la zakât dunque, si deve fare con la preoccupazione di permettere a delle donne e a degli uomini di raggiungere un’autonomia finanziaria, non si tratta di « aiutarli» mantenendoli in uno stato perpetuo di assistenza.

E questo è proprio ciò che malauguratamente vediamo un po’dappertutto nelle comunità musulmane. Si distribuisce, si dona, ma senza tenere in nessun conto il processo di acquisizione di un’autonomia finanziaria dei beneficiari. La distribuzione è occasionale, caotica e non risponde ad alcuna filosofia dell’azione sociale. Qui ancora, la carenza di conoscenza, di creatività (riguardo a dei nuovi modi di utilizzare la zakât), e in fondo la pigrizia, ha la meglio, se si guarda alla pratica: l’insegnamento della zakât è tradito!

Una distribuzione coerente, ragionata e giusta della zakât imporrebbe, per esempio, di conoscere la situazione specifica degli individui, la legislazione del Paese in campo sociale, i sistemi assistenziali del Paese e ciò che i poveri, le donne abbandonate e sole, i disoccupati potrebbero essere in grado di ottenere. La distribuzione della zakât deve far parte di una strategia globale, che tiene conto di tutti i mezzi che una società offre per passare dall’assistenza all’autonomia. Sarebbe necessario riunire degli ulamâ’ e degli specialisti (in legislazioni e istituzioni nazionali), dei responsabili in campo sociale e donne e uomini impegnati sul campo, per avere una visione più globale e chiara delle strategie da adottare in funzione dei differenti contesti sociali. E’ solo, tenendo conto di tutto ciò che la società offre in campo politico come tasse e sostegno sociale, che la distribuzione della zakât assume tutto il suo senso : in questo modo la zakat potrebbe fungere da sostegno in un progetto volto a far acquisire un’autonomia finanziaria. Per alcuni individui, essa può costituire un appoggio puntuale in una situazione transitoria; o come una parte, o il tutto di un capitale destinato a lanciare un progetto economico locale ; o ancora come un dono, subordinato alla realizzazione di una determinata attività, ecc. Le opzioni sono molteplici, ma esigono una buona conoscenza dell’islam (riguardo le possibili utilizzazioni della zakât) delle legislazioni e delle realtà sociali locali e nazionali. Tutte queste opzioni richiedono, di fatto, una specializzazione e della creatività. Oggi, non vediamo niente di tutto questo e la zakât, nello spirito della maggior parte dei musulmani, è diventata una semplice elemosina per assistenza e non uno strumento efficace a servizio di una filosofia dell’azione sociale. Non solo ciò è una grave distorsione del suo significato, ma spesso gli usi attuali sono anche controproducenti.

Una riflessione circa il terzo pilastro dell’islam ci mostra quanto noi siamo spesso lontani dalle esigenze di una pratica profonda e intelligente. Rispettiamo le forme… e sempre meno lo spirito di fondo. Ciò che è sicuro è che un giorno, in una Vita al di là di questa vita, i nostri vicini, i nostri poveri, i nostri emarginati, i nostri disoccupati, le nostre donne abbandonate e sole, i nostri drogati, i nostri delinquenti porranno all’Unico, l’unica domanda che conta : in nome di quale fede siamo stati così pieni di emozioni passive per gli oppressi del pianeta e così vuoti di intelligenza e di attenzioni rispettose e attive per essi, che vivevano al nostro fianco e che noi non abbiamo visto ? E’ in effetti questa l’unica questione che conta quando ci ricordiamo che il Profeta dell’islam (PBSL) non cessava di domandare a Colui che è Vicinissimo di donargli la “ricchezza del cuore » e « l’amore per i poveri ». Si deve cominciare da là: re-imparare ad amare, re-imparare ad amare i demuniti. Allora ciascuno capirà che questo amore e il giusto trattamento che i poveri meritano sono molto esigenti e per niente facili… quando questi vivono alla soglia delle nostre porte. Questo amore e questo rispetto non sono forse il jihâd permanente del cuore, dello spirito e dell’anima del musulmano contemporaneo ?

Traduzione di Patrizia Khadija Dal Monte

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  1. Assalamualeikum fratelli,
    sento molto il disinteresse per questa nazione e per il sociale dei cittadini di questa nazione… della maggiorparte dei musulmani che mi stanno intorno che sono “arabi”… mai una volta li ho sentiti attivamente ne’ partecipi ne’ costruttivi verso la nostra societa’ di musulmani , ma solo interessati alle loro nazioni di origine come se la loro vita qua fosse solo una breve parentesi e nulla valesse la pena di fare, dire, imparare ,crescere. Senza voler considerare che invece i loro figli non torneranno mai piu’ oltre mare e diventeranno adulti in questo paese. Come sempre sono daccordo con Tariq Ramadan , e credo che si dovrebbe tradurre la prima parte di questo articolo in arabo e distribuirlo nelle varie Moschee , ma la distribuzione va fatta da un arabo perche’ parole come queste dette da una italiana, perlopiu’ donna non sono ascoltate purtroppo . Pace e benedizione a tutti

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