Ramadan, zakat e donne
set 11th, 2009 | Di Patrizia Khadija Dal Monte | Categoria: Donnedi Patrizia Khadija Dal Monte
Si racconta negli hadith come il Profeta, pace e benedizione su di lui, fosse una persona estremamente generosa, tanto da privarsi a volte anche del necessario… Ibn Abbas ha riportato che il Profeta (pbsl): “Appena ebbe ricevuto settanta mila Dirham, li distribuì tutti e non privò nessun mendicante” E ancora egli (pbsl) disse:“Chi ha un debito in sospeso e dei figli, venga pure da me; io sarò il loro protettore, pagherò il debito e aiuterò i suoi bambini”
Era generoso anche verso chi chiedeva in malo modo:
Un giorno un rozzo beduino gli strattonò bruscamente la tunica dal collo lasciandogli delle tracce, e poi disse scortesemente: “O Muhammad! Dammi dal denaro di Allah che possiedi! Non è tuo né di tuo padre!” Il Profeta si rivolse a lui sorridendo e ordinò di dargli dei soldi.”
Generosità che si rafforzava ancora di più nel mese di Ramadan:
“Si tramanda da Ibn ‘Abbas: “L’Inviato di Dio (su di lui la preghiera e la pace divine) era il più generoso degli uomini; ed era più generoso che mai durante il mese di Ramadân, quando Gabriele lo andava a trovare e gli insegnava il Corano recitandolo assieme a lui (kâna…yudârisu-hu l-qur’ân), cosa che succedeva ogni notte di Ramadan. Allora l’Inviato di Dio era più generoso del vento inviato [dal Signore].”
“In questo hadith, la generosità (al-giûd) del Profeta (su di lui la preghiera e la pace divine) viene messa in relazione con l’ispirazione angelica, che aveva luogo specialmente nel mese di Ramadan. In effetti, secondo Al-’Asqalânî, l’insegnamento angelico del Corano portava ad “un rinnovamento del Patto, e ad un aumento della ricchezza dell’anima. E la ricchezza è la causa prima della generosità”. Si deve notare come una virtù ‘morale’ viene vista come intimamente legata ad un aspetto propriamente ’spirituale’; e del resto nel seguente hadith profetico, riportato da sempre da Al-’Asqalânî, la generosità è una qualità propriamente divina: “Invero Dio è Generoso (giawwâd), e ama la generosità”. “Era il più generoso degli uomini”, come viene riportato da innumerevoli tradizioni. In un altro hadith riportato ancora da Al-’Asqalânî, l’Inviato di Dio dice: “Io sono il più generoso dei figli di Adamo; dopo di me, il più generoso tra loro è un uomo che apprende una conoscenza e la diffonde; e ancora, un uomo che dona se stesso sulla via di Dio”. 1
A Ramadan dunque il donare è particolarmente importante: Anas riporta che fu chiesto al Messaggero di Allah: “Qual è la migliore delle elemosine? Il Profeta rispose: è quella che si fa durante il mese di Ramadan “(riferito da At-Tirmidhi).
Il forte legame tra digiuno di Ramadan e il dare ai poveri è evidente a cominciare dalla stessa espiazione prevista per chi non è in grado di sopportare il digiuno:
“Digiunate per un determinato numero di giorni, chi però è malato o in viaggio digiuni in seguito per altrettanti giorni. Ma per coloro che a stento possono sopportarlo c’è una espiazione, il nutrimento di un povero, e se qualcuno da’ di più è meglio per lui. Ma meglio è per voi digiunare, se lo sapeste…” ( Corano II, ; 182-185)
- al cibo offerto a chi non ha abbastanza alla rottura del digiuno e alla zakat al Fitr, come se l’avvicinarsi a Dio per forza culmini in un ritrovato senso di giustizia e solidarietà con i bisognosi.
Ibn `Umar ha riportato che il Profeta rese la zakat al-fitr obbligatoria per ogni schiavo, uomo libero, maschio, femmina, giovane e vecchio tra i Musulmani; anche un saa` di datteri secchi”. (Riportato da Bukhari) Ibn Abbâs commentò ciò dicendo: Il Profeta ha reso obbligatoria la zakât al-fitr come mezzo per purificare coloro che hanno digiunato dalle azioni sbagliate e dai discorsi negativi (fatti durante il Ramadan) e per alimentare i poveri. Chiunque la dà prima della salat verrà accettata come zakât, mentre dopo la salât verrà accettata come sadaqa”. (Riportato da Abu Dawud)
A differenza della zakât annuale il cui ammontare è in relazione a ciò che si possiede, la zakât al-fitr è uguale per tutti, (minimo è un saa`(due manciate) di alimenti, grano o frutta secca per ogni membro della famiglia). Ciò testimonia il bisogno di ognuno di purificarsi e la necessità di dare agli altri, anche se si possiede poco… Nessuno può dire di non aver niente da dare, come insegna questo detto profetico: “La carità è un obbligo per ogni musulmano, e colui che non ne avesse i mezzi faccia una buona azione o eviti di commetterne una sbagliata. Questa sarà la sua carità”.
La zakât, tassa purificatrice obbligatoria, è l’espressione rituale e quindi misurata di una realtà molto più vasta che è il dovere di solidarietà verso gli altri i cui confini sono le possibilità di ciascuno, ed è espressione del diritto dei bisognosi di ricevere una parte dei beni della terra. Più che un atto di generosità personale, è atto di giustizia, i beni della terra appartengono a Dio e l’uomo è Khalifa, mai completamente padrone, sul loro uso dovrà rendere conto. La zakât purifica i beni e il cuore di chi la compie dall’egoismo e dall’attaccamento alla ricchezza, etimologicamente significa infatti “purificazione”. La condivisione è un dovere per la salvezza e non un optional: “…E siate generosi dei beni che vi abbiamo concesso, prima che sopravvenga la morte e qualcuno di voi dica:- O Signore! Concedimi una proroga ,anche brevissima affinché io possa dare in elemosina ed essere tra i virtuosi” ( Corano LXIII-10 )
Il tempo di Ramadan è particolarmente adatto al riconoscere il diritto dei bisognosi sui nostri beni poiché il digiuno è esperienza di cosa significhi aver bisogno, della povertà e dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani. “…E’ la volontà, da parte del musulmano, di prendere le distanze dal mondo per avvicinarsi al Creatore dei mondi. Questa dimensione spirituale è fondamentale, è l’espressione intima della verticalità. Ma la dimensione orizzontale si presenta come il complemento indispensabile poiché colui che digiuna entra in una sorta di comunione con i poveri della terra. Senza bere, senza mangiare, è incoraggiato a dare, a condividere ed a partecipare alla vita comunitaria. La privazione del corpo è la rivivificazione dell’energia spirituale.” (T. Ramadan)
Le donne sono state particolarmente invitate a dare dei loro beni, proprio in occasione della festa di fine Ramadan (comunque in una delle due feste), in un hadith che all’esterno viene spesso strumentalizzato per mostrare il maschilismo dei musulmani e ancor peggio, all’interno della comunità islamica è stato talvolta usato per affermare l’inferiorità dell’essere femminile… Cerchiamo di leggerlo nella giusta luce. Si tramanda da Abû Sa‘îd Al-Khudriyy: “Il giorno del[la Festa del] Sacrificio, o forse [il giorno della Festa per] la Rottura del digiuno, l’Inviato di Dio (su di lui la preghiera e la pace divine) uscì per recarsi al luogo per la preghiera. Passò vicino a delle donne, e disse: ‘Donne, fate delle elargizioni, perché mi è stato mostrato che costituite la maggior parte degli abitanti dell’inferno.’ Esse domandarono: ‘Per quale motivo, oh Inviato di Dio?’ ‘Perché maledite spesso, e negate gratitudine allo sposo. Tra gli esseri che sono sminuiti nella ragione e nella Religione, non ho mai visto nessuno che più di voi faccia perdere l’intelletto ad un uomo accorto e risoluto.’ Chiesero: ‘In cosa siamo sminuite nella ragione e nella Religione, oh Inviato di Dio?’ Egli disse: ‘Non è forse vero che la testimonianza di una donna è come metà di quella di un uomo?’ ‘Certo.’ ‘Questo è dovuto al suo esser sminuita nella ragione. E non è forse vero che quando è mestruata non prega e non digiuna?’ ‘Certamente,’ risposero. ‘Questo è dovuto al suo esser sminuita nella Religione.’ ”
“Uscì per recarsi al luogo per la preghiera”: la particolare preghiera del giorno della Festa (che si tratti dell’‘îdu l-adhâ, la Festa del Sacrificio, o dell’‘îdu l-fitr, la Festa per la rottura del digiuno) si svolge di norma all’aperto. “Donne, fate delle elargizioni”: secondo quanto riporta Al-Qastalânî, mentre il Profeta andava verso il luogo in cui si doveva svolgere la preghiera, “prese ad ammonire la gente e ad ordinare loro di elargire dei loro beni, dicendo: ‘Gente, elargite!’ ” Dunque solo in un secondo momento si sarebbe rivolto in particolare ad un gruppo di donne, che stavano anch’esse recandosi al luogo prescelto per la preghiera. Dal hadith si trae l’indicazione di come l’elargizione volontaria (sadaqa), quella cioè che viene compiuta in misura eccedente all’elargizione prescritta dalla Legge sacra (zakât), costituisce un’efficace espiazione per i peccati compiuti nei confronti di altre persone, come nel caso di specie le ‘maledizioni’ espresse dalle donne, il loro ‘negare gratitudine ai mariti’, o il fatto di ‘far perdere loro l’intelletto’: questo secondo il principio, attestato in un noto hadith profetico, secondo il quale “le buone azioni fanno scomparire quelle cattive”. L’ordine profetico relativo alla sadaqa è comunque da intendere anche in relazione alla Festa (intendendo sia l’‘îdu l-adhâ che l’‘îdu l-fitr), essendo in essa consigliato il massimo sforzo di generosità nei confronti dei poveri; a tale proposito, come osservano i commentatori, il hadith mostra chiaramente come sia lecito e nobile per l’Imam chiedere ai credenti di elargire per i poveri, e intervenire intercedendo per questi ultimi…” (Idris Lodovico Zamboni, Sahîh Al-Bukhârî)
Questo rivolgere l’invito di elargire fatto sia ad uomini che a donne, già ci mostra come il bisogno di espiare i peccati non sia solo femminile… Importante poi per la comprensione di questo hadith tener conto del genere letterario a cui appartiene, e cioè quello dell’ammonizione, in cui uno può usare parole particolarmente forti per scuotere colui che deve ricevere l’insegnamento, (tra gli esseri che sono sminuiti (nâqisât) nella ragione e nella Religione” ecc.,) come sottolinea opportunamente Ibn Battâl: egli vede in essa un’indicazione riguardante il fatto che è lecito “per il sapiente rivolgersi a coloro che stanno apprendendo la conoscenza con parole in cui vi sia come una sferzata per loro, e in cui si metta finanche in dubbio la pienezza della loro capacità ragionativa”, e questo con il fine ‘pedagogico’ di spronarli nella loro ricerca. E comunque, “colui che rivolge l’allocuzione e il monito potrà sferzare in senso generico l’insieme di quanti lo ascoltano, ma non dovrà assolutamente rivolgersi in particolare ad uno di loro in tal modo. Anzi, con i singoli dovrà essere tenero e gentile.”
In esso poi, più che la debolezza femminile, ne viene mostrata la forza: le donne malgrado preghino di meno e in un caso siano indicate dalla rivelazione coranica come testimoni meno capaci, hanno abbastanza forza da far perdere la testa a uomini creduti forti, questi alla fine risultano più deboli di loro: “non ho mai visto nessuno che più di voi faccia perdere l’intelletto (lubb) ad un uomo accorto e risoluto (hâzim)”
“da rilevare dunque come secondo la lettera del hadith il monito rivolto implicitamente agli uomini sia ben più grave di quello rivolto (esplicitamente) alle donne, dato che è ben più grave perdere l’intelletto che non essere semplicemente diminuiti nella ‘ragione’! Comunque, come nel caso della ‘diminuzione nella ragione e nella Religione’ che caratterizza le donne, anche nel caso dell’uomo che ‘perde l’intelletto’ per la moglie il peccato non consiste di per sé in tale condizione (che dipende in definitiva dalla natura dell’uomo, come la ‘diminuzione’ citata dipende dalla natura della donna), ma nelle azioni inopportune o peccaminose che eventualmente tale condizione porta a compiere, e rispetto alle quali anche la donna che provoca un tale stato è associata nella colpa, come ricorda Al-‘Asqalânî.” 2
Quindi le donne, proprio perché se la loro natura è più debole per certi aspetti è più forte di quella dell’uomo in altri, sono altrettanto responsabili dei loro atti: quelli che sono giudicati peccati futili in realtà non lo sono, da qui la necessità di fare elemosina per purificarsi da essi ed evitare la condanna finale.
Riguardo alla testimonianza propongo qui una riflessione di Asma Lamrabet che mi sembra chiarisca bene la questione: “Sostenere che nell’islam la testimonianza di due donne equivalga a quella di un solo uomo, sulla base di un unico versetto, è oltre che riduttivo anche completamente sbagliato. In effetti, il versetto in questione dice questo : « O voi che credete, quando contraete un debito con scadenza precisa, mettetelo per iscritto; che uno scriba tra di voi lo metta per iscritto, secondo giustizia… Chiamate a testimoni – istachhidou – due dei vostri uomini o in mancanza di due uomini, un uomo e due donne, tra coloro di cui accettate la testimonianza, in maniera che, se una sbagliasse l’altra possa rammentarle…» (II, 282)Prima di tutto possiamo sottolineare che il versetto in questione non parla di testimonianza « shahada » vera e propria ma di attestazione « ishhad ». C’è una differenza tra i due atti. La testimonianza è un atto che si svolge davanti ad un giudice, che solo, è abilitato a giudicare la sua veracità e la sua validità. Nell’islam, la testimonianza, secondo la procedura legale, è valutata al di fuori da ogni considerazione di genere, ciò di cui il giudice tiene conto è il valore intrinseco del testimone e la validità della sua deposizione, che sia uomo o donna. Il versetto in questione concerne, dunque un atto distinto dalla testimonianza, e cioè, l’attestazione stabilita tra due persone in caso di debito finanziario. La maggior parte dei sapienti è concorde sul fatto che questo versetto ha una finalità orientativa, con scopo istruttivo – irshad – e non ha un carattere legislativo. Si tratta di un insegnamento o di un consiglio, destinato ai creditori. Infatti, le transazioni economiche di questo tipo, appartengono al campo economico privato e il versetto incita il creditore a proteggersi con una attestazione, in buona e dovuta forma, per preservare i propri diritti. Per questo numerosi giuristi musulmani hanno affermato che tale versetto concerne un caso specifico e come tale non può essere usato come fonte di legislazione. In questo versetto si trova un altro esempio significativo del cammino progressivo innescato dal Corano per l’instaurazione di riforme in favore dell’ integrazione sociale femminile. In quell’epoca, come in molte altre società contemporanee, la gestione degli affari commerciali era in genere appannaggio degli uomini. Nonostante le donne fossero tenute lontane dagli affari, il Corano stabilì la loro partecipazione e la loro presenza in questo tipo di patti. Con questo esempio di transazione, il Corano ha permesso alla donna musulmana dell’epoca, una modesta intrusione certo, ma comunque un’ intrusione, nel mondo molto chiuso e molto al maschile degli affari commerciali. E’ vero che alcuni esegeti ne faranno una lettura molto misogena affermando che in questo versetto c’è l’affermazione della superiorità dell’uomo sulla donna. Ma altri sapienti come Ibn Taymya, comprendendo la finalità del versetto, affermarono senza esitazione che l’attestazione di una sola donna doveva essere accettata, se essa era esperta e abituata a questo genere di transizioni. Lo scopo della visione coranica era, oltre che ad implicare la donna nella gestione economica privata, quella di assicurare la protezione degli aventi diritto. E’ ciò che senza alcun dubbio aveva capito Omar Ibn al – Khattab nominando, durante il suo Califfato, una donna chiamata Asshifaa bint Abdellah, come Muhtassib, che oggi corrisponde alla funzione di controllore finanziario. Infatti, Asshifa, fu incaricata di controllare le transazioni finanziarie e di vegliare sulla rettitudine dei costumi nei luoghi commerciali. E’ questo un esempio di applicazione delle direttive coraniche, che il califfo Omar Ibn al-Khattab non ha esitato ad attuare, qualche tempo dopo la morte del Profeta.Riguardo alla testimonianza propriamente detta, il Corano non fa alcuna differenza tra quella di una donna e quella di un uomo. Lo sheikh Muhammed Shaltut, fa riferimento al versetto che evoca l’anatema in caso di adulterio, in cui la testimonianza della donna è assolutamente uguale a quella dell’uomo… Infine è importante ricordare come la base giuridica dell’islam sancisca che la donna e l’uomo siano uguali nella trasmissione degli hadith… E non c’è dubbio che la trasmissione degli hadith attenga al campo della testimonianza. Allora come è possibile affermare che la testimonianza della donna sia accettata riguardo i detti e i fatti del Profeta e rifiutata quando si tratta di altre persone ?”3
L’ingratitudine verso lo sposo che qui è accompagnata dal maledire spesso, è sottolineata come peccato frequente nelle donne anche in un hadith simile, riportato dal Bukhârî nel libro della fede, è interessante esaminarlo perché in esso si chiarisce come il Kufr, la miscredenza sia un termine che è in stretta relazione con l’ingratitudine e ci sia analogia tra l’ingratitudine manifestata verso gli esseri umani (qui le donne verso i mariti, ma non è l’unico caso)4 e quella verso Dio, come esplicitato un altro hadith “Chi non ringrazia gli uomini non ringrazia Dio”.
Si tramanda da Ibn ‛Abbâs che il Profeta disse: “Mi è stato fatto vedere l’inferno, ed ecco: le donne ne erano la maggior parte. Esse negavano, da ingrate.” Gli chiesero: “Rinnegavano Dio?” “Negavano gratitudine allo sposo, come negavano la [sua] benevolenza. Se anche tu facessi in continuazione del bene ad una di esse, e poi quella vedesse [venire] da te una singola cosa [che non fosse di suo gradimento], direbbe : ‛Non ho mai visto [venire] da te nulla di buono!’ ”
“La radice k-f-r ha come primo significato quello di ‘coprire’; in seconda battuta, essa indica il ‘negare il bene’, o ‘la fede’, o anche l’essere ‘ingrati’. Così, il ‘negatore’ o l”infedele’ è detto kâfir in quanto ‘copre’ e occulta la verità dell’Unità divina. Nel capitolo in questione, Al-Bukhârî intende il kufr (’miscredenza’, ‘ingratitudine’, ‘negazione del bene’, a seconda dell’ambito a cui tale termine si riferisce) come l’esatto contrario dell’îmân (la ‘fede’): così come la fede si identifica agli atti rituali dei quali s’è parlato nei capitoli precedenti, così il kufr coincide in un certo senso con i vari tipi di disobbedienza. E tuttavia, mentre il ‘negar la fede’ esclude di per sé dalla comunità islamica, altre forme di kufr non hanno lo stesso effetto, e rappresentano come dei riflessi della ‘miscredenza’ in ambiti più limitati…”Gli chiesero: ‘Rinnegavano Dio?’ “: il verbo kafara (da cui la terza plurale femminile yakfurna) è motivo di una iniziale incomprensione delle parole dell’Inviato di Dio, dato che i suoi compagni non capivano di quale kufr si trattasse…”5
Anche i credenti quindi commettono kufr e non è solo il negare Dio che conduce all’inferno, ma anche il comportamento verso gli esseri umani, infatti qui le donne appaiono condannate non in relazione alla fede, ma alla mancanza di amore verso il compagno…6 Ciò naturalmente costituisce una realtà su cui meditare e anche un esempio estendibile a tutte le situazioni umane in cui si dovrebbe dare amore, come verso i genitori, i poveri, le mogli stesse… Infatti se gli hadith che abbiamo esaminato mettono in evidenza il dovere delle mogli verso i mariti, altri come quello che riportiamo sotto, ricordano come la stessa cosa valga anche per gli uomini. Da notare, come questo hadith sia molto meno citato…
«I migliori uomini della mia comunità sono i migliori con le loro spose e le migliori donne della mia comunità sono le migliori verso i loro sposi. Ogni donna di queste ultime avrà come ricompensa quotidiana l’equivalente di mille martiri morti sulla Via di Dio. Mentre ogni uomo che sarà buono con sua moglie avrà l’equivalente quotidiano di cento martiri caduti sulla via di Dio.»Al che ‘Umar Ibn-Al Khattab gli chiese: «Perchè la donna ha il compenso di mille martiri mentre l’uomo soltanto cento?» «Forse ignori che la donna ha maggior ricompensa presso Dio e più qualità che l’uomo?! Iddio eleverà l’uomo al Paradiso ad un livello che dipenderà dalla soddisfazione della sua sposa e in relazione ai suoi du’ha per lui», concluse il Profeta.”
Esaminando questi hadith abbiamo vista sottolineata l’importanza della relazione con gli altri per il credente, per la sua salvezza. Che l’approssimarsi della festa trovi dunque i credenti e le credenti generosi e solidali tra di loro, più saldi nella fede e nell’assunzione del “dovere-piacere” di amare chi è vicino e anche chi è lontano… Specie dei poveri, che un giorno testimonieranno di noi… Allah ci perdoni e ci sostenga.
1Idris Lodovico Zamboni, Sahîh Al-Bukhârî, ed. Orientamento Reggio Emilia, 2008
2 Idris Lodovico Zamboni, op. cit.
3Asma Lamrabet, Il Corano e le donne, ed. Al-Hikma Imperia, in pubblicazione
4 Ogni essere umano tende all’ingratitudine…“E vi ha dato [parte] di tutto quel che Gli avete chiesto: se voleste contare i doni di Allah, non potreste enumerarli. In verità, l’uomo è ingiusto, ingrato.” (XIV,34)
5Idris Lodovico Zamboni, op.cit.
6Si tramanda da Anas che il Profeta (su di lui la preghiera e la pace divine) disse: “Chi avrà detto ‘Non v’è divinità all’infuori di Dio’ (lâ ilâha illâ Allah) avendo nel cuore il peso d’un chicco d’orzo di bene, uscirà dal fuoco [infernale]. Chi avrà detto ‘Non v’è divinità all’infuori di Dio’ avendo nel cuore il peso d’un chicco di frumento di bene, uscirà dal fuoco. E uscirà dal fuoco chi avrà detto ‘Non v’è divinità all’infuori di Dio’ avendo nel cuore il peso di una particella di pulviscolo di bene.” In un altro: “Disse l’Inviato di Allah (pace e benedizioni su di lui) che nel Giorno del Giudizio ogni uomo dovrà passare su di un ponte gettato sull’Inferno. La facilità e la rapidità di questo transito sull’abisso infernale dipenderà dal carico di peccati di ognuno: ci sarà chi passerà in un lampo, chi come un colpo di vento, chi come cavalcando un veloce destriero, chi camminando, chi ginocchioni. I peggiori saranno afferrati dagli angeli e saranno precipitati negli Inferi”.


