Ken Livingstone, intervista ad Hamas

set 25th, 2009 | Di | Categoria: Campagne in corso

Hamas è un movimento di liberazione nazionale

In esclusiva mondiale, Ken Livingstone* discute di religione, violenza e prospettive di pace con il leader di Hamas, Khaled Meshaal.

La chiave per la pace in Medio Oriente è il ripristino del diritto internazionale e il riconoscimento del diritto di vivere in pace e alla sicurezza dei palestinesi come degli ebrei israeliani. Come ha detto il presidente Obama, non c’è attualmente un processo di pace. Il Primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu, continua ad espandere gli insediamenti illegali in Cisgiordania e Gerusalemme Est, e mantiene un blocco quasi totale nella Striscia di Gaza. I palestinesi lanciano razzi inefficaci contro Israele, e Israele attacca regolarmente i territori palestinesi con armi moderne.

Nessun grande conflitto può essere risolto senza parlare con l’altro. E’ stato il caso del Sudafrica, dell’Irlanda e di innumerevoli altre situazioni in cui i protagonisti avevano dichiarato che non avrebbero parlato con gli avversari. Sono stato diffamato negli anni Ottanta per aver detto che per risolvere il conflitto irlandese si sarebbe dovuto parlare con Gerry Adams e Martin McGuinness.

In Medio Oriente la pace può essere raggiunta solo attraverso il dialogo tra i rappresentanti eletti dagli israeliani e dai palestinesi, e questo significa con Hamas, che ha vinto a larga maggioranza le ultime elezioni legislative palestinesi, e Fatah. Ciò non significa che sia d’accordo con le opinioni di Hamas, Fatah o del governo di Israele. Non lo sono affatto. Per esempio, penso che una serie di brani tratti dalla Carta fondativa di Hamas siano inaccettabili e debbano essere respinti. Molti osservatori ritengono che questa sia anche l’opinione di alcuni dentro Hamas.

Ma per molte persone, Hamas come organizzazione resta oscura. Ciò che sappiamo proviene da una stampa ostile; non ha un volto. I più credono che il suo leader sia una figura come Osama Bin Laden. Eppure, i sostenitori di al-Qaeda a Gaza sono così ostili verso Hamas, che gli hanno dichiarato guerra.

Per queste ragioni, mi è sembrato importante intervistare il leader de facto di Hamas, Khaled Meshaal, che vive in esilio in Siria. Non tutte le questioni sono chiare. Ma all’inizio di qualsiasi processo di pace ciò che più conta è l’impegno. Il dialogo è necessario per raggiungere la chiarezza e la comprensione reciproca. Lo Sinn Fein non ha risposto a tutte le richieste all’inizio, né lo fa Binyamin Netanyahu oggi. Le risposte di Meshal arrivano in un momento di tensione crescente e di rinnovate minacce di morte contro la sua persona, in aggiunta al costante pericolo di assassinio non solo da parte degli israeliani, ma anche da parte dei gruppi sostenitori di Al-Qaeda nella regione.

Mi auguro che questa intervista contribuisca a far avanzare il dialogo, che è necessario e che credo sia inevitabile. E’ semplicemente una questione di quanta sofferenza ci sarà, in entrambi i lati, prima di arrivarci.

Ken Livingstone: Può spiegare un po’ della sua infanzia e le esperienze che hanno plasmato lo sviluppo della persona che è oggi?

Khaled Meshal: Sono nato in Cisgiordania nel villaggio di Silwad, vicino a Ramallah, nel 1956. Durante l’infanzia ho imparato da mio padre, che ha partecipato alla rivoluzione contro il mandato britannico in Palestina negli anni Trenta, il modo di combattere, insieme ad altri palestinesi, con armi primitive contro le bande sioniste, ben equipaggiate e addestrate ad attaccare nel 1948 i villaggi palestinesi.

Ho vissuto a Silwad per 11 anni fino alla guerra del 1967, quando fui costretto insieme alla mia famiglia, come centinaia di migliaia di palestinesi, ad abbandonare le nostre case e a trasferirci in Giordania. Questa è stata un’esperienza sconvolgente che non dimenticherò mai.

KL: Che cosa è successo dopo la guerra?

KM: Poco dopo ho lasciato la Giordania per il Kuwait, dove mio padre già lavorava e viveva prima del 1967. Dopo aver completato la mia formazione primaria nel 1970, mi sono iscritto al prestigioso liceo al-Abdullah Salim. Negli anni Settanta, era un centro di intensa attività politica e ideologica.

Durante il mio secondo anno presso al-Salim, ho aderito alla Fratellanza musulmana (al-Ikhwan al-Muslimun). Dopo aver terminato il quarto anno, ho ottenuto con successo l’ammissione all’Università del Kuwait, dove ho studiato per conseguire una laurea in Fisica.

All’Università del Kuwait operava un attivo ramo dell’Unione Generale degli Studenti Palestinesi (GUPS), che era stata sotto il controllo assoluto del movimento Fatah. I miei compagni islamisti ed io decidemmo nel 1977 di aderire alla GUPS, che avevamo precedentemente evitato, e di contestare l’elezione della loro leadership. Tuttavia, lavorare all’interno della GUPS si rivelò impossibile. Fummo costantemente ostacolati, e ci rendemmo conto che agli islamisti non si sarebbe mai concessa una possibilità. Nel 1980, due anni dopo la laurea, i miei colleghi decisero di lasciare la GUPS e di formare una propria associazione palestinese nel campus.

Molti furono gli studenti delusi dalla leadership palestinese, che sembrava propensa ad accettare molto meno di quanto essi avevano sognato crescendo, cioè la completa liberazione della Palestina ed il ritorno dei profughi alle loro case.

KL: Qual è la situazione a Gaza, ora?

KM: Gaza è sotto assedio. I valichi sono chiusi la maggior parte del tempo e per mesi alle vittime della guerra israeliana è stato negato l’accesso ai materiali necessari per ricostruire le case distrutte. Scuole, ospedali e case in molte parti della Striscia di Gaza hanno bisogno di essere ricostruiti. Decine di migliaia di persone rimangono senza casa. L’inverno si avvicina e le condizioni di queste vittime possono solo peggiorare con il freddo e la pioggia. Un milione e mezzo di persone sono tenute in ostaggio dentro una delle prigioni più grandi della storia dell’umanità. Essi non possono circolare liberamente al di fuori della Striscia, sia per le cure mediche, per l’istruzione o per altre necessità. Quello che abbiamo a Gaza è un disastro ed un crimine contro l’umanità perpetrato dagli israeliani. La comunità internazionale, attraverso il suo silenzio e l’indifferenza, è complice di questo crimine.

KL: Perché pensa che Israele continui ad imporre l’assedio a Gaza?

KM: Gli israeliani sostengono che l’assedio c’è per motivi di sicurezza. L’intenzione reale è di fare pressione su Hamas punendo l’intera popolazione. Le sanzioni sono state messe in atto subito dopo che Hamas vinse le elezioni palestinesi del gennaio 2006. Anche se la sicurezza è una delle loro preoccupazioni, non è la motivazione primaria. L’obiettivo principale è quello di provocare un colpo di stato contro i risultati delle elezioni democratiche che hanno portato Hamas al potere. Gli israeliani ed i loro alleati cercano di imporre il fallimento di Hamas attraverso la persecuzione della popolazione. Questa manovra è orribile e immorale. Oggi l’assedio continua, nonostante che negli ultimi sei mesi abbiamo osservato un cessate il fuoco. L’anno scorso fu concordata una tregua da giugno fino a dicembre 2008. Tuttavia, l’assedio non venne mai revocato e le sanzioni rimangono in vigore. Il crollo di Hamas è l’obiettivo principale dell’assedio. Gli israeliani sperano che, aumentando la sofferenza dell’intera popolazione della Striscia, la popolazione di Gaza si rivolterà contro Hamas.

KL: Quanti sostenitori di Hamas e quanti rappresentanti eletti di Hamas sono nelle carceri israeliane? Sono tutti stati accusati e condannati per dei crimini?

KM: Su un totale di 12.000 prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, circa 4.000 sono membri di Hamas. Questi includono decine di ministri e parlamentari (i membri del Consiglio Legislativo Palestinese). Circa dieci di loro sono stati recentemente liberati, ma altri 40 membri del CLP rimangono detenuti. Alcuni sono stati condannati, ma molti sono mantenuti in quella che gli israeliani chiamano detenzione amministrativa. L’unico delitto di cui queste persone sono accusate è la loro associazione al gruppo parlamentare di Hamas. L’esercizio di un diritto democratico è considerato un delitto da parte di Israele.

Tutti questi palestinesi vengono portati davanti ad un sistema giuridico israeliano che non ha niente a che vedere con la giustizia. Il potere giudiziario israeliano è uno strumento dell’occupazione. In Israele ci sono due sistemi di giustizia: uno si applica agli israeliani ed un altro ai palestinesi. Questo è un regime di apartheid.

KL: Quale ruolo, se ve ne è alcuno, giocano gli altri stati ed istituzioni, come Stati Uniti, Unione Europea, Gran Bretagna, Egitto, o Autorità Palestinese, nel blocco di Gaza?

KM: Il blocco su Gaza non sarebbe stato possibile se non fosse stato per la complicità dei poteri regionali ed internazionali.

KL: Come crede che il blocco possa essere tolto?

KM: Perché il blocco sia tolto, le norme del diritto internazionale devono essere rispettate. I diritti umani fondamentali dei palestinesi ed il loro diritto a vivere con dignità e liberi dalla persecuzione dovrebbe essere riconosciuto. Ci deve essere una volontà internazionale di servire la giustizia e difendere i principi basilari delle norme internazionali sui diritti umani. La comunità internazionale dovrebbe liberarsi dai ceppi della pressione israeliana, dire la verità ed agire di conseguenza.

KL: Israele afferma che il bombardamento e l’invasione di Gaza dello scorso anno sono avvenuti in risposta alla reiterata rottura del cessate il fuoco da parte di Hamas ed al lancio di razzi contro il sud di Israele. È vero?

KM: Gli israeliani non dicono la verità. Abbiamo mantenuto un accordo di tregua con Israele dal 19 giugno al 19 dicembre 2008. Tuttavia, il blocco non venne tolto. L’accordo implicava un cessate il fuoco bilaterale, la fine dell’assedio e l’apertura dei valichi di confine. Noi abbiamo rispettato pienamente il cessate il fuoco, mentre Israele solo parzialmente, riprendendo, sul finire del periodo di tregua, le ostilità. Durante questo periodo, Israele ha mantenuto l’assedio e solo in modo intermittente ha aperto alcuni valichi, permettendo l’ingresso di non più del 10 percento del fabbisogno vitale per la popolazione di Gaza. Israele uccise la possibilità del rinnovo della tregua perché la violò deliberatamente e ripetutamente.

Io ho sempre informato i miei visitatori occidentali, compreso l’ex presidente degli Stati Uniti, Jimmy Carter, che quando ad Hamas sarà offerta una tregua che includa la fine del blocco e l’apertura dei valichi, allora Hamas adotterà un atteggiamento positivo. Fino ad ora, nessuno ci ha fatto alcuna offerta. Per quello che ci riguarda, il blocco implica una dichiarazione di guerra che giustifica la legittima difesa.

KL: Quali sono l’ideologia e gli obiettivi di Hamas?

KM: Il nostro popolo è stato vittima di un progetto coloniale chiamato Israele. Per anni, abbiamo subito diverse forme di repressione. Metà del nostro popolo è stato espropriato e gli viene rifiutato il diritto di tornare alle proprie case, e metà vive sotto un regime di occupazione che viola i suoi diritti umani più elementari. Hamas lotta per mettere fine all’occupazione e per la restaurazione dei diritti del nostro popolo, incluso il suo diritto a ritornare a casa.

KL: Quale è il suo punto di vista sulla causa del conflitto tra lo Stato di Israele ed i palestinesi?

KM: Il conflitto è il risultato dell’aggressione e dell’occupazione. La nostra lotta contro gli israeliani non è in quanto sono ebrei, ma perché hanno invaso la nostra patria e ci hanno espropriato. Non accettiamo il fatto che, poiché gli ebrei furono perseguitati in Europa, essi abbiano il diritto di prendere la nostra terra ed espellerci. Le ingiustizie subite dagli ebrei in Europa furono orribili e criminali, ma non vennero perpetrate dai palestinesi, dagli arabi o dai musulmani. Cosicché, perché dovremmo essere puniti per i peccati degli altri od obbligati a pagare per i loro crimini?

KL: Crede che Israele abbia intenzione di continuare ad ampliare i suoi confini?

KM: Ufficialmente Israele non ha dichiarato le sue frontiere. Quando Israele fu creato nella nostra patria 62 anni fa, i suoi fondatori sognavano un “Grande Israele” che si estendeva dal Nilo fino all’Eufrate. L’espansionismo si manifestò in differenti occasioni: nel 1956, nel 1967 e più tardi nell’occupazione di porzioni del Libano negli anni Ottanta. La debolezza araba, la superiorità militare israeliana, l’appoggio dato a Israele dalle potenze occidentali ed i massacri che era disposto a commettere contro civili disarmati in Palestina, Egitto e Libano, gli hanno permesso di ampliare di tanto in tanto le sue frontiere. Benché l’espansionismo ancora si annidi nella mente di molti israeliani, sembra che questa non sia oramai un’opzione praticabile. La resistenza libanese e quella palestinese hanno obbligato Israele a ritirarsi unilateralmente dai territori che aveva precedentemente occupato con la guerra e l’aggressione. Mentre in passato Israele fu capace di sconfiggere diversi eserciti arabi, oggi affronta una resistenza formidabile che non solo frena il suo espansionismo ma, col tempo, lo obbliga a cedere parte della terra occupata illegalmente.

KL: Quali sono i vostri obiettivi principali? Hamas è primariamente un’organizzazione politica o religiosa?

KM: Hamas è un movimento di liberazione nazionale. Noi non vediamo una contraddizione tra l’identità islamica e la nostra missione politica. Mentre impegniamo gli occupanti attraverso la resistenza e la lotta per conseguire i diritti del nostro popolo, siamo orgogliosi della nostra identità religiosa che deriva dall’islam. A differenza dell’esperienza degli europei col cristianesimo, l’islam non assegna, richiede o riconosce un’autorità ecclesiastica. Semplicemente fornisce un insieme di orientamenti generali la cui interpretazione dettagliata è soggetta al prodotto degli sforzi umani (ijtihad).

KL: Siete impegnati nella distruzione di Israele?

KM: Ciò che sta accadendo realmente è la distruzione del popolo palestinese da parte di Israele. E’ Israele che occupa la nostra terra e che ci esilia, ci uccide, ci imprigiona e ci perseguita. Noi siamo le vittime, Israele è l’oppressore, e non viceversa.

KL: Perché Hamas appoggia la forza militare in questo conflitto?

KM: La forza militare è un’opzione alla quale ricorre il nostro popolo perché niente altro funziona. La condotta di Israele e la complicità della comunità internazionale, sia mediante il silenzio, l’indifferenza o la confusione attuale, richiede la resistenza armata. Ci piacerebbe vedere questo conflitto risolversi pacificamente. Se l’occupazione giungesse al termine ed il nostro popolo potesse esercitare l’autodeterminazione nella sua patria, non ci sarebbe allora la necessità di utilizzare la forza. La realtà è che quasi 20 anni di negoziati di pace tra palestinesi ed israeliani non ci hanno restituito nessuno dei nostri diritti. Al contrario, siamo incorsi in maggiori sofferenze e perdite come risultato dei compromessi unilaterali fatti dalla parte mediatrice palestinese.

Da quando l’OLP entrò nell’accordo di pace di Oslo con Israele nel 1993, maggiori terre palestinesi in Cisgiordania sono state espropriate dagli israeliane, si sono costruiti più insediamenti ebrei illegali, si sono ampliati quelli esistenti o costruite strade per l’uso esclusivo degli israeliani che vivono in quegli insediamenti. Il muro dell’apartheid che gli israeliani erigono lungo la Cisgiordania si è appropriato di grandi estensioni di terra che si supponeva venisse restituita ai palestinesi secondo l’accordo di pace.

Il muro dell’apartheid e le centinaia di posti di controllo hanno trasformato la Cisgiordania in una serie di enclavi isolate, come celle in una grande prigione, che rendono la vita intollerabile.

Gerusalemme è costantemente modificata col fine di alterare il suo paesaggio e l’identità, e centinaia di case palestinesi sono state distrutte nella città ed attorno ad essa, facendo si che migliaia di palestinesi stiano senza casa nella loro stessa patria. Invece di liberare i prigionieri palestinesi, dalla conferenza di pace di Annapolis nel 2007 gli israeliani ne hanno arrestati altri 5.000 – tutte azioni che confermano semplicemente il fatto che essi non sono interessati alla pace.

KL: Hamas si dedica ad attività militari fuori dalla Palestina?

KM: No. Sin dalla sua creazione, 22 anni fa, Hamas ha limitato il suo campo di operazioni militari alla Palestina occupata.

KL: Desiderate stabilire uno Stato islamico in Palestina nel quale tutte le altre religioni siano subordinate?

KM: La nostra priorità come movimento di liberazione nazionale è mettere fine all’occupazione israeliana della nostra patria. Una volta che il nostro popolo sarà libero nella sua terra e godrà del diritto all’autodeterminazione, solo esso avrà l’ultima parola su quale sistema di governo desidera. È nostra ferma convinzione che l’islam non possa essere imposto al popolo. Appoggeremo, in un processo pienamente democratico, un’agenda islamica. Se questo è ciò per cui il popolo opterà, allora questa sarà la sua scelta. Crediamo che l’islam sia la migliore fonte di orientamento e la migliore garanzia dei diritti di musulmani e non musulmani.

KL: Hamas impone l’abbigliamento islamico a Gaza? Per esempio, è obbligatorio per le donne di Gaza portare lo hijab, il niqab o il burka?

KM: No. Intellettualmente, Hamas fa derivare la sua visione dalla cultura e dalla religione del popolo. L’islam è la nostra religione ed è la componente basilare della nostra cultura. Non neghiamo ad altri palestinesi il diritto ad avere visioni differenti. Non imponiamo alla popolazione tutti gli aspetti della religione o della condotta sociale. Le caratteristiche della religione nella società di Gaza sono genuine e spontanee, non sono state imposte da nessun’altra autorità al di fuori della fede e della convinzione dell’osservante.

KL: Viene detto che la divisione del popolo palestinese tra Cisgiordania e Gaza, e tra Fatah e Hamas, e che ovviamente ne indebolisce la posizione, si deve al fatto che Hamas ha preso il potere a Gaza con la forza. È vero questo e come si spiega questa divisione?

KM: Senza dubbio, la divisione dei palestinesi indebolisce e pregiudica la loro causa. Tuttavia, la divisione non è causata da Hamas, bensì dall’insistenza di certi soggetti internazionali e regionali nel rovesciare i risultati della democrazia palestinese. Rimasero sgomenti quando Hamas fu eletto dal popolo palestinese.

La divisione si aggrava per l’esistenza di un partito palestinese che ricerca il consenso in quei soggetti regionali ed internazionali, compresi gli USA ed Israele, che desiderano vedere Hamas fuori dalla scena. Poco dopo della sua vittoria nelle elezioni di gennaio 2006, fu esercitato ogni sforzo per minare la capacità di governo di Hamas.

Quando questi sforzi fallirono, il generale Keith Dayton dell’esercito degli Stati Uniti, che attualmente è il co-coordinatore statunitense della sicurezza per Israele e l’Autorità Palestinese, fu inviato a Gaza per realizzare un colpo di stato contro il governo di unità nazionale guidato da Hamas scaturito dall’accordo della Mecca del 2007. Il complotto portò Hamas ad agire in legittima difesa nel corso degli avvenimenti del giugno 2007 a Gaza.. L’affermazione che Hamas portò a termine un colpo di stato non ha fondamento perché Hamas stava dirigendo democraticamente il governo eletto. Tutto quello che fece fu agire contro coloro che stavano ordendo un colpo di stato contro di esso, sotto il comando e la direzione del generale Dayton.

KL: Quelli che hanno altri punti di vista politici o religiosi, come Fatah, godono delle libertà democratiche a Gaza? Quale è la situazione dei membri di Hamas nei territori della Cisgiordania controllati da Fatah?

KM: Alcune fazioni palestinesi si sono ispirate al nazionalismo arabo, altre al marxismo o al leninismo, ed altre al liberalismo. Sebbene convinti che queste idee siano estranee al nostro popolo e non siano riuscite a soddisfare le sue aspirazioni, insistiamo sul fatto che il popolo è l’arbitro finale che sceglie da chi desidera farsi guidare e da quale sistema essere governato. Così, la democrazia è la nostra migliore possibilità per risolvere le nostre differenze interne. Qualunque scelta del popolo dovrà essere rispettata.

Ci sforziamo al massimo delle nostre capacità per proteggere i diritti umani e le libertà civili degli aderenti a Fatah e a tutte le altre fazioni dentro la Striscia di Gaza. Al contrario, ai palestinesi in Cisgiordania sotto l’occupazione israeliana e l’Autorità Palestinese a Ramallah continuano ad essere negati i diritti fondamentali. Il generale Dayton in Cisgiordania sovrintende la dura e brutale repressione contro Hamas e gli altri gruppi palestinesi. Più di 1.000 detenuti politici, inclusi studenti, professori universitari e professionisti di tutti i settori sono braccati, imprigionati e torturati, a volte fino alla morte, dalle forze di sicurezza dell’Autorità Palestinese addestrate e assistite da Stati Uniti, Gran Bretagna ed Unione Europea.

KL: Pensa che sia possibile ricongiungere il popolo palestinese? Se così, come crede che questo si possa fare ed in quali termini?

KM: Riunire i palestinesi è possibile. Affinché questo accada si ha bisogno di due cose. In primo luogo, gli interventi e le pretese straniere devono cessare. Il popolo palestinese dovrebbe essere lasciato ad affrontare le proprie differenze senza pressioni esterne. In secondo luogo, tutti i partiti palestinesi devono rispettare le regole del gioco democratico e sottomettersi ai risultati del suo processo.

KL: Il rifiuto del riconoscimento di Israele da parte di Hamas è frequentemente indicato come un ostacolo insuperabile ai negoziati e ad un accordo di pace.

KM: Tale questione è usata solo come un pretesto. Israele non riconosce i diritti del popolo palestinese, ma questo non rappresenta un ostacolo al fatto che Israele sia riconosciuto internazionalmente, né che gli sia permesso di prendere parte ai colloqui. La realtà è che Israele è quello che occupa la terra e detiene un potere superiore. Invece di chiedere ai palestinesi, che sono le vittime, è ad Israele, che è l’oppressore, che si dovrebbe chiedere il riconoscimento dei diritti dei palestinesi.

Nel passato, Yasser Arafat riconobbe Israele, ma non ottenne molto. Attualmente, Mahmoud Abbas riconosce Israele, ma non abbiamo visto ancora nessuno dei tanto annunciati progressi del processo di pace.

Israele concede soltanto sotto pressione. In assenza di qualunque pressione tangibile su Israele da parte degli arabi o della comunità internazionale, nessun accordo avrà successo.

KL: Avete una “road map” fatta di passaggi intermedi che potrebbe realisticamente condurre ad una soluzione pacifica del conflitto? Crede che un giorno ebrei, musulmani e cristiani possano vivere insieme in pace nella Terra santa?

KM: Noi, dentro Hamas, crediamo che una soluzione pacifica realistica al conflitto dovrà cominciare con un accordo di cessate il fuoco tra le due parti, sulla base di un completo ritiro di Israele da tutti i territori occupati nel 1967. L’intransigenza israeliana e la mancanza di volontà di agire da parte della comunità internazionale sono gli ostacoli a questo accordo. Crediamo che soltanto quando il nostro popolo sarà libero e sarà tornato nella sua terra, si sarà in grado determinare il futuro del conflitto.

È necessario qui ripetere che noi non resistiamo agli israeliani perché sono ebrei. Come questione di principio, non abbiamo pregiudizi con gli ebrei o i cristiani, ma abbiamo un problema con chi ci attacca e ci opprime. Per molti secoli, cristiani, ebrei e musulmani hanno convissuto in pace in questa parte del mondo. La nostra società non fu mai testimone del genere di razzismo e del genocidio contro “l’altro” che l’Europa ha conosciuto fino a poco tempo fa. Questi problemi sono iniziati in Europa. Il colonialismo fu imposto in questa regione dall’Europa, e Israele fu il prodotto dell’oppressione degli ebrei in Europa e non di un qualche problema esistente in terra musulmana.

KL: Che ruolo pensa che altri paesi ed organizzazioni, in particolare USA, UE e Gran Bretagna, stiano attualmente giocando nel conflitto israelo-palestinese e nelle divisioni tra i palestinesi?

KM: Il ruolo svolto da tutti costoro è stato fino ad ora negativo. L’atteggiamento verso i crimini israeliani contro il nostro popolo è stato di silenzio o collusione. Le politiche e le posizioni adottate da questi soggetti hanno contribuito o incrementato la divisione dei palestinesi. Da una parte, le condizioni stipulate hanno l’effetto di silurare il dialogo sull’unità e gli sforzi di riconciliazione. Dall’altra, alcuni di questi attori internazionali sono direttamente implicati nella repressione del nostro popolo in Cisgiordania. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea provvedono, finanziando, addestrando e dirigendo, alla costruzione di un apparato di sicurezza palestinese specializzato nella persecuzione dei critici verso l’Autorità Palestinese a Ramallah.

Ci hanno particolarmente preoccupato le notizie secondo cui il governo britannico, direttamente e indirettamente per mezzo delle società di sicurezza e dell’opera di ufficiali in congedo di esercito, polizia e dei servizi segreti, è pienamente coinvolto nel programma condotto dal generale Dayton contro Hamas in Cisgiordania.

KL: Che cosa dovrebbero fare i paesi come Stati Uniti e Gran Bretagna per contribuire ad una soluzione pacifica?

KM: Dovrebbero semplicemente rispettare il diritto internazionale: l’occupazione è illegale, l’annessione di Gerusalemme Est è illegale, gli insediamenti sono illegali, il muro dell’apartheid è illegale, e l’assedio di Gaza è illegale. Eppure, nulla viene fatto.

KL: Che relazioni desidera avere Hamas col resto del mondo, e, per esempio, con la Gran Bretagna?

KM: Hamas difende una giusta causa. Per questo motivo desidera aprirsi al mondo. Il movimento tenta di stabilire buone relazioni e di portare a termine un dialogo costruttivo con tutti i soggetti interessati alla Palestina

www.resistenze.org del 17/09/2009

* Ken Linvingstone è stato sindaco di Londra.

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