Immagine, visibilità e il caso Santanchè
set 23rd, 2009 | Di Patrizia Khadija Dal Monte | Categoria: Approfondimenti
di Patrizia Khadija Dal Monte
Capire il senso del velarsi è in Italia o in Occidente oggettivamente difficile… Del niqab è quasi impossibile (burqa non ne ho mai visti in giro e mi pare di sapere che il suo uso sia limitato ad una zona particolare del mondo). Immersi in una cultura le cui parole chiave sono bellezza, successo, modellati il corpo e fallo valere, come capire il senso del celarsi, del non apparire, del riservarsi per un unico uomo e per Dio?
Come può una cultura basata sull’immagine, tollerare l’eclissarsi di essa? Probabilmente per molti, tolta essa non resta più nulla… è il meccanismo che aiuta a sopravvivere… Il dominio assoluto dell’immagine non è cosa da sottovalutare, non si riferisce all’attricetta o alla politichetta di turno, è una cifra di interpretazione della cultura occidentale contemporanea… In qualche modo l’immagine è diventata la realtà, come dice Siti nel suo romanzo “Troppi paradisi”, essa è ciò che consente di sperare nel paradiso in terra, la promessa del quale regge in piedi il consumismo, e consente di evadere dal confronto con la realtà stessa, questa mantenendo i suoi caratteri propri, bruti e refrattari al desiderio umano. “L’immagine, ecco la parola magica. Se si accettava che la realtà fosse sostituita dall’immagine della realtà il paradiso in terra tornava ad essere possibile… E’ quello che il Novecento ha lentamente ottenuto, col cinema, col design, con la pubblicità con i video musicali; e alla fine con il look, con l’estetizzazione dell’esistenza, col trasformare in spettacolo la stessa informazione e l’economia tutta. Ormai si comprano (gli analisti sono concordi) non i prodotti stessi, ma l’immagine dei prodotti… La politica è determinata dagli esperti looklogi che consigliano i leaders…”[1] “ Il burqa è come l’infibulazione[2] perché sono strumenti per annullare la sua identità più profonda” dice Daniela Santanchè, mostrando appunto che l’identità femminile coincide con la sua immagine…”
Una cultura dell’immagine implica dunque visibilità e aborrisce il nascondimento non riuscendo ad interpretarlo che come negazione di se stessa, ma contemporaneamente in una cultura dell’immagine è molto importante selezionare le immagini da proporre, e qualificare negativamente quelle che si discostano dai clichés dominanti.
Per questo la visibilità della donna musulmana dà così fastidio… Si rompe con essa un disegno di sottomissione implicita alle immagini che servono come riconoscimento… Per questo si cerca di esecrare questa rottura tacciando di maschilismo e imposizione tale look, anche quando nel mondo si levano molteplici voci di donne intelligenti e libere che dichiarano come il hijab sia una loro scelta libera e consapevole…
Fa paura il hijab dunque da due punti di vista apparentemente contraddittori: come negazione della predominanza valoriale dell’immagine (nascondendo i corpi) e come immagine diversa (al negativo) che è posta involontariamente in primo piano dal valore che ha l’immagine in questa società…
Le donne musulmane in Italia nella stragrande maggioranza indossano il hijab, coprendo il capo senza velarsi il volto, come la più parte degli studiosi islamici consigliano per obbedire alla tradizione islamica e nello stesso tempo favorire un corretto inserimento e partecipazione al contesto sociale odierno. Le donne che si velano il volto si rifanno comunque a tradizioni che sono presenti nella storia islamica fin dalle origini, ma sono pochissime, e già da questo si vede come la battaglia della Santanché e company, sia sostenuta da scopi molto diversi da quelli dichiarati…
In Italia, poi,malgrado le interpretazioni della suddetta non esiste una legge che vieti di indossare il burka e niqab. La legge cui si è appellata la signora Santanchè nella manifestazione di Milano, quella che vieta di girare in strada con il volto coperto, è inapplicabile al velo islamico, in quanto riconosciuto come “pratica devozionale” da sentenze sia della Cassazione che dei Tar. L’articolo 5 della legge 22 maggio 1975, n. 152, così recita: “È vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo. È in ogni caso vietato l’uso predetto in occasione di manifestazioni che si svolgano in luogo pubblico o aperto al pubblico, tranne quelle di carattere sportivo che tale uso comportino….”
C’è poi una proposta di legge avanzata dai deputati SBAI e CONTENTO per apporre una modifica all’articolo citato, presentata il 6 maggio 2009:
“Al primo comma dell’articolo 5 della legge 22 maggio 1975, n. 152, e successive modificazioni, è aggiunto, infine, il seguente periodo: «È altresì vietato, al fine di cui al primo periodo, l’utilizzo degli indumenti femminili in uso presso le donne di religione islamica denominati burqa e niqab».
Da sottolineare come sia una proposta di legge e non legge, e di come se ne sia sentita la necessità proprio perché la legge del ‘75 è difficilmente applicabile al caso delle donne musulmane, le quale hanno un motivo religioso e tradizionale…
Se legge ci sarà, spetterà comunque a chi di dovere farla rispettare e non alla Santanché o a chicchessia… Per cui ha tutto il senso possibile la denuncia di Shaari, responsabile della moschea di Viale Jenner di “turbativa di funzione religiosa regolarmente autorizzata.”
“Se la signora Santanchè ritiene che qualcuno l’ha aggredita faccia la sua denuncia e poi ci sono organi preposti ad accertare la verità. Comunque nessuno l’ha aggredita o minacciata, cosa impossibile visto che c’era un cordone delle forze dell’ordine che ringraziamo” ha dichiarato Il presidente dell’Istituto culturale islamico di viale Jenner, Abdel Hamid Shaari “Oggi siamo in festa e lei ha cercato, con un manipolo di persone, di strappare il velo alle donne velate. Una provocazione vera e propria”.



io credo che alla santanchè della condizione delle donne musulmane non gliene freghi assolutamente nulla; più che politica lei fa marketing..
se una donna vuole andare in giro con l’hijab deve essere libera di farlo, se è lei a decidere; concordo con il fatto che il burqa ti impedisce di riconoscere una persona. E non esiste che un essere umano deve guardare il mondo attraverso una retina.
Sono laica occidentale e libera da dogmi religiosi ma rispettosa della fede altrui; in questo caso la violazione l’ha commessa chi ha osato strappare il velo, non è questo il modo di mandare messaggi d’emancipazione.
Ho avuto l’opportunità di leggere una sua intervista sul sito di al-huda riguardante il velo. Ed era il ‘lontano’… Le ho anche mandato una email, tramite l’indirizzo presente in quel sito. Comunque, ancora una volta trovo che questa campagna contro il velo sia estremamente assurda. Politici, starlette tv, presentatori, parlano dell’Islam senza conoscerlo, sparando le proprie convinzioni personali senza andare a verificare alla fonte. Io sono cristiana (protestante) e nel mio piccolo ho raccolto divero materiale sull’Islam, in particolare sulle donne l’hijab e il niqab. Ho anche il Corano, una raccolta di hadith etc. Ho capito moltissime cose, e proprio per questo appoggio lei e tutte le sue sorelle di fede a continuare a far sentire la vostra voce affinché il vostro diritto alla modestia venga rispettato, incluso il diritto all’uso del velo integrale. Sa, nella chiesa che frequento le donne portano il velo quando ci si riunisce proprio in segno di rispetto e sottomissione a Dio e viene richiesta la modestia per questo non posso non essere sulla vostra linea di pensiero. Chissà se il gruppetto degli anti-velo sapesse che anche in moltissime chiese si usa il velo per lo stesso motivo per cui lo indossano le donne musulmane, Santanché e company si prenderebbero la briga di venire a fare le loro proteste pseudo-femministe. Forse ha ragione la donna che ha lasciato il commento precende: è puro e semplice marketing. La saluto con tanta stima.
cara patrizia
ero in una trasmiissione televisiva venerdì sera con l’ On. Santanche’ su
Antenna 3, Botta e Risposta, tutta a favore della Lega ma io ho voluto andare per farle capire che non abbiamo bisogno del suo aiuto per l’emancipazione delle donne musulmane, è uscita urlando per come andata la puntata non sapeva piu cosa dire e ci ha accusati di essere estremisti e terroristi, la mia replica era – ” Le risponderà l’avvocato….” –
La ”liberatrice delle donne musulmane” siccome non se l’aspettava una presenza femminile seria come, in verità, siamo noi, con l’aiuto di dio; non sapeve piu cosa dire, l’immagine che lei ha sempre associato alla donna musulmana: meschina con il velo sottomessa, e sempre accompagnata da un ”barbuto” alle spalle che la comanda.
inscallah metteremo il video per far vedere la sua falsita’ e il suo amore per le donne musulmane.
comunque ti ringrazio per questo articolo chiaro condivido in pieno Dio ti illumini e ti Benedica.
Gent.ma Sig.ra Santanchè perchè non parli della situazione di sottomissione e di schiavizzazione della donna moderna occidentale? Schiava del proprio aspetto, del chirurgo plastico, dell’uomo prepotente. Perchè non parli della vergogna che proviamo noi donne occidentali ,minimamente intelligenti e colte nel vederci rappresentate in televisione da quel gruppo interminabile di “oche giulive”, “donne oggetto, al limite della decenza, che non possono nemmeno parlare ed esprimersi ?”
Un buon politico, sia uomo, sia donna, ha il dovere di usare moderazione e decenza nel tono delle parole, ha il dovere di studiare e di sforzarsi di comprendere le differenze.
Ha il dovere di essere più saggio di noi persone normali.
MI piacerebbe domandarti cosa sai veramente della religione islamica e anche della tua, sempre che tu ne abbia una.
Ti invito a studiare gentile Sig.ra e ad allenarti ad essere meno aggressiva. La strada sarà lunga ma se vorrai ce la potrai fare.
Auguri di cuore e pace
Daniela