Digiuno del corpo, digiuno del cuore
set 4th, 2009 | Di direttore | Categoria: Islam, digiunodi Ibrahim ‘abd an-Nur Gabriele Iungo
Il verbo arabo che corrisponde al nostro “digiunare” significa letteralmente “astenersi, trattenersi“. La tradizione ci descrive però diversi tipi, o meglio “livelli”, di astinenza che il credente è invitato a praticare. La semplice astinenza fisica – per cui dall’alba al tramonto non si assume alcuna sostanza né si intrattengono rapporti sessuali – non può certo esaurire, infatti, il senso profondo del precetto coranico, che raccomanda: “Oh voi che credete! Vi è stato prescritto il digiuno, com’era stato prescritto a coloro che vi hanno preceduto, affinché possiate essere pii” (al-Baqara: 183).
L’obiettivo dell’astinenza non è certo il semplice “digiuno del corpo”, una sorta di rigida dieta giornaliera, bensì una purificazione assai più generale, profonda e radicale.
In un hadith qudsi – una tradizione profetica in cui il Messaggero d’Iddio *(su di lui siano la Pace e le benedizioni d’Iddio) riporta alcuni insegnamenti divini che non appartengono al Canone coranico – sono stati indicati con precisione gli aspetti interiori ed esteriori che caratterizzano il digiuno rituale. Vi si dice: “Il digiuno è una protezione. Quando uno di voi digiuna, si astenga da propositi indecenti e non parli invano. Se qualcuno lo ingiuria o disputa con lui, che risponda: “Digiuno!”.
Proprio come il corpo si astiene dall’assunzione di sostanze materiali, dunque, così deve astenersi con altrettanta attenzione da qualsiasi atteggiamento bellicoso, conflittuale, ed in generale peccaminoso. Proprio come la lingua si astiene dall’inghiottire alimenti o liquidi durante il giorno, allo stesso modo si deve preservare dal vaniloquio, dall’insulto od ancor peggio dalla maldicenza e dalla menzogna. Ad essere coinvolto nello sforzo di astinenza non è soltanto il proprio apparato digerente, od il proprio appetito sessuale, bensì l’intera personalità del musulmano, che si misura corpo a corpo col precetto dell’ordinare e perseguire il bene e ciò che è raccomandabile, e proibire ed astenersi dal male e da ciò che è biasimevole (al-amr bi-l-ma’ruf wa an-nahy ‘an al-munkar).
L’adozione di un comportamento dignitoso appare così necessariamente come la conseguenza esteriore di un processo tutto interiore di paziente coltura della propria dignità, nel solco dell’educazione al sacrificio ed al controllo di sé, della promozione della virtù e della lotta contro il vizio.
A differenza di coloro che – secondo la descrizione che ne fece il Profeta* – “non ricavano dal loro digiuno che fame e sete, senza altro beneficio”, i credenti colgono nell’astinenza un’impareggiabile occasione di rigenerazione mentale e spirituale. Generalmente assediato dalle normali preoccupazioni della vita quotidiana, dalle sue difficoltà come dalle sue piccinerie, il musulmano s’impegna ad intraprendere periodicamente un provvidenziale processo di liberazione e risanamento del proprio cuore e di riorientamento della propria vita, nella consapevolezza dei suoi valori fondanti e dei suoi princìpi eterni. Se è stato detto – com’è stato detto – che “Il digiuno protegge dal fuoco dell’Inferno come lo scudo in combattimento”, non sarà forse inappropriato riconoscere che la medesima protezione di cui – con la Misericordia d’Iddio – i digiunanti godranno nell’Aldilà, varrà in qualche misura anche in questa vita, nei confronti ed al riparo di quel Fuoco quotidiano alimentato da passioni, violenze e gelosie, alla cui brace è drammaticamente destinato chiunque ceda alla dimenticanza ed all’oblìo di se stesso, della propria dignità, dell’origine e del senso della propria esistenza.
Questo “digiuno del cuore” – che, d’altra parte, ha origine fin dall’iniziale, doverosa formulazione dell’intenzione rituale (niya) che inaugura qualsiasi atto di adorazione compiuto in vista dell’accoglimento da parte d’Iddio, giacché non c’è adorazione nella distrazione – suggerisce allora altresì un’inedita, segreta dimensione dell’astinenza; conduce ad una radicale promozione della consapevolezza di sé, e dischiude un orizzonte di fede cui ha diritto di cittadinanza soltanto colui che – con l’aiuto d’Iddio – sappia preservare il proprio cuore da tutto ciò che lo distragga dal puro amore per il Divino – è stato detto, immaginificamente: “Chi digiuna una giornata per amore di Dio sarà allontanato dal fuoco dell’Inferno della distanza che si percorre in settant’anni”. Ed Iddio è più Sapiente.
Un digiuno rituale correttamente intrapreso è forse il sentiero più breve per comprendere come l’adesione alla Legge divina – alle sue raccomandazioni come ai suoi divieti – non debba mai ridursi ad essere la stanca e difficoltosa espressione del rispetto formale di precetti in cui non cogliamo alcun significato. Al contrario, tale adesione può e deve configurarsi invece come l’attiva e volenterosa opera di avvicinamento ad una migliore comprensione degli insegnamenti divini – nella misura in cui Iddio Altissimo ce ne beneficerà – ovvero la progressiva realizzazione di una migliore qualità della vita, di un’esistenza finalmente rasserenata alla Luce dell’Eterno.
E la lode è per Iddio, Signore dei mondi
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