Lettera aperta ai miei detrattori nei Paesi Bassi, di Tariq Ramadan
ago 22nd, 2009 | Di Patrizia Khadija Dal Monte | Categoria: Articoli Tariq Ramadan
Una nuova polemica è esplosa nei Paesi Bassi. Già a maggio-giugno scorso sono stato accusato di «doppio discorso», di omofobia e di proposte inaccettabili riguardo alle donne. Dopo le dovute verifiche, il comune di Rotterdam ha precisato che si trattava di accuse infondate. Oggi si afferma che avrei dei legami con il regime iraniano e sarei sostenitore della repressione seguita alle ultime elezioni. Non è strano che questa accusa sia apparsa solo nei Paesi Bassi? Tutto ciò ha l’aria di essere una utilizzazione della mia persona (con l’islam) per regolare alcuni conti politici nella corsa all’accaparramento dei voti, in vista delle prossime elezioni. L’ombra di Geerd Wilders non è lontana, lui che guadagna voti paragonando il Corano al « Mein Kampf » di Hitler. Sono diventato lo spauracchio e il pretesto per lo scatenarsi di passioni politiche insane: in fondo questa polemica dice molto di più sulla evoluzione inquietante dei Paesi bassi che sulla mia persona.
Gli attacchi circa il mio impegno sono stati molto virulenti è perciò necessario rispondere con chiarezza alle accuse. Prima di accettare di animare la trasmissione nell’ aprile 2008, avevo preso tre mesi di riflessione, discutendone con amici iraniani e con specialisti del settore. Ho seguito da vicino l’evoluzione del Paese e le sue tensioni interne. Io fui uno dei primi pensatori musulmani, in Occidente, a prendere posizione contro la fatwa rivolta a Salman Rushdie. Da venticinque anni, pur sottolineando che in rapporto ai Paesi arabi, l’Iran aveva fatto notevoli progressi nel campo dei diritti delle donne e di apertura democratica, ho criticato la mancanza di libertà di espressione in Iran, l’imposizione del foulard, e più recentemente la conferenza sull’olocausto del 2006 (perché causava una pericolosa confusione tra critica della politica israeliana e antisemistismo). Così, naturalmente, ho condannato la repressione e gli spari sui manifestanti dopo le recenti elezioni.
Ho sempre mantenuto la stessa linea critica e costruttiva. Passo del tempo a studiare e individuare la vera natura delle dinamiche interne e non mi lascio influenzare dalle campagne di propaganda, né quelle del sistema iraniano stesso, né quelle di Israele (che afferma in modo inaccettabile, per sostenere la propria innocenza, che l’Iran sarebbe il principale ostacolo alla pace), e neppure quelle degli Stati Uniti o dei Paesi europei, che difendono i propri interessi strategici. In Iran i rapporti tra forze politiche e religiose sono molto complessi. La visione binaria, che oppone due campi – quello dei conservatori fondamentalisti e quello dei riformatori democratici – dice una profonda ignoranza sulle realtà di tale Paese. Insomma, le evoluzioni verso una trasparenza democratica non si faranno certo sotto la spinta delle pressioni occidentali : il processo invece sarà interno, lungo e doloroso. Accettando di animare uno show televisivo centrato sulle problematiche dell’islam e la vita contemporanea, ho fatto la scelta di un dibattito critico. Non mi è stato imposto nulla e ho potuto invitare atei, rabbini preti e donne, velate e non velate, per discutere su temi quali la libertà, la ragione, il dialogo interreligioso, sunnismo e sciismo, la violenza, il jihad, l’amore, l’arte, etc. Ci si dia almeno la pena di guardare tali trasmissioni e mi si dica poi se vi è in esse un solo secondo di sostegno al regime iraniano. Il programma è una possibilità di apertura sul mondo e io lo conduco nel rispetto di tutti i miei interlocutori. In questo tempo di crisi in Iran, voglio prendere una decisione serena e giusta : considerare i fatti e stabilire qual’è la miglior strategia per accompagnare il processo interno verso la trasparenza e il rispetto dei diritti umani. La polemica e i dibattiti emotivi come quelli presenti oggi nei Pesi Bassi non sono certo buoni consigli e io voglio vederci chiaro prima di determinare esattamente la mia posizione.
Quando ho accettato l’offerta di Press TV Ltd a Londra (non ho avuto alcun contatto con le autorità iraniane, ma solo con produttori televisivi che lavoravano in quel canale), sono stato chiaro sulle condizioni che esigevo riguardo alla scelta dei soggetti e alla mia indipendenza nell’ambito di una trasmissione con tematiche di religione, filosofia e questioni contemporanee. Ho reso tutto pubblico e le mie trasmissioni sono visibili nel mio sito dall’inizio. Ho fatto la scelta di accompagnare l’evoluzione delle mentalità senza mai sostenere il regime né a compromettermi con esso. E’ una scelta, la mia, che molti amici iraniani non solo hanno capito, ma anche incoraggiato. Non faccio quel lavoro per i soldi, un’altra catena d’informazione internazionale mi aveva proposto il triplo del compenso che ricevo. Ho rifiutato in nome dei miei principi. Se volessi, cambiando l’orientamento del mio discorso religioso e politico, potrei ammassare delle fortune: tutti coloro che mi conoscono lo sanno. Ma adulare i re, i principi, i regimi e le ricchezze non è la mia filosofia di vita. Le mie prese di posizione mi sono costate un prezzo molto alto e non per questo ho ceduto : non posso andare in Egitto, in Arabia Saudita, in Tunisia, in Libia, in Siria, perché ho criticato questi regimi come antidemocratici e non rispettosi dei diritti dell’uomo. Gli stati Uniti hanno revocato il visa che avevo ricevuto a causa delle mie dure critiche alle guerre in Afghanistan e in Iraq e contro il sostegno unilaterale ad Israele. Quest’ultimo Paese mi ha fatto sapere che là non sarò mai il benvenuto. Un consigliere dell’ambasciata della Cina, vent’anni fa, mi mormorò velatamente che il mio impegno in favore dei tibetani non sarebbe passato inosservato alle autorità del suo Paese.
Sono sempre stato coerente con le mie scelte, non ho mai sostenuto una dittatura o una ingiustizia nelle società a maggioranza musulmana come in ogni altra società. Quanto a quelli che mi rimproverano «il principio » di presentare un programma in una catena di televisione iraniana, rispondo che lavorare per una catena di televisione non impone di sostenerne il regime. Se l’atto politico fosse così semplice si dovrebbe chiedere urgentemente ai miei detrattori, così appassionati di etica in politica, di chiedere al governo olandese di mettere fine immediatamente alle relazioni politiche e economiche con l’Iran, l’Arabia Saudita, l’Egitto, Israele o la China. E’ curioso, queste voci non si sentono. Come non le ho sentite quando il comune di Rotterdam mi ha discolpato dalle false accuse di « doppio discorso » o « di omofobia » o ancora quando la Corte federale americana ha rovesciato a mio favore il giudizio del tribunale di prima istanza riguardo alla revoca del mio visa. Perché questo silenzio? Perché queste accuse a geometria variabile? Perché queste campagne non sono alla fine che dei pretesti per attaccare un « intellettuale musulmano visibile » e così guadagnare dei voti giocando sulla paura e il rifiuto dell’islam. Ogni mezzo è buono per accaparrarsi degli elettori, anche quelli meno degni e onesti.
Rispetto i principi, ma non mi piegherò davanti a questa propaganda malsana. Non solo per il mio onore, ma anche per quello della nostra umanità e del nostro avvenire.
martedì 18 agosto 2009, (trad. di P.K: Dal Monte)


