Estetica del Senso
ago 7th, 2009 | Di Patrizia Khadija Dal Monte | Categoria: Articoli Tariq RamadanPaura e fiducia
Abbiamo visto come il cervello possa cadere improvvisamente sotto il potere dell’amigdala e produrre nell’individuo una reazione emozionale totalmente incontrollata… di gioia, di audacia, di paura o di violenza. Tutto avviene come se, nell’epoca della comunicazione globalizzata, le immagini e le informazioni che circolano a milioni e senza interruzione sui nostri televisori e negli schermi dei computer producessero dei segnali che hanno il potere di colonizzare i centri nervosi delle società e di intere collettività. Il connubio tra la pesante carica psicologica (non sempre a livello cosciente) delle informazioni che ci pervengono dai molteplici canali del mondo intero da una parte e dall’altra lo stress della vita quotidiana, la mancanza di tempo per riflettere, leggere e cercare di comprendere, il sentimento d’insicurezza e le frustrazioni, questo connubio, ci sembra poter dire, rende fragile il « corpo sociale » anzi per meglio dire, proseguendo nel nostro paragone, rende fragile « il cervello sociale », e lo rende febbrile.
Da una società all’altra, in relazione ai soggetti sensibili o alle polemiche del momento (si tratta a volte di fenomeni planetari), si assiste a reazioni collettive e si può constatare come i sintomi che erano visibili in un individuo sottoposto ad una forte carica emozionale sono gli stessi che manifesta una collettività sociale. Può essere l’effetto dell’attualità, di una polemica (orchestrata o meno), di una dichiarazione, di un incidente, o di una semplice diceria, ed ecco che dei fenomeni incontrollabili si diffondono come una nuvola di polvere. La società e il dibattito pubblico ad un tratto soggiaciono e si agitano sotto le spinte emotive, si crea una tensione che talvolta può sfociare in un’isteria collettiva : le reazioni sono imprevedibili, le persone hanno sempre meno la capacità di ascoltare e di capire, gli argomenti, i giudizi e le conclusioni mancano spesso di logica e vengono lanciati a vanvera e l’emotività collettiva si impone con la forza e la verità del numero e dell’istantaneità. La democratizzazione amplificata dell’emozione ha spesso la meglio sulla necessaria democratizzazione della ragione, collettiva e ragionevole, e sul dibattito di idee. E’ un’epoca pericolosa in cui le tecnologie planetarie sono degli strumenti il cui potere ci sfugge e può esercitare un ascendente terribile sugli individui, una perdita di controllo generalizzato, un vero « colpo di stato emotivo » collettivo, che può giungere fino ad una vera e propria dittatura dell’emozione. L’abbiamo già detto, ciò che i neurologhi ci hanno insegnato sul funzionamento del cervello, possiamo constatarlo nelle collettività : i paralleli riscontrabili destano turbamento e talvolta angoscia. Delle informazioni-stimoli provocano una specie di choc, una reattività immediata di dubbio, di paura e di insicurezza e si instaura uno stato passionale che può influenzare la natura delle decisioni popolari. Le forze armate americane hanno inscenato « la questione incubatrici » in Kuwait, in occasione della prima guerra del Golfo nel 1990 (i soldati di Saddam Hussein avrebbero strappato dei bebé dalle loro incubatrici provocando sadicamente la loro morte) per emozionare la popolazione americana, al fine di convincerla a impegnarsi nella guerra: l’operazione, purtroppo, ha conseguito l’obiettivo desiderato e le sue conseguenze furono delle centinaia di migliaia di morti. Abbiamo potuto osservare manifestazioni emotive di questo tipo dopo gli attacchi terroristici dell’ 11 settembre 2001 negli Stati Uniti, o anche con il rovesciamento politico in Spagna, dopo la serie di attentati perpetrati a Madrid l’11 marzo 2004 (la sinistra è stata eletta contraddicendo tutti i pronostici elaborati fino a qualche giorno prima). E’ questo stesso fenomeno di amplificazione emozionale che ha causato delle reazioni fortemente emotive (e talvolta violente) nelle società a maggioranza musulmana, in occasione delle caricature danesi, all’inizio del 2006.
Il mondo globale, come un cervello dalle molte istanze, dai poteri paralleli e talvolta contraddittori, subisce crisi e controversie a ripetizione, nazionali o internazionali. Queste sono reazione a degli avvenimenti-segnali, a volte fortuiti a volte strumentalizzati, che producono sistematicamente dei fenomeni di massa più o meno controllabili. Il potere dell’emozione sulle collettività (e la padronanza dei suoi «mezzi di produzione » nei paesi più ricchi attraverso l’esercito di specialisti in comunicazione) è un invito, bello e buono, al populismo in politica. Non si attirano più gli elettori con la forza delle idee e delle convinzioni (o la visione dell’ideologia condivisa) ma invece essi vengono mobilitati con la forza delle loro paure, del bisogno di sicurezza, di rassicurazione, conforto, di punti di riferimento e di identità ben definite. Sotto la pressione della comunicazione, dei media, della necessaria reazione politica immediata, è importante rassicurare, calmare gli ardori o al contrario, eccitare le paure. Rassicurare, calmare, eccitare…le parole sono in relazione con l’affettività ed eccoci entrati nel regno della politica emozionale, o meglio nella politica dell’emozionale. La tecnica è conosciuta e fu già utilizzata molto tempo fa dai partiti populisti di estrema destra, attizzando le paure, stigmatizzando l’altro e glorificando l’identità pura della razza o della nazione. Assistiamo oggi ad una normalizzazione di questa tecnica, e ugualmente alla normalizzazione della sostanza stessa della proposta politica populista, destinata a sedurre l’elettore più che a convincerlo. Questa attitudine politica, che si interessa più all’agmidala individuale e collettiva che alla neo-corteccia permette, sicuramente di vincere le elezioni, ma a lungo termine, ha degli effetti devastatori sull’avvenire delle società e delle democrazie.
Le critiche a queste perversioni sono antiche e sono state formulate da pensatori e politici rappresentanti tutto il ventaglio delle posizioni filosofiche e politiche. Non sempre per le stesse ragioni. Gli ambienti elitari, aristocratici, borghesi o conservatori potevano temere che il popolo fosse mosso più da una passionalità cieca, che da una ragione sapiente come ad esempio quella di Socrate, di Kant, di Nietzsche, di Tolstoï e tanti altri pensatori (con sensibilità tra loro così differenti) : si doveva pensare a dei castigamatti per proteggere le buone decisioni politiche dell’élite e dei « saggi » dall’ incontrollabilità dei movimenti popolari. L’espressione più radicale di questa paura del popolo è l’ideale del « despota illuminato » che saprebbe agire per il bene del popolo senza sottomettersi ai suoi desideri talvolta contraddittori e ai suoi slanci passionali : è lo scigaliovismo filantropico di cui parla Albert Camus nel “ L’homme révolté” e che consiste nell’asservimento del popolo per il bene del popolo. Negli ambienti più inclini a dare fiducia a quest’ultimo invece, dai primi umanisti del Rinascimento a Saint-Just, fino ai pensatori socialisti,come Marx, Prudhon, Bakunin, Spencer a Marcuse, Noam Chomsky o Naomi Klein (ugualmente con sensibilità molto differenti tra loro), troviamo la paura della possibile strumentalizzazione del potere del popolo, da parte delle istanze del potere economico, politico, e oggi anche dei mezzi di comunicazione e delle lobbies. La recente « Dottrina dello choc » (The Shock Doctrine) elaborata da Naomi Klein è basata su questa strumentalizzazione manipolatrice del potere (tra cui quello del popolo riconosciuto nelle democrazie) per proteggere degli interessi particolari e non dichiarati e, in sostanza, finendo per agire contro l’interesse dei popoli stessi.
La natura dei pericoli è molteplice, ce ne rendiamo conto. Ciononostante, il più grande pericolo, nell’epoca contemporanea, attiene alle conseguenze di questa nuova supremazia dell’emozione, della politica emozionale e della reattività popolare non riflessa, immediata. Ci troviamo confrontati con dei fenomeni di allarmismi che investono popolazioni intere, delle reattività emozionali con il loro carico di irrazionalità e paura. Come il soggetto si percepisce sotto il dominio delle sue emozioni, la collettività si percepisce « vittima » di ciò che la disturba o apparentemente l’aggredisce. L’epoca dell’emozionalità popolare è un tempo di attitudine vittimista di massa. In un clima di insicurezza permanente, la presenza del « l’altro », la sua visibilità, le sue rivendicazioni, le sue lotte per la giustizia e il rispetto disturbano e causano malessere, il quale a sua volta motiva la sordità (non ascolto) o i trattamenti differenziati. Davanti alla minaccia del terrorismo, l’agitazione è tale che si è potuto accettare di fare delle revisioni che diminuiscono il rispetto dei diritti umani e della dignità delle persone : trattamenti discriminatori, persone incarcerate senza processo, estradizioni sommarie o straordinarie, fino alla tortura che sembra ormai legittima, tanto il pericolo è percepito enorme. L’emozione dà il diritto a coloro che si credono delle «vittime » di agire al di là del diritto, verso coloro che identificano come i loro potenziali carnefici disumanizzati.
Con il sentimento vittimista è la deresponsabilizzazione che si instaura. Reagendo a minacce esterne, le vittime di questi attacchi sono legittimate a disprezzare l’aggressore che non le ama, non accetta neanche solo che esistano, né accetta la loro cultura, e i loro valori. La paura dell’aggredito proietta sull’altro la giustificazione del suo «odio » essenziale. Siamo dunque davanti ad un puro conflitto di emozioni in cui la paura risponde all’odio e c’è bisogno di proteggersi con un meccanismo intellettuale che dovrebbe « chiarificare » i termini dell’opposizione e della polarizzazione. Questa politica dell’emozionale convince i popoli, con ricorrenti campagne, in merito ala necessità delle misure di sicurezza dovute a minacce che vagano intorno (e tra di noi). Esse scaturiscono da questo « altro » pericoloso, così lontano, così vicino e pure in mezzo a noi :al punto che noi non sappiamo più chi siamo « noi ». Chi siamo « noi » ? E’ la terza conseguenza della supremazia dell’emozione : l’ossessione dell’identità. Vittime e senza responsabilità particolari verso il disordine che regna intorno a noi, non ci interessa più parlare di giustizia e di politica, di ordine economico e ridistribuzione delle ricchezze : tutto è questione di conflitto di civiltà e di valori, di identità culturale e religiosa. La giustizia sociale e politica non è niente, la differenza culturale e religiosa è tutto !
Ricordiamo che la gerarchia delle istanze del cervello teme sia gli attacchi dall’interno come quelli dall’esterno : entrambi hanno infatti modo di destabilizzare il suo ordine e di porre il cervello sotto il dominio dell’emozione che rende passionale e sordo. Le società e i popoli corrono il medesimo rischio di essere ammorbati dalla paura, l’insicurezza, l’ossessione della protezione, isolando e rifiutando l’altro. Il problema è sia intellettuale che psicologico. Come ritrovare dunque il cammino della fiducia, della fiducia in se stessi, che passa per la conoscenza, la conoscenza di sé, la padronanza di se stessi e lo spirito critico ? Si tratta di ridare la priorità al vero senso delle cose, piuttosto che ai segnali e agli stimoli. Le nostre emozioni hanno bisogno di spiritualità ; le nostre affezioni hanno bisogno di essere spiritualizzate. Si dovrebbe trovare il modo collettivamente, di celebrare le nozze dell’emozione e della ragione ragionevole, perché si tratta in fondo di questo : non c’è spiritualità senza emozione… ma la prima accoglie la seconda, quando questa sa aderire alla parte degna e nobile dell’essere umano.
Estetica del Senso
Le nostre emozioni ci imprigionano, mentre la spiritualità è respiro e ricerca di libertà. Dalle antiche spiritualità alle psicologie moderne, passando per le religioni e le filosofie, gli insegnamenti sono gli stessi : si tratta di prendere coscienza dei propri dinamismi individuali e collettivi, di stabilire una distanza critica tra sé e sé e con l’universo circostante, di imparare ad ascoltare, di imparare a dire e a comunicare, di accogliere positivamente la propria complessità e quella altrui. Può sembrare strano e paradossale, ma il primo atto di liberazione spirituale alberga nell’attitudine iniziale adottata dal soggetto. La spiritualità vissuta esige dal soggetto umano tre condizioni essenziali, che ritroviamo trasversalmente in tutte le tradizioni : l’autonomia del soggetto (in opposizione alla dipendenza da ciò che lo riguarda), la responsabilizzazione della coscienza (in opposizione alla mentalità di vittima) e, infine, una disposizione ottimista e costruttiva (in opposizione alla disperazione, al disfattismo o al nichilismo, che non crede il cambiamento possibile). Se l’emozione può essere subita, la spiritualità esige un atto primario (e determinato) della volontà che afferma la sua libertà ontologica, ovunque si trovi l’individuo. Insomma, egli deve assumersi una responsabilità fondamentale nei confronti della sua trasformazione e nutrire la convinzione profonda che tutto è possibile, sempre, per il meglio.
Si tratta, insomma, come si sarà intuito, delle tre condizioni della fiducia in se stessi. Come dunque, in questa nostra epoca attraversata da paure e ossessioni sulla sicurezza, acquistare questa fiducia in se stessi, come individui e come collettività? La spiritualità libera e dona senso; si fonda su una iniziazione e una educazione alla presa di coscienza, alla maturazione, alla responsabilizzazione e alla trasformazione progressiva. I mistici ebrei, cristiani e musulmani hanno ricordato senza sosta le tappe archetipe dell’elevazione dell’essere : esse hanno tradotto, per l’iniziato, ciò che costituiva, in fondo, l’esperienza più banale e naturale del comune mortale. Davanti agli stimoli e segnali che provengono dall’esterno e che possono prendere il sopravvento all’interno del cervello e/o del cuore dell’uomo (e della sua coscienza), è indispensabile armarsi in anticipo per poter conservare il controllo delle proprie reazioni. E’ questo il modo per restare libero e umano. L’educazione comincia dunque alla periferia (apparentemente); dai sensi e dalle percezioni degli individui perché questi sono i canali dai quali passano i primi stimoli e sono le vie della reattività emozionale. Si deve insegnare ai bambini e agli adulti a vedere, a toccare, ad ascoltare, a sentire e a gustare : prendere il tempo di riflettere e meditare sui sentimenti che ci invadono alla vista di determinati paesaggi, o di persone che amiamo (o che detestiamo) ; studiare il senso dell’ascolto e i modi di ascoltare… imparare a meglio toccare, a gustare e sentire la materia, i profumi, la natura e gli esseri umani. Insufflare (nel senso di riempire di soffio) del senso ai nostri sensi e spiritualizzare così le nostre percezioni, per evitare di doverli subire come conseguenza di una emozione e accoglierli invece con la fiducia della coscienza che si è arricchita, ha saputo dominare e si è così liberata.
Nel mondo della comunicazione e della cultura globali, l’educazione delle percezioni – alla periferia – impone di riallacciarsi agli insegnamenti fondamentali. E’ necessario che ogni coscienza acquisisca qualche conoscenza circa i principi e la storia delle spiritualità e religioni, possedere delle nozioni di filosofia e avere una conoscenza di base delle arti e della loro evoluzione. Religioni e spiritualità, filosofia e arti sono le discipline che dovrebbero far parte dei percorsi indispensabili ad ogni intelligenza se si vuole offrire a quest’ultima i mezzi per la sua autonomia, libertà e responsabilizzazione. Che si sia credenti o meno, è necessario conoscere i principi che presiedono alle spiritualità e alle religioni del mondo. Questi ultimi costituiscono talvolta l’orizzonte di sviluppo dell’essere o il rifugio dalle sue angosce, ma essi creano comunque senso e danno senso. Ciascuno è libero poi di scegliere la propria strada, ma ciò deve avvenire con conoscenza di causa. Affermare che si offre la libertà di scelta ad un individuo privandolo della conoscenza è un discorso falso: la libertà fondata sull’ignoranza è una illusione. La filosofia modella la coscienza e lo spirito critico : essa impone all’intelligenza di osservare, di saper questionare e di saper prendere tempo. Niente è semplice e anche ciò che appare come semplice è complesso : l’apprendimento della filosofia dovrebbe essere una scuola di capacità di distanziarsi e di umiltà, che insegni agli individui a sospendere i loro giudizi. Le filosofie arroganti che pensano di avere l’ultima parola sulla verità e che giudicano e disprezzano le verità altrui non sono in realtà filosofie, ma ideologie. E’ bene per ciascuno di noi accompagnare un filosofo fino all’istante che precede le sue conclusioni e le sue certezze : l’esercizio intellettuale consiste infatti nel ricordarsi che la prima fase è la domanda filosofica e la seconda una serie di ipotesi e di postulati. Questo è il destino intellettuale umano : senza l’interrogare critico non accediamo alla nostra umanità; affermando le proprie verità come fossero « la verità» si oltrepassano con arroganza i limiti della propria umanità. E’ necessario iniziarsi all’arte, alla creatività e alla capacità umana di esplorare le vie del bello. La bellezza dona senso e l’estetica, di fatto, costituisce una doppia ricerca : quella del senso e del bello. Socrate pensava ci fosse un legame senza soluzione di continuità, un’unità di genere, tra la bellezza fisica, quella dei corpi, e la Bellezza metafisica, quella delle essenze e delle Idee. Si trattava di elevarsi attraverso l’esercizio applicato della filosofia : così il Bello, costituisce l’unione tra la filosofia, la spiritualità e l’arte. Tutte le spiritualità associano l’incontro con il sacro o il divino con la prossimità del bello, del superamento che, attraverso l’estetica della forma, richiama il senso della sostanza. «Dio è bello e ama la bellezza » recita una tradizione profetica islamica che sintetizza la portata di questi insegnamenti comuni. Le arti, sacre o meno, chiamano l’uomo a scoprire in se stesso le risorse di un superamento attraverso un immaginario capace di dargli del senso e del respiro. Il poeta romantico John Keats, che fece scrivere sul suo epitaffio funebre di essere colui « il cui nome era scritto nell’acqua », cantò il superamento di se stesso in prossimità della Bellezza: « La Bellezza è Verità, la Verità Bellezza ». Su questa terra, sulla quale passiamo, « è tutto quello che sappiamo » e il poeta incontrando il Bello dice il senso che è l’eternità ai confini della quale la sua finitudine si è accostata. Il poeta se ne andrà come l’onda, e tutti gli artisti con lui…resterà l’oceano, le opere d’arte, la Bellezza e il Senso : come se la bella dea della Luna (Selena), bagnandosi nell’oceano, e vegliando sulla bellezza del pastore (Endimione), aprisse la strada dell’eternità e del divino. « La Bellezza è verità », la Bellezza è prossimità del sacro.
Educare il cuore, lo spirito, l’immaginazione per poter essere in grado di meglio vedere, ascoltare, sentire,gustare, toccare è una esigenza dell’autonomia e della libertà nel cuore della modernità, delle tecnologie avanzate e della globalizzazione dei mezzi di comunicazione Nell’epoca dell’informazione a tutti i livelli, colui che non è formato alla critica dell’informazione diventa uno spirito vulnerabile, fragile, oggetto di ogni possibile strumentalizzazione. Ancora, si deve avere il tempo di porre una distanza, di analizzare le situazioni, di valutare in modo critico le proprie percezioni. Niente è facile : si tratta di un esercizio spirituale di primaria importanza poiché esso dona senso alle azioni più elementari della vita : vedere, sentire, toccare, ma ugualmente pensare, pregare, creare. La spiritualità consiste in questo supplemento di senso che abita l’agire umano nella sua semplicità e questo può essere fede, pensiero , arte o amore, ma si tratta sempre di una scelta, di un atto della volontà libera, in opposizione all’emozione che costituisce una reazione subita, imposta e talvolta incontrollata. Un oceano di differenza. L’emozione sta alla spiritualità come l’attrazione fisica all’amore.
(Estratto dell’ultimo libro di Tariq Ramadan “”L’autre en nous, pour une philosophie du pluralisme” pubblicato dalle edizioni Presses du Châtelet)
traduzione a cura di P.K. Dal Monte




Trovo questa profonda rilfessione di Tariq Ramadan estremamente illuminante che può aprire le nostre menti a scegliere una vita diversa e migliore in tutti i sensi ma soprattutto ci da moltissimi elementi per poter intrecciare sentimento e ragione in maniera equilibrata e sentire in piena coscienza una spiritualità liberata. Gentile Signora Dal Monte esiste un traduzione di questo scritto in inglese? Come potrei fare per trovarlo? La ringrazio molto.
Silvana
Cara Silvana, nel sito di Tariq Ramadan da cui ho preso l’articolo, esiste solo la versione in francese. Non so di più, mi dispiace, pace, Patrizia Khadija