Uyghuristan, la difficile periferia

lug 11th, 2009 | Di | Categoria: News

di Gabriele Battaglia

CHINA URUMQI RIOTS

Qualunque sia stata la loro causa scatenante, le violenze a Urumqi ci parlano delle difficoltà cinesi a gestire l’immensa periferia dell’impero.
Non è tanto un problema di nazionalismo così come lo intendiamo noi: quella parte di mondo non ha una storia si Stato-Nazione e le identità si sono formate e mescolate sulla via della Seta per due millenni.
E’ buon gioco degli occidentali sventolare il concetto di “nazione” per la Cina di frontiera, riportando a categorie nostre. Così è per ilTibet, così è anche per lo Xinjiang.

Ma, fatto nuovo, il tema nazionale è diventato un cavallo di battaglia anche delle autorità cinesi, alla ricerca di un’ideologia per colmare il vuoto lasciato dal maoismo. Così come il comunismo fu la risposta più “efficiente”, importata da Occidente, per dare un collante alla modernizzazione necessaria, oggi ilnazionalismo han, con qualche spruzzo di Confucio e moltaeconomia del benessere, vorrebbe svolgere lo stesso ruolo. Ma è lo stesso governo ad accorgersi degli eccessi di certi nazionalisti han – ne sono pieni i blog e i forum online – e svolge un’azione moderatrice: tutti siamo Cina, nelle sue molteplici sfaccettature e facce (nel senso di tipi etnici).

Un mio amico uyghuro, colto, di mentalità scientifica ma profondamente musulmano, mi parla della possibilità di un nuovo impero basato sulla biodiversità: il suo modello è quello diAlessandro il Grande.
Cosa significa oggi? Significa una Cina che preservi la propriadiversità dall’Occidente (per esempio non assimilando pedissequamente lo stesso concetto di democrazia) ma che, al suo interno, sappia tutelare lo stesso grado di di biodiversità tra i popoli che la compongono.
Il che significa difesa delle specificità etnichepari opportunitàper tutti i “cinesi”, crescita economica armoniosa.

Purtroppo la realtà materiale non corrisponde ai sogni del mio amico. Gli han sono il 96% della popolazione cinese, gli altri rischiano di essere marginali.
La sua etnia è penalizzata in tutta la Cina e a Shanghai, così come a Pechino, gli uyghuri sono spesso accusati delle peggiori malefatte: scippatori stupratori.
I giovani uyghuri che studiano e lavorano nel resto della Cina si sentono chiedere ovunque se sono lì “a vendere barbecue” (la carne di agnello alla griglia è la specialità del luogo), più o meno come un nostro immigrato nordafricano potrebbe sentirsi chiedere a Milano se è lì per commerciare cammelli.

Non solo. I giovani scontano un ritardo culturale dovuto alledifficoltà linguistiche. La lingua uyghura è fonetica, i giovani si spaccano la testa sui caratteri cinesi per poi spesso tornare a casa e non avere nessuno con cui parlare. Il piccolo Sadiq o Eimer o Utuq non può spesso comunicare con il nonno, che parla solo uyghuro. E così il gap culturale rafforza la discriminazionenell’immaginario collettivo.

Il progetto “go west” lanciato da Pechino nel 2000 dovrebbecolmare questi ritardi, con investimenti e invio di tecnici specializzatiinsegnanti nel Far West cinese.
Purtroppo, si è tradotto anche nella pacifica invasione han dello Xinjiang. Per molti versi è un processo inevitabile. L’ex Turkestan Orientale è la più grande regione della Cina (circa come cinque Italie e mezza) e ha solo venti milioni di abitanti. Le province orientali sono invece congestionate. Milioni di han si sono riversati a occidente, aprendo attività commerciali, trasformando le città, imponendo “di fatto” le proprie usanze.
Oggi, nello Xiniang, gli han sono numerosi quasi quanto gli uyghuri e Urumqi è già una città a maggioranza han.

Così i giovani uyghuri vivono l’umiliazione di essere “non all’altezza” in casa propria e discriminati quando, da cittadini cinesi, vanno altrove. Da qui la facile presa, in alcuni casi, delfondamentalismo islamico.
L’autunno scorso, un post pubblicato su un blog cinese ha avuto un successo clamoroso. Raccontava di uno Xinjiang discriminato,svuotatospossessato delle sue risorse naturali (petrolio e minerali vari), senza nessuna forma di risarcimento.

Lo Xinjiang ha sempre fatto parte dell’universo cinese, inteso come una civiltà e un’organizzazione amministrativa che si è espansa lungo la via della Seta. Ma è anche in parte Asia centrale, etnicamente e culturalmente. Qui si gioca una partita chiave per le autorità cinesi e il nuovo corso della “società armoniosa“.
La versione ufficiale parla già di un complotto orchestrato dall’esterno, nella fattispecie da Rebiya Kadeer, l’ex imprenditrice ora esule in America che sta allo Xinjiang come ilDalai Lama sta al Tibet.
Ma questo è il gioco delle parti: da adesso bisognerà saper leggere tra le righe delle future politiche di Pechino verso il suo Far West.

da http://www.chen-ying.net/blog/?p=517

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2 commenti
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  1. CINA: XINJIANG, IRAN CHIEDE SICUREZZA PER MUSULMANI

    (ANSA) – TEHERAN, 13 LUG – ”Preoccupazione” per le violenze
    nella regione cinese del Xinjiang e ”la necessita’ di garantire
    la sicurezza e la calma per i Musulmani” sono state
    sottolineate dal ministro degli Esteri iraniano, Manuchehr
    Mottaki, in una conversazione telefonica avuta ieri sera con il
    suo omologo cinese Yang Jiechi. Lo riferisce oggi l’agenzia
    iraniana Isna.
    Ieri, alcuni esponenti religiosi iraniani avevano chiesto al
    governo di rompere il silenzio e protestare per le violenze
    subite dai Musulmani cinesi, nonostante gli ottimi rapporti di
    cooperazione economica esistenti fra Teheran e Pechino.
    Pur chiedendo garanzie di rispetto per i diritti dei
    Musulmani del Xinjiang, Mottaki ha tuttavia condannato anche
    ”ogni interferenza straniera che miri a minare la stabilita’
    della Cina”.
    Ieri l’agenzia ufficiale Irna aveva scritto che dietro ai
    disordini nello Xinjiang ci sono gli Usa, che tentano di
    promuovere una ”rivoluzione di velluto” contro Pechino.
    (ANSA).

  2. Teatro di ombre nello Xinjiang

    di M. Saadoune*

    La questione delle nazionalità sarebbe il tallone d’Achille della Repubblica Popolare Cinese?
    Alcuni lo pensano e lo dicono.
    I disordini nello Xinjiang, che seguono a quelli che hanno scosso il Tibet qualche mese fa, ne sarebbero la prova indiscutibile.
    Il trattamento mediatico occidentale è tuttavia molto differente.
    Il governo centrale cinese è certo vilipeso e accusato di tutti i mali, ma la rappresentazione degli eventi si caratterizza per una certa prudenza.
    E’ vero che a differenza dei Tibetani, buddisti, gli Uighuri che popolano la provincia dello Xinjiang sono dei musulmani sunniti turcofoni.
    E dopo l’11 settembre, le rivendicazioni espresse dai musulmani sono trattate con – è un eufemismo – una grande prudenza. Ciò non impedisce che si sfrutti l’occasione. Cosa importano i fatti – un’oscura storia di violazioni seguita da morti -, degli esperti sorti dal nulla mediatico spiegano saggiamente che questi disordini sono l’espressione di un fenomeno di resistenza all’ “imperialismo cinese”. Lo Xinjiang sarebbe a poco a poco sommerso dall’arrivo degli Han, l’etnia cinese largamente maggioritaria.
    Il conflitto dunque opporrebbe dei musulmani a dei Cinesi comunisti.
    Pochi esperti menzionano il fatto che lo Xinjiang ospiti gli Hui, un altro popolo musulmano di etnia Han, le cui popolazioni non sono implicate nei moti in corso. I Cinesi hanno fatto molti progressi in economia, continuano però ad affrontare molto male la gestione mediatica delle crisi. Talmente male che questo permette ai geo-etnologi di servizio di occultare l’estrema importanza strategica di questa provincia nel cuore di tutti i transiti energetici dell’Asia centrale. Lo Xinjiang è il punto terminale di numerose pipelines in attività o in progetto, destinate a rispondere alla domanda crescente della Cina. Gli Uighuri fanno da sponda, da molti anni, alla sollecitudine interessata dei gruppi d’influenza americani.
    Il Congresso mondiale uiguro, gruppo d’opposizione con base a Washington, è generosamente finanziato dal braccio secolare dell’Amministrazione statunitense, il National Endowment for Democracy (NED), che elargisce diverse centinaia di migliaia di dollari ogni anno.
    Il NED, un organizzazione ufficialmente non governativa, è lo strumento tradizionale d’azione dei servizi specializzati americani. Esso ha finanziato e organizzato tutte le “rivoluzioni colorate” o di “velluto” volte ad installare dappertutto o dove ciò sia possibile dei governi pro-occidentali.
    Il NED ha operato nell’Europa dell’Est, nel Caucaso e può essere, recentemente in Iran.
    I disordini in questa regione essenziale dell’Asia centrale, limitrofa al Kazakhistan, riserva energetica del futuro, sono ben inteso un’opportunità per indebolire la Cina e appannare la sua immagine internazionale.
    E’ anche un’opportunità ideale per tentare di creare un cuneo tra i paesi della regione, la maggior parte dei quali appartiene all’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai (OCS).
    Gli Americani sono preoccupati della crescita di potenza di questa struttura che raggruppa la Cina, la Russia, il Kazakhistan, l’Uzbekistan, il Kirghizistan, il Tagikistan, e alla quale sono associati, in quanto osservatori, l’Iran, il Pakistan, l’India e la Mongolia.
    Altrettanti elementi che invitano ad una lettura meno sommaria di ciò che succede nello Xinjiang …

    *Le quotidien d’Oran 13/07/09

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