MAI PIÙ VIOLENZA SULLE DONNE
giu 3rd, 2009 | Di Abdul Kabir Aliotta | Categoria: Donne|
All’interno della campagna lanciata da Amnesty International: ‘Mai più violenza sulle donne’, si inserisce una serie di incontri svoltisi durante il mese di marzo nelle bellissime sale della Biblioteca Statale di Macerata, in collaborazione con il Dipartimento di Filosofia dell’Università degli di Studi di Macerata. Questo ciclo di conferenze è stato intitolato ‘ La donna nell’Islam ‘ e si è avvalso del contributo di diversi intellettuali per trattare una tematica attuale che ci sta molto a cuore. Purtroppo sono riuscita ad assistere solamente al secondo ed ultimo incontro, il 31 marzo, ma dato l’interesse e ciò che ne è emerso considero molto costruttivo condividerlo con le nostre lettrici e lettori. L’introduzione è stata affidata alla professoressa di psicologia sociale , Barbara Pojaghi, che con estrema intelligenza e lucidità ha introdotto la questione dell’essere donna, in quanto tale, al di là delle differenze culturali. Il percorso delle donne in tutti questi secoli e nelle differenti società le ha viste vicine, in una mutua comprensione delle reciproche difficoltà e nella capacità del superamento di esse. Ciò che può creare differenze sono le culture di riferimento a cui le donne si rivolgono, ed è solamente dal rispetto della diversità di queste culture che il dialogo tra le civiltà e nella fattispecie tra le donne che vi appartengono resterà sempre aperto e potrà dare qualcosa di costruttivo alle generazioni successive. Spesso in passato in nome della ricerca di una libertà precedentemente negata si è arrivati a demonizzare intere culture e tradizioni sostituendole con la propria visione e i propri valori, definendoli come gli unici possibili, errore commesso ad esempio dal femminismo americano degli anni 70. Oggi siamo consapevoli che non esiste un’unica identità, un unico percorso, ma si sta sviluppando una psicologia culturale delle differenze, c’è stato il superamento di questo limite che per troppo tempo ha permesso che una ‘ differenza ’ fosse migliore di un’altra. L’atteggiamento che le donne stesse dovrebbero sviluppare all’interno di un dibattito, è quello di un aiuto nello sviluppo dei diritti umani e non di sovrapposizione della propria identità su un’altra. Il problema che interessa la comunità internazionale in questo momento è il limite, il confine tra i diritti umani riconosciuti da tutte le società civili e il rispetto e soprattutto il diritto all’identità culturale. Terminata l’introduzione, la professoressa ha presentato l’ospite della conferenza, Lilia Zaouali, docente all’Università di Parigi, invitata a parlare delle ‘Donne arabe tra tradizione e fondamentalismo e modernità ‘. Al di là del rispetto che ciascuno è tenuto ad avere nei confronti dell’opinione di chi la pensa differentemente da noi, è stato interessante osservare come questa intellettuale, preparata in particolare sulla realtà politica nord africana, Marocco e Tunisia in primis, sia riuscita a inserire nello stesso grande calderone, shari3a, tradizioni culturali spesse volte tribali di singole realtà locali e leggi politiche promulgate in periodo storici delicati in paesi dall’equilibrio tuttora precario. Dopo una breve introduzione cronologica sulla situazione delle donne in paesi come Tunisia e Marocco, dove sarebbe stata negata loro persino la possibilità di studiare, si è proseguiti verso un’analisi più globale del mondo ‘islamico’, che non ha conosciuto, a differenza dell’Occidente, un Rinascimento, un’epoca moderna in cui sviluppare un cambiamento di mentalità. Sono state citate diverse leggi e riforme che hanno visto migliorare la situazione legale delle donne, solo grazie ad un allontanamento dalla shari3a contro la quale la relatrice si è schierata con forza, dichiarando apertamente di essere contraria ad essa. Come esempi di donne arabe che hanno raggiunto l’ emancipazione sono state citate le cantanti Oum Kalthum e Huda Shahrawi, personaggi che hanno popolato l’immaginario del mondo egiziano e arabo globalmente negli ultimi sessant’anni ininterrottamente. Donne che si sarebbero battute anche contro il fondamentalismo dei Fratelli Musulmani che trovava sviluppo proprio sul finire degli anni 30, attecchendo in paesi dove l’opposizione al colonialismo diventava attaccamento ad un’identità che si temeva di perdere e ad un integralismo religioso, unico rifugio per la salvaguardia della fede. Non si è voluto nemmeno risparmiare la questione del velo, che suddetta relatrice ha definito ‘tradizione’ che ha solo una ‘ presunta’ base coranica, e che le giovani donne che lo mettono di spontanea volontà, lo fanno spinte proprio da questa ‘presunzione’ di ciò. Chiaramente senza considerare tutte coloro che vengono obbligate in modo oppressivo a indossarlo. Pienamente consapevoli che la situazione della donna nei paesi arabi e nord africani, non è semplice, e spesso le vengono negati diritti fondamentali, ci teniamo a sottolineare che questo è causato dall’allontanamento dalla fede, che si rispecchia nell’andamento della società e nella strumentalizzazione che taluni poteri forti fanno della religione, dall’ignoranza che regna sovrana, dall’analfabetismo che rende leggi antichi riti tribali duri a morire Come uniche donne musulmane presenti nella sala, io e una mia amica serene nella nostra fede, abbiamo cercato l’interazione con questa relatrice, spiegandole quanti passi indietro nei secoli siano stati fatti rispetto alla posizione elevata in cui il Profeta (pbsl) aveva posto le donne. Abbiamo spiegato come le prime donne ad avere diritto a possedere dei beni, intoccabili da padre, fratello, marito, figlio, o qualunque altro famigliare maschio, siano state proprio le donne musulmane, di come un’enorme mole di Hadith siano stati trasmessi proprio dalle mogli del Profeta (pbsl), donne che egli ha amato, e con le quali ha condiviso la sua missione Profetica, abbiamo riaffermato la libertà nella fede, nel percorso che ciascuna singola donna deve fare per giungere alla scelta di indossare il velo e quale tipo di velo, e che purtroppo oggigiorno assistiamo all’esatto contrario, alla negazione del diritto di fare una scelta, indossarlo o meno, come avviene per le nostre sorelle francesi. Il dibattito è stato interessante, il pubblico ha gradito poiché diversi punti di vista si sono confrontati, con civiltà, rispetto, mantenendo però, ciascuna, salde le proprie convinzioni. Uscita dalla sala, ho riflettuto molto sul perché spesso a parlare di donne arabe, di shari3a, di realtà islamica ci siano queste relatrici così arrabbiate col mondo maschile, così pronte a gettare via una cultura, una fede, in nome del fantasma di una modernità, di una emancipazione che passa attraverso l’esposizione del proprio corpo, della fama come cantanti o attrici. Una anziana signora dal viso fiero e combattivo, seduta di fronte a me si gira al termine della conferenza e mi sussurra: ‘Non abbiamo condotto le nostre battaglie femministe affinché il sogno massimo delle nostre nipoti sia diventare veline….Tenete duro’.
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Hadil Tarakji
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