Il senso della vita e della morte nella rivelazione islamica – II parte

giu 2nd, 2009 | Di | Categoria: Islam

di Patrizia Khadija Dal Monte

 La morte

 Il tempo dell’uomo e delle scelte finisce, ed ecco che non possiamo parlare della vita umana, dei suoi significati, senza pensare alla morte.

La vita prende senso dalla morte, come dice un grande filosofo del 900, Heidegger… l’uomo è un essere-nel- mondo, un essere-con-gli altri, ma è inevitabilmente un essere-per-la- morte…

“… La morte è la possibilità della pura e semplice impossibilità dell’esserci. Così la morte si rivela come la possibilità più propria, incondizionata e insuperabile. [...] Un’interpretazione pubblica dell’esserci dice: “Si muore”; ma poiché si allude sempre a ognuno degli Altri e a noi nella forma dei Si anonimo, si sottintende: di volta in volta non sono io. Infatti il Si è il nessuno. [...] Il morire, che è mio in modo assolutamente insostituibile, è confuso con un fatto di comune accadimento che capita al Si. Questo tipico discorso parla della morte come di un “caso” che ha luogo continuamente… Il Si fonda e approfondisce la tentazione di coprire a se stesso l’essere-per-la-morte più proprio. Questo movimento di diversione dalla morte coprendola domina a tal punto la quotidianità che, nell’essere-assieme, “i parenti più prossimi” vanno sovente ripetendo al “morente” che egli sfuggirà certamente alla morte e potrà far ritorno alla tranquilla quotidianità del mondo di cui si prendeva cura. Questo “aver cura” vuol così “consolare il morente”. Ci si preoccupa di riportarlo nell’esserci, aiutandolo a nascondersi la possibilità del suo essere più propria, incondizionata e insuperabile. Il Si si prende cura di una costante tranquillizzazione nei confronti della morte. In realtà ciò non vale solo per il “morente” ma altrettanto per i consolanti. [...] Il Si non ha il coraggio dell’angoscia davanti alla morte. [...] Nell’angoscia davanti alla morte, l’esserci è condotto davanti a se stesso in quanto rimesso alla sua possibilità insuperabile…”1

…esistere autenticamente significa assumere come possibilità-base la morte, la quale ha il compito di relativizzare le scelte particolari, di trascenderle continuamente…”2

 

Il tema della morte come momento di verità è presente anche nella rivelazione coranica, ma in essa non appare come la fine di tutto, è insieme una fine ed un inizio di una vita che manifesta una continuità con le realtà di questo mondo, ma è di essa migliore dice il Corano e senza limiti:

… In verità siamo stati Noi ad aver creato l’uomo e conosciamo ciò che gli sussurra l’animo suo. Noi siamo a lui più vicini della sua vena giugulare. Quando i due che registrano* seduti alla sua destra e alla sua sinistra, raccoglieranno [il suo dire], 3 [l'uomo] non pronuncerà nessuna parola senza che presso di lui ci sia un osservatore solerte. L’agonia della morte farà apparire la verità: ecco da cosa fuggivi…” (L,16-19)

 

Il profeta (pace e benedizione su di lui) invitava a ricordare la morte e a prepararsi ad essa con le buone azioni.

Ibn ‘Umar riporta: «Andai insieme con nove persone, tutte entrate nell’Islam, dal Messaggero di Âllâh (*). Uno degli Ansâr si svegliò e disse: ” Oh Messaggero di Âllâh (*), chi tra questa gente è il più sagace e prudente?” Egli (*) rispose: “Colui il quale è attento alla morte e si prepara ad affrontarla. Questi sono i più saggi tra la gente e saranno onorati in questo mondo e riceveranno una lauta ricompensa nell’Altro.“»

Ibn ‘Umar riporta che il Messaggero di Âllâh(*) disse anche: “Dovete tenere a mente la realtà che mette fine alle gioie e ai piaceri mondani, cioè la morte” (riportato da At-Tabarânî).

Due sono i termini che designano nell’arabo la morte: uno è mawt che indica specificatamente il decesso e l’altro è wafât, più usato nel dettato coranico che indica proprio l’idea del compimento di un percorso.

Tra questa vita e l’altra un rapporto di continuità, che si evidenzia nelle sue descrizioni, che per il Paradiso ruotano intorno all’immagine di Giardino, Jannatu, desiderio e visione di Dio:

 

E annuncia a coloro che credono e compiono il bene, che avranno i Giardini in cui scorrono i ruscelli. Ogni volta che sarà loro dato un frutto diranno: “Già ci era stato concesso!”. Ma è qualcosa di simile (mutashabih) che verrà loro dato; avranno spose purissime e colà rimarranno in eterno.” (II,25)

 

Simile la parola chiave, ma anche diversa, le cose di là appartengono al ghayb, hanno le latitudini dell’immensità, dell’abbondanza…

 

Nessuno conosce la gioia immensa che li attende, ricompensa per quello che avranno fatto.” (XXXII,17)

 

Il Profeta Muhammad, pace e benedizione su di lui, disse: “In Paradiso esistono cose che gli occhi non hanno mai visto, orecchie mai udito e nessuna mente umana ha mai pensato”.

 

Nell’esperienza terrena il desiderio non raggiunge mai la sua realizzazione completa, « la sua estinzione » direbbero le religioni orientali :

 

“ LasciaMi solo con colui che ho creato, cui ho concesso abbondanza di beni, e figli al suo fianco, al quale ho facilitato ogni cosa, e che ancora desidera che gli dia di più.* (LXXIV, 11-15)

 

Essi si abbandonano alle congetture e a quello che affascina gli animi loro, nonostante sia giunta loro una guida del loro Signore. L’uomo otterrà forse tutto quel che desidera? (LIII,23-24)

 

In qualche modo il desiderio è una spia dell’infinitezza del destino dell’uomo, che le esperienze umane non riescono a colmare: “… Abbiamo descritto il desiderio come “misura” dell’Infinito che non può essere limitato da nessun termine e da nessuna soddisfazione… ” (Lévinas)

 

Secondo Schopenhauer “solo liberandosi radicalmente di ogni desiderio, solo estirpando da sé la volontà l’uomo potrebbe superare l’infelicità che fa parte della sua natura. Schopenhauer tratteggia nella sua opera la via per giungere al superamento della volontà o, nel suo linguaggio, alla nolontà, indicando il percorso per liberarsi non dei desideri ma del desiderare in quanto tale.” (www.loescher.it/filosofia_web/pessimismo_scho_felicita.html)

 

Per il musulmano non si tratta invece di estirpare qualsiasi desiderio ma di tenersi, in questa vita “nei limiti fissati da Allah”. Anche il Giardino non è il luogo di assenza del desiderio, anzi è il luogo in cui i desideri verranno esauditi all’infinito…

“Secondo Raghib la definizione stessa del Paradiso è la facoltà dell’individuo di poter realizzare il suo desiderio…. Chiaramente l’oggetto del desiderio può cambiare… Quando mutano i desideri mutano anche i doni, i piaceri, la potenza e le attitudini”4

Non abbiate paura e non affliggetevi; gioite per il Giardino che vi è stato promesso. Noi siamo vostri alleati in questa vita e nell’altra, e in quella avrete ciò che l’ anime vostre desidereranno e quel che chiederanno. Questa è l’ospitalità del Perdonatore, del Misericordioso”.(XLI,30-32)

 

“In quel Giorno, i compagni del Paradiso avranno gioiosa occupazione, essi e le loro spose, distesi all’ombra su alti letti. Colà avranno frutta e tutto ciò che desidereranno. E “Pace” sarà il saluto [rivolto loro] da un Signore misericordioso...” (XXXVI,55-58)

 

La vicinanza e visione di Dio costituisce per il musulmano la beatitudine più alta, senza rinnegare gli altri livelli della gioia:

In quel Giorno ci saranno dei volti splendenti,

che guarderanno il loro Signore… (LXXV,22)

 

Tante volte gli uomini si inventano una corrispondenza, se stanno bene qui si illudono di essere benedetti da Dio anche là…

Credono forse che tutto ciò che concediamo loro, beni e prole [sia un anticipo] sulle buone cose [della vita futura]? Certo che no! Sono del tutto incoscienti. In verità, coloro che fremono per il timore del loro Signore, che credono nei segni del loro Signore, che nulla associano al loro Signore,

che danno quello che danno con cuore colmo di timore, pensando al ritorno al loro Signore,

essi sono coloro che si affrettano al bene e sono i primi ad assolverlo. (XXIII)

La rivelazione al profeta Muhammad, è quella del Dio infinitamente misericordioso, ma anche severo nel castigo:

[O Muhammad], annuncia ai Miei servi che, in verità, Io sono il Perdonatore, il Misericordioso, e che il Mio castigo è davvero un castigo doloroso. (XV,49-50)

Nella riflessione islamica l’inferno, sia nella mentalità popolare che nei testi dei sapienti islamici, mantiene tutta la sua consistenza e serietà, moltissimi i versetti coranici che parlano di esso, diversi i nomi con cui viene indicato, ma che ruotano tutti intorno all’immagine di un luogo dominato da fuoco bruciante, violento e distruttore, una voragine, uno sprofondare giù… Il termine con cui viene indicato perlopiù l’inferno è Jahannam, (77 versetti) nome che ha radici nelle rivelazioni precedenti (gê-hinnôm biblico -Geenna), e già nei Vangeli ha lo stesso uso di quello che ne fa la rivelazione coranica. Usato moltissime volte anche al-nâr, il fuoco, che diventa così sinonimo dell’inferno. Compaiono anche altri termini come al-jahîm (26 versetti), fornace, il cui significato è sempre legato al fuoco, al-sa´îr in 19 versetti, fiamma, vampa ardente… al-saqar in 4 versetti, che si riferisce pure ad un calore insopportabile, alhotamah in 2 versetti, la cui radice significa distruggere, fare a pezzetti, fracassare, da cui fuoco divorante, alhâwiyah in un versetto, in cui significa baratro, abisso, cadere dall’alto, inferi, Ade, e infine ladhaa, avvampare fiamma, al-harîq (l’incendio), as- sijjin, (la prigione).

Guai ad ogni diffamatore maldicente, che accumula ricchezze e le conta; pensa che la sua ricchezza lo renderà immortale? No, sarà certamente gettato nella Voragine. E chi mai ti farà comprendere cos’è la Voragine? [È] il Fuoco attizzato di Allah, che consuma i cuori. Invero [si chiuderà] su di loro, in estese colonne.” (CIV)

Per questo nel Corano troviamo delle invocazioni a Dio per essere salvati dal castigo del fuoco:

«Allah osserva i Suoi servi che dicono: “O Signor nostro, abbiamo creduto; perdona i nostri peccati e proteggici dal castigo del Fuoco”; Questi i pazienti, i veritieri, gli uomini pii, i generosi, quelli che implorano perdono nelle ultime ore della notte. O Signore nostro, abbiamo creduto; perdona i nostri peccati e proteggici dal castigo del fuoco» (III,16 -17)

Il Calore è uno dei segni più grandi, monito per gli uomini, non va edulcorato, l’uomo nel suo cammino ha bisogno della paura del dolore come del desiderio del bene, entrambi sono dinamiche fondamentali dell’uomo:

No, per la luna,

per la notte quando volge al termine,

e per l’aurora quando si mostra,

[il Calore] è davvero uno dei segni più grandi,

un monito per gli uomini,

per chi di voi vuole avanzare [nella fede] o indietreggiare.” (LXXIV)

 

L’ inferno è realtà certa, dice Dio nel Corano, non è solo uno spauracchio:

Chi si presenterà empio al suo Signore, certamente avrà l’Inferno dove non morirà, né vivrà. Chi [invece] si presenterà a Lui credente, e avrà compiuto opere buone… ecco coloro che avranno l’onore più grande, i Giardini di Eden dove scorrono i ruscelli …” (XX,74-76)

Nella teologia cristiana attuale tutto il discorso ruota intorno all’uomo, prevale ampiamente la dimensione etico-sociale, e la fede sembra un optional per la salvezza, “l’importante è agire bene”.

Allah nel Corano ci ricorda che la fede è indispensabile alla salvezza, come pure le opere buone, tutto il messaggio coranico sottolinea l’unità della fede, della preghiera e della misericordia verso chi ha bisogno:

Cosa mai vi ha condotti al Calore che brucia?”. (Mā Salakakum Fī Saqara)

Risponderanno: “Non eravamo tra coloro che eseguivamo l’orazione,

né nutrivamo il povero,

e chiacchieravamo vanamente con i chiacchieroni

e tacciavamo di menzogna il Giorno del Giudizio,

finché non ci pervenne la certezza”.

Non gioverà loro l’intercessione di intercessori. (LXXIV,42-48)

 

Nel Corano si parla in fondo molto di più dell’altra vita che della morte stessa, la morte come la vita viene da Dio, fa parte di un movimento che ci sovrasta, non siamo i creatori di noi stessi, per questo nella tradizione islamica, nella morte come nella vita ci si affida a Dio, e se è logico provare dolore per la dipartita dei propri cari o angoscia davanti ad un passaggio così radicale, siamo invitati ancora una volta ad affidarci a Lui, che è il centro del mondo e del nostro esistere:

“ Appartiene a Lui la sovranità dei cieli e della terra, dà vita e dà morte, Egli è l’Onnipotente. Egli è il Primo e l’Ultimo, il Palese e l’Occulto, Egli è l’Onnisciente. Egli è Colui Che in sei giorni ha creato i cieli e la terra, poi Si è innalzato sul trono. Egli conosce ciò che penetra nella terra e ciò che ne esce, quel che scende dal cielo e quel che vi ascende Egli è con voi ovunque voi siate. Allah osserva ciò che fate. Appartiene a Lui la sovranità dei cieli e della terra. Ad Allah tutte le cose saranno ricondotte.” (LVII,1-5)

L’Inviato di Dio entrò da suo figlio Ibrahim che già stava affrontando la morte; e gli occhi dell’inviato di Dio presero a versare lacrime; ‘Abd al-Rahman ben ‘Awf intervenne: «Anche tu, Inviato di Dio?!»; «Figlio di ‘Awf, questa è compassione». Riprese a piangere un’altra volta e disse: «L’occhio versa lacrime, e il cuore è afflitto, ma non diciamo che ciò che soddisfa il nostro Signore. E noi, Ibrahim, siamo afflitti per la tua separazione» (hadith).

 

L’Inviato di Dio disse: «Quando muore il figlio di un servo, Iddio Altissimo dice ai suoi Angeli: “Avete ghermito il figlio del Mio servo?”; ed essi rispondono: “Sì”; “Avete ghermito il frutto delle sue viscere?”; “Sì”, rispondono; ed Egli chiede: “E che cosa ha detto il Mio servo?”; “Pronuncia le Tue lodi e la formula del ritorno a Te”, rispondono. E allora Iddio Altissimo dice: “Edificate al Mio servo una casa in Paradiso, e chiamatela ‘la Casa della Lode’”». (hadith).

 

Così anche quando morì il profeta, pace e benedizione su di lui, i musulmani furono invitati a ritornare a Dio, l’unico che non muore:

Egli è morto. Per chi credeva in lui questa è la fine, Per chi crede in Dio, Dio è vivo”.

… Allah è Colui Che vi ha creati, poi vi ha nutriti, poi vi darà la morte e quindi vi darà la vita. C’è una delle vostre divinità che faccia qualcuna di queste cose? Gloria a Lui! Egli è ben più alto di ciò che Gli associano…

Allah è Colui Che vi ha creati deboli, e quindi dopo la debolezza vi ha dato la forza, e dopo la forza vi riduce alla debolezza e alla vecchiaia. Egli crea quello che vuole, Egli è il Sapiente, il Potente….” (XXXIII, 30)

 

L’uomo fatica a credere in ciò, perché è una realtà avvolta nel mistero, e per il nostro continuo essere immersi alla ricerca di benessere, di avere di più. Il Corano testimonia questa difficoltà della mente umana in molti versetti:

Dicono: « Non c’è che questa vita terrena: viviamo e moriamo; quello che ci uccide è il tempo che passa». Invece non possiedono nessuna scienza, non fanno altro che illazioni. Quando vengono recitati a loro i Nostri versetti espliciti, non hanno altro argomento eccetto: « Fate risorgere i nostri avi, se siete sinceri».” (LXV,24-25)

 

a cui risponde con i segni della potenza creatrice di Dio che si mostra nel creato, in cui morte e rinascita si succedono:

Considera le tracce della misericordia di Allah, come Egli ridà la vita ad una terra, dopo che era morta. Egli è Colui che fa rivivere i morti. Egli è onnipotente.” (XXX,50)

 

e pensando alla propria creazione, al proprio inizio:

“… Non vede l’uomo che lo abbiamo creato da una goccia di sperma?  Ed eccolo in spudorata polemica.  Ci propone un luogo comune e, dimentico della sua creazione, [dice] : « Chi ridarà la vita ad ossa polverizzate?»  Di’: « Colui che le ha create la prima volta ridarà loro la vita. Egli conosce perfettamente ogni creazione.”(XXXVI,77-80)

 

La resurrezione è rinascita in una forma diversa da quelle che conosciamo:

“... decretato per voi la morte e non potremo essere sopravanzati  nel sostituirvi con altri simili a voi e nel farvi rinascere [in forme] che ancora non conoscete .  Già conoscete la prima creazione! Perché non ve ne ricordate?   Non riflettete su quello che coltivate:   siete voi a seminare o siamo Noi i Seminatori?   Certamente se volessimo ne faremmo paglia secca e allora stupireste…” (LVI, 67-64)

 

Secondo il Corano se per capire la morte si deve guardare alla vita, la vita ha origine da Dio e a Lui ritorna, non è un evento casuale, non siamo stati creati per gioco:

Non è per gioco che creammo il cielo e la terra e quel che vi è frammezzo. Se avessimo voluto divertirci, lo avremmo fatto presso Noi stessi, se mai avessimo voluto farlo…” (XXI,16-17)

 

Egli è “Colui Che ha creato la morte e la vita per mettere alla prova chi di voi meglio opera, Egli è l’Eccelso, il Perdonatore; Colui Che ha creato sette cieli sovrapposti senza che tu veda alcun difetto nella creazione del Compassionevole. Osserva, vedi una qualche fenditura?” (LXVII,1-3)

 

Creati da Dio come specie e come individui, da Lui vegliati, amati, perdonati, guidati invitati alla gratitudine e alla fiducia in Lui, e alla misericordia e giustizia verso il mondo e verso gli altri, costruiamo con le nostre scelte la nostra nafs, che a Lui ritorna per ricevere giusto compenso delle opere, a cui presiede sempre l’intenzione:

“… Colà ogni anima subirà le conseguenze di] quello che già fece. E saranno ricondotti ad Allah, il loro vero Padrone, mentre ciò che avevano inventato li abbandonerà.(X,30)

Chi avrà fatto anche solo un atomo di bene lo vedrà, chi avrà fatto anche solo un atomo di male lo vedrà5“ (XCIX,7-8)

 

Tutto ciò è islam6.

 

 

Wa Allahu a’lam

1(Heidegger, Essere e tempo)

2www.homolaicus.com/teorici/heidegger/heidegger.htm

3*["i due che registrano": lett. "i due che raccolgono". Gli angeli incaricati di annotare le azioni degli uomini oppure i due angeli che procederanno all'esame che subiremo nella tomba subito dopo la nostra morte terrena]

4 Bouhdiba, La sessualità nell’islam,

5 Il Profeta Muhammad (pace e benedizioni su di lui) disse che i due versetti che concludono questa sura sono

i più terrificanti di tutto il Corano.

 

6Islam è in arabo un nome verbale, corrispondente in qualche modo all’infinito della lingua italiana, del verbo aslama che ha come significato: affidare, consegnare, rimettersi a qualcuno. Islam dunque assume il significato di abbandono fiducioso, sottomissione alla volontà di Dio. “Per cogliere più facilmente l’utilizzo del verbo in arabo rimando al suo utilizzo nella liturgia cristiana, ovvero nella preghiera eucaristica in cui si dice che “Egli offrendosi liberamente alla sua passione” il verbo è espresso nel testo arabo con il verbo aslama… Il nome verbale islām ritorna poche volte nel Corano …esso assume il significato di ritorno a Dio e di conversione, oppure di religione vera e propria, nonché il valore dell’interiorità. Tornano invece molto spesso il verbo aslama nel duplice senso di affidamento-sottomissione a Dio come anche professione di Islām, e il participio in forma attiva muslim… da cui il termine musulmano.” (Breve nota sul significato del termine islam di Massimo Rizzi).

“… e ricorda molto opportunamente Al-Qastalânî, la parola araba islâm significa ‘sottomissione’ a Dio. Ne consegue semplicemente che in arabo (lingua sacra fortemente sintetica) quando si parla di islâm si possono intendere due realtà che nel procedere distintivo e razionalizzante dell’italiano moderno vengono viste come assolutamente distinte: da un lato l’Islam storicamente determinato, e dall’altro la dottrina ‘primordiale’ ed eterna dell’Unita divina, che si ripresenta in tutte le rivelazioni divine susseguitesi nelle epoche e destinate ai popoli più diversi.”(Idris Ludovico Zamboni)

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